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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Admin (del 02/08/2010 @ 22:35:03, in Scrivere, linkato 42 volte)
I 26 anni di Pino
Racconto di Riccardo Uccheddu
in ricordo delle vittime della strage di Bologna 2 Agosto 1980
Da http://riccardo-uccheddu.blogspot.com/2010/08/i-26-anni-di-pino.html
Pino camminava quasi dentro le nuvole di fumo ed osservava con meraviglia i calcinacci che sembrava non volessero smettere di volare.
Pino aveva 26 anni.
La sera prima (era passato pochissimo dal giorno della laurea) aveva telefonato a Stefania, la sua donna.
“Perché hai questa voce, amore?”, gli aveva chiesto.
“Perché… ti amo, lo sai. Ma a volte (se non ti ho di fronte) non riesco a dire una parola.”
“E piantala, tontolone!”, aveva detto lei con quella voce così dolce ed insieme decisa.
Stefania, dai capelli ramati ed il sorriso ironico… Pino sospirò. Quella sera aveva deciso; vado a Ferrara e le dico: “Sposami.”
La mattina dopo lui pensò che da Bologna avrebbe raggiunto Ferrara in un’oretta d’autostrada.
“Ma devo prepararmi un discorso”, si disse tra mentre raggiungeva la stazione. “E il treno, come la notte, porta consiglio.”
“La tua antica saggezza cagliaritana!”, ridacchiava spesso Stefania quando lui parafrasava qualche antico adagio.
Cagliari era lontana da circa 6 anni ma questo a Pino non dispiaceva; lui aveva Ste. Peccato che lei lavorasse e vivesse a Ferrara… ma una volta sposati avrebbero vissuto insieme per sempre: a Bologna, a Ferrara, a Cagliari o ovunque.
Venne incontro a Pino un signore anziano ma dritto come un fuso.
“Buongiorno, ragazzo. Come stai?”
“Mah… non capisco che cosa sia successo.”
Quello fece un triste sorriso. Poi Pino lo vide… il sangue che scorreva per terra ed i resti di quelli che fino a pochi minuti prima erano dei corpi umani.
L’anziano, con un accento che sembrava orientale: “Qualcuno ha causato un’esplosione, è morta tantissima gente.”
Pino avrebbe voluto lasciarsi cadere a terra, tuttavia rivolse all’uomo uno sguardo interrogativo.
L’uomo giunse le mani e quasi perdendo la calma che aveva esibito fino a quel momento, ora se le torse e disse: “Sì, anche tu, giovane amico.”
Pino oscillava tra una grande sensazione di pace ed una non meno grande di rabbia.
Disse: “Avrei voluto sposare Stefania e fare dei figli insieme. Avevo già un lavoro, non mi interessava la ricchezza, volevo solo sposare la mia bella ferrarese, “disse Pino con imbarazzo, “e vivere del nostro lavoro. Mi ero anche laureato… il 1° della mia famiglia.”
L’orientale fece un leggero inchino e commentò con gentilezza: “Niente è più nobile di un vero amore e di una vita fatta d’onesto lavoro. Sono inoltre certo, carissimo, che i tuoi parenti sarebbero stati fieri di te.”
“Grazie, signore. Ma perché questa strage?”
“Vedi, le trame d’ogni Paese (compreso il tuo) sono per definizione oscure, contraddittorie e contortemente crudeli. Il diritto si rovescia nel suo contrario, la violenza passa per forza d’animo, il bene comune è considerato negazione della libertà, l’informazione è deviata o corteggia l’ignoranza.”
Pino annuì e chiese all’uomo come si chiamasse.
“Gilgamesh e per certi sono solo un personaggio di un antico poema. Oggi accompagno nella pace chi è morto di morte ingiusta e violenta. Ma ora vieni, andiamo.”
“Un momento, Gilgamesh, mi sembra di vedere nel futuro: vedo gli anni che passeranno uno dopo l’altro, come un nastro che si allunga avvolgendo almeno una generazione… vedo chi ora è bambino diventare adulto, gli adulti diventare vecchi… alcuni moriranno e dopo tanto tempo, non avremo ancora giustizia. Non vado felice nella pace.”
“Ti capisco, ma prima o poi avrete giustizia: se nell’universo regna un’eccessiva misura di ingiustizia, ciò causerà la sua fine. E questo non può accadere. Ora andiamo.”
Così Pino, che in quella stazione sventrata avrebbe avuto sempre 26 anni, seguì Gilgamesh; lui e gli altri aspettano, ancora, che sia fatta giustizia
(Postato da Franca Fusetti)
Di Admin (del 18/03/2010 @ 15:39:29, in Scrivere, linkato 106 volte)
DIO GIOCA AI DADI?

OVVERO DEI CORALLI E DELL’(IN)ESISTENZA DI DIO Di Alessandro Mantovani A Marcello, inquieto indagatore di umane indeterminazioni
“A chi
guarda
il mondo razionalmente,
il mondo presenta un aspetto razionale” (G. W. F. Hegel)
Prima di usare la maschera, ci sputo e detergo le lenti con l’indice, per prevenirne l'appannamento durante lo snorkelling. Una volta indossata, infilo il boccaglio sotto la cinghia, all'altezza della tempia destra, ne afferro l’imboccatura tra i denti et, voilà, mi lascio scivolare tra le piccole onde che corrono verso la battigia. Nuoto a rana, il più fluidamente possibile, per non disturbare troppo con la mia intrusione gli abitatori del tratto di mare che sto perlustrando, e non pregiudicare eventuali incontri. All’inizio, nella zona sabbiosa e poco profonda che precede la barriera, non c’è un granché da vedere. Ma basta qualche bracciata, ed eccomi dove iniziano le formazioni coralline. Che prodigiosa varietà di forme di vita. Varietà di specie, genere, colore, dimensione. Sì, come si vede alla TV, ma vi assicuro che, de visu, è un’altra cosa. Ci sono pesci così piccoli che, quando li incontrate, finché non gli siete appresso (e il minuscolo banco non si apre in molteplici direzioni formando inediti disegni acquatici), siete convinti di trovarvi di fronte ad un singolo inusuale organismo vivente della taglia di un coniglietto. Altri pesci sono al contrario dotati di dimensioni inquietanti, come gli squali che vagolano avanti e indietro, rapidi e silenziosi. Ma lasciamo gli squali, peraltro poco interessati a meritarsi la cattiva reputazione di cui godono, e osserviamo il resto. Neanche Alice in Wonderland, pima che il tubo catodico inflazionasse i documentari sulla vita marina, avrebbe mai potuto immaginare cosa c'è qua sotto: pesci ranocchio, pesci angelo, pesci prete, pesci pietra, pesci scorpione, pesci pappagallo, pesci palla, pesci luna, pesci gallo, pesci foglia, pesci trombetta, pesci ago..... Ci sono pesci gialli, rossi, blu elettrico, arancione, nero, verde, marrone, argentei (mille sfumature di ognuno di questi colori) ... bicolori, tricolori, multicolori (per non parlare di quelli che hanno proprietà mimetiche totali)... a righe, a strisce, a pallini, striati, marmorizzati... piatti orizzontalmente, piatti in senso verticale, rotondi, tutta testa, tutta bocca, panciuti, affusolati.... occhi grandi, occhi piccoli, occhi sporgenti, occhi invisibili, falsi occhi... goffi, eleganti, possenti, lenti, rapidissimi, timidi, curiosi, aggressivi, paurosi, buffi... E questo era solo un insipido riassunto dei pesci che potete vedere in cinque metri cubici di acqua. Ci sono poi gli anemoni, i polipi, le seppie, i calamari, i gamberi, i nudibranchi, i serpenti di mare, i granchi e molti altri crostacei... E ancora: i ricci, le stelle e molti altri echinodermi, i molluschi (ognuno in numerose varietà)... e mi fermo... Ma questo, signori miei, è solo l’ingenuo colpo d’occhio del neofita. Perché, a ben vedere, la più strabiliante multiformità non appartiene agli organismi dotati di movimento. Il subacqueo amatoriale - ipnotizzato dall’incessante inesauribile e sempre diverso moto che si svolge quasi appena al di sotto la superficie - ci mette molto tempo ad accorgersene: la varietà più fantasmagorica si svela essere quella delle forme di vita più semplici, così arcaiche e primordiali (mezzo miliardo di anni o giù di lì, un po' più giovani delle meduse) da non possedere nemmeno la proprietà cinetica: sì amici, la scoperta più sconvolgente, la presa di coscienza più illuminante l’avrete non appena avrete imparato a considerare la delirante, immobile (o quasi) , sterminata prole dei coralli, delle spugne, delle gorgonie.... Fantastici patchworks vi si pareranno allora davanti agli occhi in una tale sovrabbondanza di forme e cromatismi da lasciarvi senza fiato. Ci sono spugne gialle, rosse, verdi, arancione, viola, e coralli viola, arancione, verdi, rossi, gialli, grigi, neri, bianchi, marrone, blu, insomma..... tutta la tavolozza all'ennesima potenza, ora opaca, ora sfumata, ora vivida come una lampada elettrica. Ma le fogge, le fogge: anfore, catini, cupole di panna montata, giacigli e materassi, liane, fiori, padelle, spazzole, piante, alberi, pettini, zucche, cavolfiori, melanzane, patate, piume..... e mille altre che non si possono metaforizzare, perché il nostro occhio le sperimenta solo qui. Alcuni di questi organismi remoti sono molli, altri viscidi, altri duri come il granito, altri fragili come cristalli, altri urticanti.... ° ° ° “Dio non gioca ai dadi!!!”, ha urlato indignatissimo Einstein, al cui poderoso cervello di eretico della comunità scientifica dobbiamo le meravigliose, sconvolgenti equazioni della relatività, che hanno imposto al nostro pensiero uno sforzo ancor maggiore di quello con cui Galileo ci aveva obbligati a non obbedire ai nostri sensi, per chinare il capo di fronte all’evidenza del metodo scientifico; sforzo maggiore perché, abbattendo le barriere tra spazio e tempo, Albert ci ha tratti a genufletterci davanti alla dimostrazione matematica, rinunciando (certo non per sempre, ma sine die) anche alla prova sperimentale classica (non c’è “cannocchiale“ in grado di registrare il fermarsi del tempo alla velocità della luce) . Ah! quale violenza sovvertitrice e vivificatrice sulle nostre piccole menti, adagiate tra i rassicuranti guanciali della geometrica evidenza cartesiana, o spaparanzate sui morbidi kantiani aprioristici immutabili vecchi amici, il fedele Sor Tempo e il tranquillo Sior Spazio... “Dio non gioca ai dadi.... “, ha ripetuto fino all’ultimo giorno di una vita posseduta dal demone della conoscenza (il più geloso, esclusivo e intollerante tra quelli che abitano la nostra mente), fino all’ultimo giorno riluttante di fronte alla teoria quantica e al principio di indeterminazione. Sì perché il lavoro di Eisenberg, pur essendo prole generata dal sangue stesso della relatività, gli pareva – col suo fondamento probabilistico – sguaiato di fronte all’eleganza e al rigore della fisica classica a cui, pur essendone il sovvertitore – sempre sentì di appartenere. “Dio non gioca ai dadi... “, ossia, il mondo non è caos informe e indeterminato, governato dal caso, bensì il cosmo, il tutto armoniosamente ordinato degli antichi greci, governato da bronzee leggi necessarie e inderogabili, anzi, probabilmente, per Einstein e molti altri, da una sola grande semplice legge unificatrice, che un giorno sarà dato alla scienza – e per suo tramite alla specie umana – afferrare, tracciando in un’unica rigorosa equazione tutti i fenomeni universali. Non casi insomma, ma cause. Così ha detto lo scienziato più simpatico di tutti i tempi (l'unico, peraltro, a mio modesto avviso, ad avere mai avuto le physique du rôle); tanto carismatico, con quella sua giacchetta strattonata e la quella chioma da anarchico, da aver ispirato la minimalist music di Philip Glass e, al pari della dolce Maryilin, il pennello pop di Warhol: “Dio non gioca ai dadi”, eeh nnoo! Grande, buono, santo Bertone! Siamo tutti con te, a voler afferrare con mano sicura e certa questo spazio-tempo: qualsiasi sia il nostro punto di osservazione, noi ci siamo affezionati..... ° ° ° Non so quali conoscenze Einstein avesse di biologia marina; ritengo fossero senz’altro di gran lunga superiori alle mie, che non mi consentirebbero nemmeno di superare il vecchio esame di V elementare. Una cosa però mi arrischio a ipotizzarla: Einstein non ha mai ... praticato lo snorkelling (o le immersioni subacquee). Perché? Perché se avesse osservato i coralli, con quel suo sguardo capace di rovesciare mondi, quella frase così famosa (“Dio non gioca ai dadi!”) non l'avrebbe detta. Perché, guardate un po', c'è la sconcertante multiformità della barriera corallina... Mi spiego. Prendete un foglio di carta grande come il mare, spennellateci sopra a occhi chiusi uno scarabocchio del tutto casuale, aprite gli occhi e osservatelo: vi apparirà un grumo di inchiostro senza capo né coda. Chiudete ora di nuovo gli occhi, e, come un gigantesco Pollock, mille volte più frenetico, tracciate sul grande foglio un’immensa quantità di scarabocchi ognuno dei quali, a sé stante, non abbia nessun senso né alcuna relazione col precedente e il successivo. Andate avanti e avanti, uno, due, dieci, cento, mille, un milione di anni, dieci, cento milioni. Aprite gli occhi: Oh meraviglia! Come ha così suggestivamente spiegato la teoria dei frattali, eccovi di fronte a geroglifici che, nella loro infinita mutevolezza, ci appaiono tuttavia, mano mano che il nostro sguardo si solleva dal dettaglio per abbracciarne l’insieme, tanto simmetrici da sembrare proprio voluti da un'unica illuminata mano cosciente e creatrice. Potete rendere l’esperimento più rigoroso: munitevi di un tavolo da gioco, e di un certo numero (a vostra scelta) di dadi, e tracciate sul foglio grande come il mare dei segni di volta in volta diversi a seconda del numero risultante dalle casuali e ogni volta diverse traiettorie impresse ai dadi dalla vostra mano, che avrete cura di muovere in modi quanto più diversi possibile, e presto avrete dato rigore matematico al rapporto tra caso e regola o, se preferite il vetusto linguaggio filosofico, tra libertà e necessità. Ovvio, anche un bambino capisce che il mio esempio è sempliciotto: per quanto possa sbizzarrirmi, la mia mano non possiede che un numero determinato, sia pur difficilmente commensurabile, di possibili movimenti, e d’altra parte, per quanto possano i dadi essere lanciati in modi incredibilmente strambi, con traiettorie da Maradona che sovvertano la forza di gravità, essi sono pur sempre solo dei dadi, ossia dei cubi dotati delle canoniche sei facce. Appunto! Il bello è proprio questo: che aumentando il numero dei dadi, o aggiungendovi dadi anomali, o roulettes, e sommando i dati degli uni e delle altre, alla fine, se potrò fare un numero sufficientemente grande (cioè immensamente grande) di prove scoprirò sempre l’emergere di un ordine che sembra scaturire dal caos. Le ferree e necessarie leggi cosmiche sono dunque solo il frutto di una grandiosa casualità ripetuta all’“infinito“? (periglioso concetto, quello di infinito, che sfugge da tutte le parti, tanto che per i greci la parola diecimila significava anche infinito) Come un'enorme partita a dadi? Ecco il grande busillis: caso e causa, probabilità e necessità, legge e indeterminazione si rivelano, nell’esperienza di specie, complementari, indissolubili, circolarmente integrate..
° ° ° La mia pisciatina epistemolgica, cari amici, si ferma qui, perché, dilettante allo sbaraglio in queste discipline per me sempre esoteriche, se andassi oltre (povero pischello) mi romperei tutti i denti, oltre a scassare vostri attributi anatomici. Ma se intemeratamente mi sono spinto sin qui, parlando più per via di metafora che di scienza, è perché sono sicuro che molti credenti o agnostici non hanno mai provato ad ... osservare i coralli. Tra parentesi rotonda: se, come leggiamo nella Genesi, l’uomo è creato per signoreggiare sul mondo e condividere col Grande Artefice la contemplazione di tanta bellezza, per quale astruso motivo la gran mole di detta beltà, nonché la maggior varietà e la più bizzarra fantasia creatrice sono appannaggio di un mondo in principio all’uomo inaccessibile? Ma questa è domanda per i cristiani, e non per raffinati deisti, che irridono alla rappresentazione teatrale della Genesi. Torniamo a bomba coi coralli: posti una mente, un’entità, una forza, uno spirito o che diavolo volete, vuoi immanentemente presente o se preferite metafisicamente sovrastante il nostro mondo, e che contenga un logos, uno scopo, un progetto, un’idea, o un fine...... a che ...servono i coralli? A implementare la vita del mare? E sia! Ma a che serve la loro infinita varietà di forma, dimensione, colore? Non c’è ragione alcuna per cui i coralli (o che so, gli insetti, o i fiori, o le stelle...), debbano essere così tanti, vari e diversi. E avere la forma di un ombrello o di un pene. Se avessero una funzione previa, razionale, potrebbero compierla benissimo in forme milioni di volte meno numerose e gratuite. Così la loro delirante varietà è ai miei occhi una prova stringente dell’inesistenza, nel mondo, di qualsivoglia senso, progetto o scopo. Insomma, la prova dell’inesistenza di Dio A meno di non ammettere che Dio, beffardo e impertinente quanto Eros (che si divertiva a lanciare i suoi dardi scatenando le più violente e infelici passioni amorose), non sia un accanito giocatore di dadi. Se un Dio esistesse, l’unico sconfortante modo di rappresentarlo sarebbe infatti purtroppo (purtroppo per chi trova tranquillizzante l’idea di qualcosa che sia irriducibile al mondo fisico) quello di un incallito giocatore che, nel corso della Genesi, abbia deciso le forme di esistenza della materia lanciando infinite volte un numero infinito di dadi, per andarsene poi a spasso da qualche parte (ancora non sembra sia tornato...), senza curarsi minimamente delle conseguenze; ivi comprese quelle recenti, di quella manciata ridicola di milioni di anni che segnano la nostra tormentata presenza sul pianeta, fino alla nostra storia di indicibili sofferenze ed orrori. Come dite? Sofferenze ed orrori servono a metterci alla prova? A guadagnarci il Paradiso? Vabbe', ma, ripeto, in ogni caso, insomma, i coralli, a che servono? Insistete a credere? Non vi rimane a questo punto che l’urlo del Cristo: “O Dio, O Padre, perché hai abbandonato tuo figlio?“. Un grido destinato a restare senza risposta e a perdersi nell’immensità cosmica. Come ha scritto José Saramago, “Dio è il silenzio dell’Universo, e l’uomo il grido che dà significato a questo silenzio”.
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Di Admin (del 19/02/2010 @ 00:24:49, in Scrivere, linkato 129 volte)
ANGELI CUSTODI
ovvero di cani, gatti e altri animaletti
di Alessandro Mantovani
a Gisella, fata dei gatti
Una cosa che mi manca, qui a Florianopolis, sono i gatti.
Non posso tenerne uno perché dovrò assentarmi spesso e a lungo, e dunque sento una vera “saudade” per quella presenza silenziosa (beh, non sempre...), morbida, piena di grazia e di magia, per quella coda a punto di domanda che attraversa la casa, portando con sé il buonumore.
Mi sembra strano non sentire più, con il tatto e con l'udito, quel fenomeno sul quale ancora gli etologi si interrogano, le “fusa”, con cui i gatti manifestano le loro indecifrabili emozioni.
Forse ancor peggio, però, è che non ne incontro per le strade, o nelle case: i brasiliani, qui nel Sud (a Bahia è diverso), amano i cani, e i gatti sono una rarità.
Eccomi privato insomma di quel piacere speciale di incontrarli lungo la via, di vincerne la diffidenza, di sedurli, farli amici; fino al punto, talvolta, da farmi seguire per un breve tratto di strada....), prima di salutarli con un'ultima grattatina sulla nuca, o sulla pancia (da noi spesso assai pingue e poco ... felina).
Avvertendo questa nostalgia del mio pet preferito, mi sento in vena di riflessioni pseudo-filosofiche, alle quali mi abbandono insistentemente, come alla fine di un amore....
Perché amiamo con tanta intensità i nostri animali domestici (non importa qui se gatti, cani, canarini, criceti, coniglietti, ecc. )? Perché ci sembra talvolta che siano i soli esseri viventi (umani compresi) che desideriamo davvero vicino a noi?
Per dare facili spiegazioni abbiamo fabbricato molti luoghi comuni.
Tipologia 1, della serie siamo irrimediabilmente tarati dentro: “l'uomo è lupo all'uomo”, “siamo diventati così egoisti che non sappiamo più rapportare gli altri della nostra stessa specie”, “siamo così aridi che ormai amiamo un pappagallino colorato più di un amico, che abbandoniamo i nostri vecchi in un ospizio ma ci portiamo appresso Fuffi in campeggio, che preferiamo palettare la cacca del nostro Fido piuttosto che pulire il culetto del baby, and so on....
Tipologia 2, della serie tentativo di spiegazione sociale: siamo così soli ormai, in mezzo ai nostri simili, in un mondo gretto che ha ucciso i “valori”, che mette il denaro sopra tutto, ecc. che ci rifugiamo con più trasporto tra le zampe di un fox terrier che tra le braccia di un partner, che un siamese riverso sulla nostra pancia ci fa vibrare di piacere, mentre facciamo di tutto per sfuggire l'intimità con il/la consorte, e patatì patatà....
Ci sarà del vero, non contesto. Però a me piace pensare che ci sia qualcos'altro, più profondo, più remoto e - mentre sogno di affondare la mia mano nella pelliccia di un norvegese, o di un semplice europeo (parlo di gatti, non di umani, vivaddio...), ve lo voglio spiegare.
L'antropologia e l'archeologia hanno ormai stabilito con certezza che fin dai tempi più remoti i cani seguivano l'uomo, vivendo in simbiosi con le orde nomadi dei nostri antenati . Fin da allora, quest'animale dalla viva intelligenza e dalla spiccata socialità, ci aiutava nella caccia, nella difesa dello spazio dei nostri insediamenti contro intrusi e pericoli, sicuramente ci teneva compagnia, e giocava coi nostri cuccioli. E quanto simile a noi! Gregario, capace di tenerezze quanto di ferocia, così ben disposto a farsi guidare e comandare, geloso, bisognoso di affetto .....
In quei tempi remoti, nei quali il tool making animal, l'”animale che fabbrica strumenti”, cioè la “scimmia nuda”, si serviva ancora di pietre appena dirozzate, la differenza tra noi e loro doveva apparire (a noi e a loro) ben minore di quanto appaia oggi.
Se in seguito abbiamo appreso l'allevamento, moltiplicando così i nostri mezzi di sussistenza, imparando a crearli, proiettandoci nella grande rivoluzione neolitica, con chi abbiamo fatto le nostre prime esperienze di domesticamento, se non con il cosiddetto “miglior amico dell'uomo”?
I gatti devono essere arrivati più tardi, col semi-nomadismo, aiutando l'uomo a tener lontani serpenti, ratti, e salvandolo così da malattie o punture letali. Meno sociale del cane e poco gregario, ma pigro e opportunista quanto l'uomo, pronto – come solo l'uomo oltre lui può fare – a cacciare ed uccidere per il puro piacere (più feroce di una tigre, lo ha definito Baudelaire), il gatto ha dato vita a molti culti, il più famoso dei quali era praticato dagli antichi egizi, che in suo onore scolpirono possenti statue di granito.
Per questo Feuerbach dice che gli animali sono i nostri “angeli custodi”. E' salendo sulla loro groppa, imparando a servircene, a farne i nostri servitori, che ci siamo innalzati dalla preistoria alla storia. Grazie Feuerbach, per questa immensa intuizione, confermata poi dall'esame comparato delle società antiche: sono (vedi Morgan) i gruppi umani che hanno avuto a disposizione maggiore varietà e quantità di animali addomesticabili quelli che si sono evoluti più rapidamente. E dato che l'uomo non è un dato a priori, un puro prodotto naturale, ma il prodotto di una storia di milioni di anni, cioè della prassi umana (e prima ancora pre-umana), possiamo dire quanto segue: se gli animali addomesticabili non fossero esistiti, noi saremmo diversi da come siamo, il che equivale a dire che non saremmo, perché saremmo qualcos'altro.
Non a caso, almeno prima della civiltà, l'uomo – come provano i suoi Totem e i suoi splendidi graffiti – sapeva riconoscere negli animali che gli stavano accanto, anche quando doveva abbatterli, i suoi affini, i suoi alleati, e li onorava con svariate forme di culto. L'uomo sentiva bene allora, che la presenza degli animali è la conditio sine qua non della nostra “umanità”, e che identità e distinzione dagli animali sono qui tutt'uno.
Tanto è impressa al fondo del nostro essere l'idea della potenza “spirituale” di questi animali così prossimi a noi, che i lupi mannari hanno popolato di paura le nostre notti, e streghe e demoni hanno nel Medio Evo assunto le sembianze del gatto nero.
Di Admin (del 18/07/2009 @ 15:29:16, in Scrivere, linkato 179 volte)
Riflessione
di Franca Fusetti
Tempo fa ho scritto una breve riflessione interrogandomi su “Cosa siamo?”. Ne è risultata una riflessione in chiave filosofico-esistenziale, che ho pubblicato nella pagina “filosofare” di questo blog. Oggi mi ripeto la stessa domanda dalla prospettiva socio-esistenziale. Soprattutto mi ricorre di porla a me stessa, come individuo che trascorre controvoglia la rumorosa e concitata esistenza degli anni correnti. Anni molto confusi di una vita in corsa che non dà respiro né al corpo né alla mente. Fortunatamente è arrivata la crisi finanziaria e di conseguenza economica: forse non abbastanza grave per far rinsavire o forse sì, sufficiente, sufficiente agli esperti osservatori dei fenomeni sociali di capire e di trasmettere le loro analisi agli etablissements che governano i popoli e… che… speriamo… che le difficoltà insegnino e che ci sia una vera inversione di tendenza non , necessariamente, obbligata . Chi sono io rispetto alla società? La società per me non può che identificarsi nel gruppo sociale che conosco e che frequento. Il gruppo sociale che conosco cioè con il quale entro in contatto è rappresentato dalle istituzioni di quartiere, comunali, provinciali e regionali. Entro in contatto con le istituzioni nazionali solo per esprimere la mia preferenza elettorale degli schieramenti partitici di Camera e Senato. Potrei venire in contatto anche con altre istituzioni, come gli istituti penitenziari, cosa della quale dubito essendomi formata nei principi della buona cittadinanza italiana, rispettosa delle norme. Il gruppo sociale che frequento è un gruppo-non gruppo nel senso che io sono in relazione con svariati ceti della società e mi trovo nella posizione di una social-freelance. Non sono in realtà inserita in nessun gruppo. Faccio ceto a parte: un ceto che non può esistere composto da un unico individuo societario. In realtà credo molto nell’amicizia e potrei dire di far parte di questo ceto sociale. Non degli amici di facebook o twitter, non di quegli amici del “piacere di conoscerti, evvia!”, non di quelli che se non hai nulla da dare oltre all’amicizia, ti compatiscono. Faccio parte di quel ceto che non chiude mai la porta ad un amico, che è solidale con lui, che è disponibile ad ascoltarlo e aiutarlo con i mezzi di cui dispone, che lo ama per ciò che è, per ciò che può diventare e, anche, per ciò che non potrà mai diventare. Io, sinceramente, non so esattamente chi sono. Ho rivestito e rivesto diversi ruoli: studentessa, impiegata, moglie, madre, casalinga, pensionata, ora pure blogger… Io, sinceramente, so esattamente cosa NON sono: NON SONO UNA STRONZA e tanto mi basta!
Di Admin (del 29/10/2008 @ 10:50:14, in Scrivere, linkato 253 volte)
Un amore mancato
di Selene
- Mi piace l’eau de parfum Vidal - dissi. - Ma, andiamo! – pronunciò indispettito- Cosa ti viene in mente di decantare la Vidal! - Non la decanto! Sto solo dicendo che ha una buona profumazione. - Non sono questi i profumi da apprezzare!- sentenziò con saccenteria Mi sembrò che in quel momento si vergognasse di me. Non capivo cosa c’entrasse la marca di un profumo con la sua essenza. - I profumi francesi sono quelli da acquistare! Si vergognava perché non avevo dimestichezza di prodotti considerati alla moda dimostrando di non aver avuto un’educazione raffinata. - Educazione! Fosse stata quella la buona educazione! -Pensai. Ci rimanevo molto male a quelle sue uscite, ma ne ero innamorata e bastava poco per superare l’amarezza. Era l’amore dei diciott’anni e bastava indugiare un po’ nell’intimità della seicento, primo modello “porte controvento”, per rifuggire da tutte le uggie. Dovevo capirlo che per lui non ero che un esperimento. Ero una ragazza di campagna appena trasferita in città. Forse si sarà detto: “Vediamo un po’ come fanno le villanelle?” Purtroppo non avevo esperienza che si arrivasse a giocare con i sentimenti, ma quando mi ha lasciata senza darmi una spiegazione, ho compreso il suo cinismo ed ho sofferto. Per delusione ed umiliazione ho sofferto un periodo assai lungo. Per circa tre anni non ho avuto più la voglia di sentirmi desiderabile. Tre lunghi anni: il tempo di un lutto. Poi le cose sono cambiate e la vita ha ripreso la sua normalità. Di lui non ne ho saputo più nulla. Solo di tanto in tanto, mi prendeva la nostalgia dei bei momenti. Momenti vissuti, in prevalenza, nell’abitacolo FIAT. Fa sorridere, lo so, ma quello era il rifugio di molti fidanzatini di allora. Un giorno, dopo sedici anni, un amico comune va sull’argomento. - Mi ha confidato che ti ha pensato molto e che ritiene di aver fatto un grosso errore a lasciarti. Si è detto convinto che tu saresti stata la donna giusta per lui. - Dopo sedici anni! E per interposta persona… Che amore! Il tardivo intervento scoraggiò ogni più effimera revisione mnemonica. La Vidal ha chiuso da qualche decennio ed il cavallo bianco non corre più fra i flutti dell’arenile veneziano. Quello sì, è un vero peccato!
Di Admin (del 27/10/2008 @ 10:02:25, in Scrivere, linkato 268 volte)
Lo smarrimento
di Ciacia
Smarrito, nei luoghi inconosciuti alla mia percezione, si disperde il mio SE’.
Le vie della città, tutte uguali, nel loro volto di cemento, sono deserte nel rumore assordante. Non c’è anima viva che possa sentirti, accorgersi di te. Gli occhi non vedono che il duro cemento. Il mio corpo è inconsistente; so che non esisto per nessuno di questi, che, come me, si spingono nella via con mete effimere. Come me parlano al telefonino. Tutti si possono vedere sul telefonino. Con il telefonino siamo vicini anche quando stiamo lontani. Con il telefonino è tutto più facile. Non si spreca il tempo. Per non azzerare il credito, spesso ricorro agli esse emme esse. Però poi, chi li riceve mi risponde un’altra cosa. Non si riesce mai a scrivere la cosa giusta e chiara, su questi cazzo di telefonini. Mi devo tenere, dentro, tutta questa “impossibilità” di me stesso…che mi sento sclerare. Non si può dare in escandescenze: non sta bene. E poi, tanto, nessuno ti vede!
Ora, giro da questa parte che mi sembra abbia uno sbocco in via Costa; questa via me la ricordo, solo il nome, per il resto è cemento come tutte le altre. Ci abita un mio amico. Può darsi che sia a casa: così lo saluto.
Trovo la casa. Le finestre hanno le serrande abbassate. Vorrei suonare, ma il campanello non si vede; lo cerco da un lato all’altro della cancellata, niente! Sento una voce concitata che attraversa le serrande abbassate. Non è la voce del mio amico…me ne vado!
Bisogna preavvisare, non ci si può presentare così: anche loro sentono il bisogno di sclerare. E dove, meglio che a casa propria?
Continuo a vagare. Non so più dove mi trovo. L’angoscia mi assale e cado nel panico. Riprendo in mano il cellulare: premo OK sul numero di casa…
- Mamma, ci sei?
- Certo! E tu dove sei?
- In giro.
- In giro, dove?
- In giro, ti ripeto!
- …Tutto bene?
- Sì, tutto bene…
Di Admin (del 09/09/2008 @ 23:29:42, in Scrivere, linkato 253 volte)
"UN CAMERIERE DI TUTTO RISPETTO" di Mouscardin
Tito dovrebbe essere un cameriere al servizio di una coppia di signori milanesi divorziati. Per consuetudine, egli trascorre l'inverno con l'uomo nella metropoli lombarda e l'estate con la donna, nella sua villa in Costa Azzurra. Ho detto dovrebbe essere un cameriere a ragion veduta, in quanto il suo comportamento è un po' originale. Intanto occorre dire che proviene dal Salvador e quindi ha abitudini di vita non propriamente dinamiche. In villa, presso l'anfitrione, dove sono stato ospitato per un paio di giorni, ho scoperto che si alza sempre intorno a mezzodì. Per fortuna anche noi non siamo molto mattinieri e quindi ci accontentiamo di una prima colazione molto frugale ed assolutamente autarchica (nel senso che ci facciamo il caffè tra uno sbadiglio e l'altro e poi ci tuffiamo in piscina per svegliarci). Quando Tito si desta, porta il cane a passeggio per i prati del parco, sbocconcellando qualche biscotto e sorbendo una bibita tropicale con l'aiuto di una cannuccia, tenendo la bottiglietta nella mano libera dal guinzaglio. Dopo, fa una partitina a tennis con me o con la signora e quindi si dedica al pranzo. Non volevo credere ai miei occhi e alle mie orecchie, quando, seduto a tavola con noi, al desinare di ieri mattina ha cominciato a criticare l'ottimo riso della padrona di casa, delicatamente condito con limone e parmigiano, che lui aveva servito con grande stile ed eleganza. Insisteva nel dire che il limone era troppo e che avrebbe aggiunto un po' di zafferano. Dopo qualche timida replica, lei decise di non proseguire nella discussione, assicurando che, la volta successiva, avrebbe seguito i suoi consigli. Poi spostò il discorso su Chavez, affermando che si trattava di un galantuomo e non c'era motivo per accusarlo di brogli alle elezioni. Nessuno di noi aveva motivo di replicare seriamente alle sue argomentazioni e quindi annuimmo silenziosamente, dichiarandoci completamente d'accordo. La mia amica, prima di procedere nel pasto, mi fece presente che per educazione familiare e scelta culturale, Tito non serviva mai il secondo e non provvedeva neppure a cuocere sul barbecue la carne che lei compra, abbondante ed assortita, per consentire ai propri ospiti la massima comodità di scelta. Tito si alzò, infatti, dopo di noi, che avevamo provveduto ad una prima cottura e, scartando le fettine di vitello, che aveva selezionato, si mise ad arrostire una bella fetta di manzo, che divorò rapidamente, tracannando con gusto due bei bicchieri di vino francese. Al termine del pasto, si alzò ed indugiò un poco per togliere i piatti dal tavolo, con estrema nonchalance. Facemmo appena in tempo a chiedergli cortesemente di prepararci un caffè e, dopo, non lo vedemmo più, fino a tarda sera, quando ci salutò mentre consumavamo qualche piatto freddo, annunciandoci peraltro che sarebbe andato a sentire Gloria Gaynor nel locale più in della zona. Non ho avuto più il coraggio di chiedere chiarimenti alla mia amica, né lei si sentì in dovere di darmene, ma capii che forse era un argomento imbarazzante e feci finta di nulla per tutto il resto del mio soggiorno, comunque molto gradevole ed interessante, anche grazie ad un collaboratore familiare carismatico e degno del massimo rispetto.
Di Admin (del 14/08/2008 @ 15:52:12, in Scrivere, linkato 325 volte)
"UN TECNICO IMPRUDENTE" di Mouscardin
Venne da me un tecnico, che consideravo assolutamente equilibrato e competente, persona versatile nell'arte di arrangiare. Doveva quel giorno verificare soltanto la linea interna del telefono e mentre si affaccendava in alcune prove, mi venne in mente di continuare il mio lavoro, per il quale ero necessitato ad utilizzare il fax per l'invio urgente di un documento. Malauguratamente, il rapportino d'invio non perveniva, in quanto la macchina non era ben impostata. Fidando nella sua manualità ed inventiva gli chiesi se poteva correggere la relativa directory, considerando che il mio senso estetico m'impedisce di occuparmi di questioni meccaniciste, per le quali sono assolutamente refrattario e che qualsiasi opuscolo -contenente istruzioni sul funzionamento di qualsivoglia aggeggio - viene, fin dall'acquisto, immediatamente archiviato in luoghi, che diverranno irraggiungibili per la mia memoria, quasi si trattasse di un esorcismo diretto a mettermi al riparo da cattive sorprese. Il buon tecnico, ignaro delle conseguenze del proprio gesto, sollevò di buon grado il coperchio della macchina, accortosi, nel frattempo, che la pellicola d'inchiostro si era esaurita, impedendo la stampa del report - opzione, grazie a lui, ormai introdotta tra i comandi del fax. La sindrome ossessivo - compulsiva, unita a quella d'accaparramento, mi aveva portato ad accumulare, in tempi ravvicinati, tre o quattro scatole di ricambi; e, pertanto, trovai naturale porgergli il rotolo per la sostituzione di quello già utilizzato. Nessuno potrà mai credermi, ma l'operazione - apparentemente semplice - si tramutò in una serie di tribolati e vani tentativi per sfociare in un’imprevedibile diabolica situazione, dalla quale non si poteva uscire, a causa dell'impasse in cui si dibatteva la pellicola, reiteratamente ostile a stampare perfino un infinitesimo carattere e propensa invece a spezzettarsi impietosamente in tanti filamenti, in un harakiri inusitato ed inquietante: il maledetto rapportino, invocato con mille accorgimenti, era d'improvviso divenuto un oggetto indefinito ed irraggiungibile... Il mio guru affermava a quel punto - con indeclinabile decisione -che il prodotto fornitogli non era quello appropriato, ma apparteneva ad un altro modello di macchina e si risolse, quindi, ad utilizzare la propria coltivata abilità - coltello e tagliere alla mano - per adattare la vite alla bacchetta della pellicola e, di seguito, sostituire l'asta di trascinamento con quella già usata, nella vana illusione di riparare il congegno, anche a costo di mutilare di un dente l'indispensabile accessorio. Rien à faire, rien ne va plus... Dopo abbondanti perdite di energie psico-fisiche, mentre il perito stava per arrendersi, morso dalla serie di altri appuntamenti non rispettati - a causa dell'incauta disponibilità ad aiutarmi - mi venne l'idea di osservare attentamente le sigle e le illustrazioni all'esterno della scatola della pellicola, constatando con sorpresa che non sussisteva difformità alcuna rispetto all'originale dei ricambi in mio possesso, ma che un errore di posizione del rotolo aveva invece annientato tutte le prove consumate fino a quel momento. Il mio deus ex machina, insomma, aveva invertito con deprecabile sicumera rulli e viti, probabilmente fagocitato dalla fretta, dalla scarsa conoscenza del mio ineffabile fax, e dall'ansia da prestazione... Finalmente riuscimmo, a quattro mani, a compiere l'operazione corretta, ottenendo l'insperato risultato. Dopo, ci salutammo frettolosamente, farfugliando frasi di circostanza e ripromettendoci, in cuor nostro, che non ci saremmo mai più rivisti.
Di Admin (del 10/08/2008 @ 20:51:00, in Scrivere, linkato 316 volte)
“CLIMAX E CONDOMINIO” di Mouscardin
In un piccolo condominio nel centro storico di una bella città d'arte, con l'approssimarsi dell'estate si presenta un problema di non facile soluzione, neppure per amministratori piuttosto esperti nell'applicazione dei regolamenti e nel dirimere controversie complesse, legate alle quotidiane interrelazioni tra condomini. Che cosa succede durante la primavera e l'estate? Si aprono le finestre. Non sempre - durante il giorno - prima del mese di giugno e, diuturnamente, da giugno a settembre. L'antico palazzo che ospita alcune famiglie ruota tutt'intorno ad un cortile e ad un giardino interno, su cui si affacciano i vari appartamenti. Sicché per chi vi sosti o si protenda all'esterno, o lasci soltanto semisocchiuse le tende, durante le ore della calura o nelle notti afose, è abbastanza facile carpire suoni, voci, rumori, brani di conversazione, cinguettio di uccellini in gabbia, linguaggi di animali domestici. I proprietari sono persone tranquille. Professionisti, anziani, piccoli nuclei familiari. Ma all'ultimo piano, da qualche tempo, l'abitazione è stata data in affitto ad una giovane ragazza di neppure venticinque anni. Appariscente, mora, formosa, dallo spiccato e cristallino accento veneto, la quale non si sa bene che lavoro faccia, conducendo vita da single e restando fuori di casa una buona parte della giornata.Per fortuna. Perché per fortuna, vi chiederete? Perché, se così non fosse, episodi, come quelli lamentati dai vari abitanti del palazzo al capo condomino, sarebbero molto più numerosi e fonte di ancora maggiori imbarazzi, disagi psicologici e dubbi giuridici. Il tema è delicato, nonostante il femminismo galoppante e l'affermarsi ovunque, sul pianeta, delle teorie di W.Reich. La liberazione della donna, d'altra parte, può altresì comportare inconvenienti, turbamenti e messa in pericolo dei diritti dei terzi. La privacy, inoltre, ha fatto passi da gigante in ogni campo. Ormai in teoria non potrebbe neppure chiedere l'ora al vicino, se non sono state prese le opportune precauzioni. Figuriamoci quanto può accadere in campo sessuale... La giovane dell'ultimo piano non si fa notare, se non quando esce o rientra nel proprio alloggio. E’ una donna tutto sommato riservata. Però... Sussistono per la fanciulla alcune serie difficoltà di ordine fisiologico, connesse al funzionamento dei suoi floridissimi ormoni, e al suo entusiastico atteggiamento nelle relazioni intime. Sta di fatto che puntualmente, dopo reiterati episodi accaduti l'estate dello scorso anno, con l'arrivo dell'ora legale, la questione si è riproposta in termini eclatanti, producendo inquietudine e nervosismi diffusi tra i proprietari. Una signora, abitante al pian terreno dello stesso edificio, aveva da sistemare il suo piccolo giardino, adiacente al cortile, sul quale prospettano le finestre dei vari piani, compreso l'ultimo dell'inquilina veneta. Per sistemare un oleandro, erano stati chiamati un giardiniere e suo figlio, allo scopo di potare qualche ramo troppo pesante, e provvedere alla sua sistemazione, dopo l'incurvamento del fusto, sotto il cumulo della neve caduta abbondantemente nelle settimane precedenti. I tre sono piuttosto indaffarati , ma, pian pianino, mentre sono all'opera e alacremente si procede alla ripulitura delle foglie secche e delle parti già eliminate, provenienti dal cielo, si avvertono gemiti indistinti, moti di stupore, parole d'incitamento, mugolii, gridolini, che diventano , via via, sempre più percepibili, con suoni modulati ed alcune specie di vocalizzi.E poi, articolazioni sulla vasta gamma delle note musicali, fino a tradursi in vere e propria urla, amplificate dal volume ristretto del cavedio e dall'inequivocabile significato d'incondizionata approvazione sensuale, di lì a poco, pronta a concludersi in ripetuti, prolungati ululati, dai toni profondi e caratteristici di una raggiunta beatitudine psicofisica dai contorni inequivocabili. Si può ben immaginare lo stupore e il disagio dei tre personaggi, nel frattempo, intenti alla cura della pianta. Sentirsi piovere in testa una tale cascata di musiche ed interpunzioni, puntini di sospensione, interrogativi, parentesi, virgole ed esclamativi, avrebbe scosso anche il più flemmatico degl'inglesi, inducendolo quantomeno a sollevare un monocolo al di sopra della palpebra, per comprendere meglio l'inconsueto concerto dodecafonico. Facendo leva su tutta l'attenzione, che le foglie dell'oleandro potevano suscitare, ed affrontando tipici argomenti britannici sullo stato del tempo e sulle previsioni meteorologiche delle settimane a venire, i tre astanti nel giardino riescono ammirevolmente a fuorviare l'udito e lo sguardo su soggetti del tutto insignificanti, ma sicuramente provvidenziali per il superamento dei gravosi momenti d'impasse subiti. Raccolgono, quindi, frettolosamente, guanti ed attrezzi e si accomiatano l'una dagli altri con reciproco sollievo. Prima di rientrare nella propria abitazione, la signora del pian terreno volge lo sguardo verso l'alto e vede esposti ai davanzali i suoi coinquilini, irrevocabilmente tesi con lo sguardo degli occhi e della mente verso le persiane dell'ultimo piano, dietro le quali s'intravede la chioma corvina dell'esuberante circe austroungarica, finalmente in stato di relax. La prossima assemblea, straordinaria, indetta urgentemente dal condominio, reca, ora, all'ordine del giorno, un oggetto inequivocabile: "richiamo al rispetto del regolamento per evitare i rumori e il disturbo della quiete". Non si sa quale esito potrà avere la discussione e quali delibere potranno essere adottate dall'amministratore.
Di Admin (del 31/07/2008 @ 11:11:33, in Scrivere, linkato 301 volte)
"LA BEATITUDINE SECONDO IL TANTRA" di Mouscardin
Seguo un corso di meditazione occidentale. Un tentativo piuttosto riuscito di coniugare l'oriente religioso e l'occidente razionale. Lo tiene un emerito personaggio, capace di analisi raffinate e profonde sul mondo delle emozioni e quello della scienza e sul loro contaminarsi alla luce di tradizioni sapienziali di non facile comprensione e di arduo esercizio pratico. Ora, non è ancora tempo di esprimere le mie valutazioni del complesso intrecciarsi di teorie estremamente affascinanti e coinvolgenti, prospettate con chiarezza esemplare dal curatore del seminario. Dirò soltanto che, specialmente ove si consideri la ormai diffusa crisi delle religioni positive tradizionali, se non proprio dello spirito religioso, queste passeggiate intellettuali posseggono una carica attrattiva notevole e indicano percorsi assolutamente originali, rispetto al nostro comune modo di pensare. Quello che mi è capitato durante l'ultima seduta è invece un evento fuor dell'ordinario, concretizzatosi all'improvviso davanti alla mia mente, mentre si faceva un esercizio di "vigilanza consapevole". Si affrontava il tema indicato da una via del tantra, la 112, per assaporare una concezione di beatitudine, legata all'unione con l'assoluto attraverso l'eros. Idea non polverizzabile in pillole di saggezza preconfezionate o secondo le balordaggini delle tecniche yoga, costruite ad usum delphini da qualche guru di periferia. Il docente c'invita a ricordare. Rammemorare un incontro erotico con l'emozione che ne è derivata, amando una donna. Orbene, non so come, ma facendo una rapidissima panoramica dei miei ricordi, non mi venne alla memoria nessuna delle ragazze, conosciute in vari periodi della mia esistenza. Per quanti sforzi facessi, neppure una delle deliziose donzelle, che mi donarono le loro gioie stupende, mi si presentò dinanzi agli occhi. Per quanto sconcertato, dovetti insistere con me stesso a più riprese. E così, quasi inconsapevolmente, si materializzò una figura mai frequentata in senso biblico, lasciandomi stupefatto ed incredulo. La meravigliosa fanciulla, con cui mi parve di aver ottenuto il massimo della beatitudine dei sensi, era rappresentata da una pittrice di acquerelli delicati e fantasiosi, con tocchi di colore leggeri ma penetranti, immersi in un'aura senza tempo, a cui si aggiungevano note musicali rarefatte e dolcissime. Isabella, esclamai. Sei tu? Finalmente. Non aspettavo che te, le sussurrai, astraendola di colpo dalla sala dell'esposizione, dove il giorno prima avevo apprezzato gli ultimi suoi quadri, ritraendone impressioni inedite ed indimenticabili. Lei mi sorrideva soavemente, annuendo e spargendo intorno a sé mille petali profumati, mentre si avvicinava, allargando le sue bianche braccia, avvolgendomi nel velo azzurrino della sua veste, muovendo graziosamente la lunga e morbida capigliatura, per accogliermi teneramente nell'infinito.
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09/09/2010 @ 7.35.06
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