airone rosso
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 09/05/2010 @ 23:45:55, in Narrativa, linkato 117 volte)

   Foto di Roberto Sauli

                                                             Biacco "brunello"                   

 

Un giorno ho incontrato il serpentello Brunello che gironzolava intorno casa.

La mia casa è vicina all’argine del Po; quella di Brunello pure.

Io vivo nella comodità di una casa riscaldata, ben arredata con oggetti belli e , in prevalenza, inutili; Brunello vive nei campi fra le macerie di una casa diroccata: la sua tana è sotto un cumulo di tegole rotte. Esce di mattina presto e la sera tardi per farsi il suo giretto in cerca di cibo.

Brunello di solito gira alla larga delle case abitate dagli uomini che sono, in gran numero, acerrimi nemici dei serpenti della sua specie, per questo si aggira prevalentemente lungo i fossi dove trova sempre qualche rospo o topolino che a loro volta vanno in cerca di cibo.

Chiamarlo serpentello non è del tutto corretto. Serpentello è un vezzeggiativo adatto ad un rettile di piccole dimensioni: che sappia io, è un nomignolo adatto a un orbettino, per esempio. L’orbettino ha altre abitudini di vita: lui si scava una buchetta, o approfitta di quelle scavate dai grilli talpa nei terreni erbosi, e vi s’infila dentro cercando di starci il più a lungo possibile. Brunello, invece, è un bel bestione lungo un metro e più, bello grosso: il suo vero nome è Biacco. Ha una serie di macule brune lungo il dorso che sembrano tante farfalle in fila indiana, disegnate sopra.

“Brunello, vattene da qui!, cosa ti è mai saltato in mente di fare questo giro?” Gli dico mentre striscia lungo il perimetro della casa degli uomini.

Nell’accorgersi di me, s’affretta a nascondersi sotto la soglia della porta d’entrata e lo zerbino.

“Vattene! Presto! Ché se esce la vecchia mannaia ti taglia il collo!”

Brunello se ne sta fermo tutto allungato, impaurito. Sta fermo anche perché sa che così è più facile passare inosservato.

Io mi allontano perché lui si riprenda dallo spavento. Riprende la sua corsa a ridosso della facciata. Malauguratamente trova l’intoppo di un altro zerbino presso un’altra soglia e crede di aver raggiunto un nascondiglio sicuro.

“Via! Via! Vai via di lì!” gli dico io. Anch’io ho paura perché sento il pericolo in agguato per lui. Anche lui lo sente. Non si allunga questa volta. Tira su la testa e parte del corpo e mi soffia.

“Che fai stupido? - penso- non sono io il pericolo!”

Par che mi dica: “bada a te e, a me, lasciami in pace di andare per la mia strada!”

“Vai! Brunello! Vattene per la tua strada: scappa! Prendi la via dei campi fra l’erba alta, dove nessuno riuscirà più a trovarti!”

Il mio pensiero non gli arriva. Rimane lì impettito e mi fissa con gli occhi spalancati e il collo gonfio. Il resto del corpo disegna un’esse sul marciapiedi. Sono attratta dal suo magnetismo , non riesco a distogliere lo sguardo: è bellissimo, forte e superbo.

Il momento è grave e decisivo: “Via…via Brunello…”

La vecchia mannaia s’affaccia alla porta.

“Accorrete!”Comincia a gridare con la sua voce arrugginita.

“Uccidetelo d’un colpo secco della mia ascia, ché io son vecchia e non ce la faccio da sola”.

Accorsero gli uomini che vociarono forte fra loro e si dicevano che si il serpente è pericoloso, s’intrufola nelle abitazioni e ti morde, non è velenoso, ma non si sa mai e poi  non devono girare attorno alle case.

Biacco brunello era terrorizzato, ora anche gli umani gridavano. Provò ancora a soffiare e poi a scappare, ma poi ricevette una bastonata che lo tramortì.

“E’ morto!” Esultarono gli aggressori, in fondo risollevati per aver chiuso la questione senza dubbio incresciosa.

“Non è ancora morto - disse la vecchia mannaia – si finge morto, conosco bene la loro astuzia”.

“Usate me per il colpo di grazia - si offrì la vecchia mannaia – la lama gli trancerà la testa, solo così perirà con certezza!”.

Uno sciagurato, fra il manipolo degli accorsi, sferrò il colpo finale e, nonostante la ruggine, la vecchia mannaia ghigliottinò Biacco brunello suppliziato sull’ara del pregiudizio e della paura.

 Racconto di Franca Fusetti

 

 

 
Di Admin (del 06/11/2009 @ 18:50:00, in Narrativa, linkato 172 volte)

                                               Raccolta Racconti Brevi

                                  di Franca Fusetti

 

            stampato in proprio    

                  nuovi racconti e quelli già presenti in questo blog

 

 
Di Franca (del 22/09/2008 @ 19:56:27, in Narrativa, linkato 278 volte)

Testo classificatosi al primo posto assoluto nel concorso Trifolium 2008 di Caravaggio Editore

SE SOLO….

                                                 di Claudio Spadoni

 

“La sofferenza avvicina le persone perchè le persone che soffrono sentono.

  E sentire è avvicinarsi al vero per capire il valore della vita” 

                                                                  ****** 

 

 

Istituto Neurologico Carlo Besta

24 novembre 2003

 

 

Lunedì mattina, ore otto.

Entro in ospedale.....finalmente!

Già, paradossalmente finalmente, perché spero che questa sia l’ultima tappa del mio percorso per sapere che cosa c’è che non va nel mio fisico.

Negli ultimi mesi sono passato da una diagnosi di legamenti crociati da operare, a una non diagnosi ed alla incertezza più totale.

Perchè l’ultimo ortopedico che mi ha visitato ha fatto una faccia diversa dai precedenti.

E mi ha chiesto di camminare.

Ed io ho camminato, come sempre zoppicando e sbandando, perchè la gamba sinistra dirige così, e l’altra non le si oppone.

E lui si è rabbuiato ancor di più dopo che mi ha visto camminare.

E ha chiamato a raccolta altri colleghi che hanno fatto la stessa faccia quando anche loro mi hanno visto camminare sbandando.

E alla fine mi hanno detto “non è cosa di nostra pertinenza” e mi hanno mandato qui al Besta, Divisione Neurologia.

 

                                                         28 novembre 2003

 

 Venerdì mattina, ore nove e trenta.

Sono trascorsi cinque giorni senza sapere nulla di nuovo.

Neanche dopo tutte le analisi, gli esami ed i controesami i medici si sbilanciano in una diagnosi definitiva.

Oggi mi hanno solo comunicato che mi dimettono per il fine settimana, ma che dovrò rientrare in reparto lunedì quando mi sottoporranno al prelievo del midollo spinale....quindi vuol dire che qualcosa c’è.

 

Ore sei e trenta.....di sera.

Ho il cuore che batte più veloce del solito.

Questo perchè un dottore intelligentone si è dato il disturbo di informarmi della mia situazione clinica davanti all’ascensore mentre sto già uscendo per il fine settimana a casa.

E quello che mi dice me lo dice senza mezze frasi:

“Signor Spadoni, dall’indagine strumentale che le abbiamo fatto con la Risonanza Magnetica, risulta la presenza di due macchie nel midollo di dubbia natura. E’ una cosa seria, potrebbe trattarsi anche di un tumore”.

Ed io sono qui, allibito, stordito.....e anche molto contrariato:

“E me lo dice adesso dopo tutti questi giorni di silenzio?

E poi in questo modo!”

“Ma come si permette di essere così superficiale?” penso.

“E se fossi una persona fragile che potrebbe reagire negativamente a notizie così gravi sulla sua salute??”

Lo guardo, ma è talmente tanta la sorpresa per quanto mi ha detto che non riesco a sbattergli in faccia il mio disappunto, ma solo un  “Va bene, a lunedì allora.”

 

Ed esco, col cuore che batte più forte e con la mente piena di contrastanti emozioni, fra la speranza che non sia mai il peggio ad arrivare e la paura del suo verificarsi.

  

*****

Fuori dal Besta la sera è fredda come si conviene nelle peggiori serate autunnali.

In quest’ora di punta la città pulsa della frenesia del traffico e della gente che cammina veloce per strada sui marciapiedi. Gente che si urta, si scansa, che non si guarda in faccia, o che se lo fa, lo fa distrattamente.

Gente che si dà d’insofferenza.

Ormai il mondo non si sopporta più.

Forse perchè non c’è più il tempo o forse perchè non c’è più la voglia di conoscersi meglio e stimarsi l’un l’altro per quello che si è.

E’ inutile negarselo: le persone non si vogliono bene.

Ognuno pensa per se, schiavi senza più speranza nell’obbligo di andare avanti, sempre, senza mai frenare, in questa società di trionfanti maleducazioni, imperanti arroganze e ormai rari valori morali.

E non vogliono più bene alla vita, perchè devono correre sempre più forte senza mai fermarsi, forse fino oltre la vita stessa.

Se solo sapessero cosa c’è dietro quelle grigie mura che ho appena lasciato.

Se solo potessero provare per un attimo il tormento che dà il dubbio che ho in testa.

Se solo sentissero.....

*****

Metto in moto l’auto per avviarmi verso casa.

Rosanna è seduta al mio fianco, in silenzio.

Sono sicuro che in cuor suo sta ancora imprecando sulla leggerezza di quel medico di prima.

Se avesse potuto ucciderlo lo avrebbe fatto.

Lo avrebbe fatto senza esitazioni e senza rimpianti.

Perchè tutto farebbe per me, per difendermi dal male e dai mali del mondo.

La guardo mentre la mia mano sfiora la sua e le sorrido, grato.

E quando lei si gira verso di me con quel suo sguardo d’amore sempre presente, so che ancora si starà chiedendo come potrà difendermi da quel mio pensiero così pesante e quale sarà il modo migliore per farlo.

 

 Si starà chiedendo quale potrà essere il migliore dei modi per me........

........per non farmi sentire male.

 

    1° dicembre 2003

Prelievo del midollo

 

 Seduto sul bordo del letto, piegato in avanti, abbraccio le mie gambe nude.

“Ora stia fermo e immobile!”.

Lo spruzzo gelido mi colpisce la schiena, là dove la maglietta è alzata, nel punto esatto in cui l’ago si farà presto strada.

Chiudo gli occhi e nell’ascolto del silenzio che c’è in me il mio cuore che batte mi tiene compagnia.

Non ho paura e non provo dolore.

Avverto solo i fruscii di chi mi stà intorno ed il bisbigliar di labbra che suggeriscono gesti che non posso vedere.

Ed il tempo che a volte si ferma e a volte sembra ripartire in una alternanza infinita, che però poi va a finire.

“Ecco, fatto!”.

Un tocco lieve sulla spalla mi fa riaprire gli occhi.

Le due infermiere che sono al mio fianco mi aiutano a sdraiarmi nel letto, adagio.

Non si muova e se le viene mal di testa non si preoccupi è normale. Fra un giorno o due andrà meglio.”

Sorrido di circostanza, ora che tutto è finito mi sento stanco e svuotato.

E’ come se col midollo mi avessero aspirato anche l’anima.

Giro piano la testa verso la parte della stanza dove so’ che c’è Pino.

Lui è li che mi guarda e quando i nostri occhi si incontrano mi regala un sorriso: “Come va Claudio, come ti senti?”

“Un po’ confuso, ma credo che il più sia fatto.”

Mi fa l’occhiolino e unendo l’indice col pollice mi lancia un ok di approvazione.

Guardo alle sue spalle la finestra che mi porta le immagini del mondo che c’è fuori.

Scorgo rincorse alate sugli alberi del parco e dei cinguettii lontani mi arrivano all’orecchio.

Socchiudo gli occhi su quei richiami di libertà:

 

 

“Cercano i merli fra l’intrecciar dei rami

 di farsi spazio per arrivare al cielo”

 

 

Il soffitto della stanza è bianco, ma con sfumature che sanno di sofferenza.

 

” Non si muova...fra un giorno o due....”

 

Rimango lì a fissarlo, immobile, nell’attesa del meglio che dovrà arrivare.

 

 

3 dicembre 2003

 

 E così è arrivato il lunedì e sono rientrato in ospedale.

Il tempo di svestirmi, rimettere gli abiti nell’armadietto, indossare il pigiama e mi hanno fatto la lombare.

Da quel momento non ho saputo più nulla fino a questa mattina, che è mercoledì, quando mi hanno informato dell’inizio della terapia.

Terapia per che cosa?

Nel reparto dove sono ricoverato le terapie possibili per le patologie esistenti sono due: cortisone o chemio.

E la chemio si sa che è per gli ammalati di tumore.

Ma se come me ancora non sei informato della malattia che ti ha colpito, non sai quale delle due ti toccherà.

E qui inizia la roulette con tutte le sue incertezze!

A seconda della flebo che appenderanno al trespolo di fianco al tuo letto saprai: boccetta trasparente cortisone, boccetta avvolta nella stagnola chemio.

E oggi la roulette tocca a me......che ancora non so.

La roulette arriva vestita dei panni del carrello delle flebo mentre il croupier è l’infermiera di turno, tutta di bianco vestita con il sorriso sempre presente.

Oggi è Silvia, una corpulenta bergamasca di poche parole e quelle poche ruvide, come i suoi modi, ma brava. Si muove sicura e denota abilità ed abitudine nei gesti che fa.

Mi volta le spalle mentre armeggia per preparare i medicamenti.

Ed il mio cuore inizia a battere più forte.

Tendo l’orecchio nella speranza che mi porti indizi: se sento rumore di stagnola che viene toccata vuol dire....se non la sento....se sento tintinnio di vetro è trasparente.....se non sento il tintinnio....

Stagnola tumore, trasparente no.

Quale sarà per me?

Nell’attimo stesso in cui esprimo il mio ultimo dubbio lei si volta....ed io la guardo.

Che strana apparizione.

Ha la flebo racchiusa fra le sue braccia che mi sembra un neonato in fasce, che però luccica.

 

La vedo che si muove come avvolta da una leggera foschia e si avvicina a me, piano e senza rumore...e si avvicina e avvicina la mano sinistra alla flebo che tiene in grembo.

Chiudo gli occhi...

.....Rien ne va plus!......il rosso vince, il nero perde....

Intuisco che ha allungato il braccio verso il mio trespolo perchè sento il fruscio della flebo sul suo camice e poco dopo il leggero rumore che fa la flebo agganciata.

E gli occhi sempre chiusi serrati da far male.

Li apro? Non li apro?

Non posso far altro che aprirli se voglio finalmente sapere.

E li apro...e guardo......e ho paura.........

...e la vedo...

.....Trasparente!!!!

Il cuore impazzito batte più forte di prima, ma ora con più leggerezza.

La stanza si è di colpo illuminata, il soffitto bianco è immacolato e il rumore si è trasformato in musica.

Mi viene in mente un passaggio di una vecchia canzone di Nada:

.....”Ride chi vince, chi perde piange”........

Io non ho vinto, ma non piangerò.

 

 Non piangerò perchè ho perso molto meno di altri che sono qui dentro.

 

Nella trasparenza di una flebo mi è rimasta la speranza.

La sera è arrivata con le sue ombre che allontanano gli ultimi bagliori del giorno.

La sera è arrivata e con lei la diagnosi certa e definitiva:

Sclerosi Multipla Primaria Progressiva.

 

                                                       ****

 

Alberto ha parlato nel sonno questa notte.

Ha parlato e chiamava la sua bambina.

Elisa ha tre anni, ha i capelli biondi e gli occhi chiari della madre.

Alberto dice che da parte di padre ha preso il naso e la bocca.

Spera però che diventi più bella come donna di quanto non lo sia lui come uomo.

Da come la invoca nel sonno si capisce che la ama tanto.

Alberto ha trentun anni ed è tenente di vascello della Marina Militare Italiana.

E’ uno dei 2800 marinai che partecipò alla guerra del Golfo.

Ora è in congedo per malattia.

Alberto è nel letto di fianco al mio.

La sua flebo è di stagnola argentata che brilla come una stella cometa e gli sta facendo contare gli ultimi 180 giorni della sua vita.

 

****

 

 Fuori dal Besta la vita continua a correre, come un’auto impazzita, al ritmo dei nostri presunti bisogni e delle nostre cieche follie.

Inarrestabile…..

 

…..Se solo sentissimo….. 

 

 

  

 

 

 
Di Franca (del 05/08/2008 @ 12:35:03, in Narrativa, linkato 292 volte)

Racconto pubblicato nella raccolta antologica del concorso letterario Trifolium 2008- II Edizione -Caravaggio Editore

 Nara e Pepo


Autori: Franca Fusetti testo normale
            Claudio Spadoni testo corsivo



Fermare l’attimo. Comprendere che quello, veramente, è tutto quanto ci è dato di vivere nella nostra vita. L’attimo che non appena ne abbiamo consapevolezza è già trascorso e di cui non rimarrà che memoria. E’ mezzanotte passata. Nara è sottocasa con il cane Pepo per l’ultima uscita giornaliera. L’aria è frizzante, quasi pungente. S’intravede un fazzoletto di cielo stellato attraverso un piccolo squarcio della gialla illuminazione notturna. Le fa bene respirare l’aria vivida della sera. Non sente freddo; è bene avvolta nella giacca a vento, con in testa calato un berrettone di lana. Il cane Pepo è sempre pronto, lui,  vestito del suo manto fulvo. E così agghindati, i due s’incamminano nel viottolo che attraversa la zona erbosa di un prato di discreta ampiezza anch’esso illuminato. Il cane la segue trotterellando sulle corte zampette chiare. E’ un po’ buffo quel Pepo, con gli arti corti, sproporzionati rispetto al tronco. Pure il suo musetto bianco fin sopra alle arcate oculari è troppo pronunciato. Nella sua stranezza sembra una maschera di carnevale con la bautta bianca da cui gli risaltano due occhini scintillanti ed il naso nero, polposo e tumido. Per un nonnulla, sventola la spavalda e irsuta coda. Nara sta bene con il suo Pepo. Si sentono in simbiosi, loro due. Si capiscono. Soprattutto nei momenti di crisi e di profonda insoddisfazione. Si può dire che il cane Pepo sia colui che meglio la comprende. Normalmente i due obbediscono ai propri bisogni. Il Pepo alle sue necessità corporali ed istintuali, Nara ai bisogni emotivi ed esistenziali che la inducono a rimuginare sulle cause del proprio agire e circa le vicende della sua vita. E poi, come se non bastasse, è incline a filosofeggiare, ricercare la vera natura delle cose. Il cane Pepo lo tiene al guinzaglio, armai sono abituati così. All’inizio, quando l’ha raccolto dalla strada, anzi dalla campagna del delta padano, è stato necessario trattenerlo alla cavezza perché si comportava da animale libero e rincorreva tutte le femmine in calore fino a perdersi fra le case. Le rincorreva a briglia sciolta mettendo un’angoscia spaventosa a Nara, quando galoppando scompariva dietro l’angolo della via o fra la sterpaglia di un terreno incolto, presso il campo nomadi, dove probabilmente gli avrebbero procurato una fine orribile. Chissà perché quell’intima certezza della donna, convinta che i nomadi avrebbero mangiato il suo cane? Era vittima dello stesso pregiudizio per cui i comunisti sarebbero stati dei mangiatori di bambini? Una paura infondata ed inspiegabile. Mah, figurarsi! Solo invenzioni della propaganda fascista. Ve ne sono stati di crimini nefandi contro i bambini, in ogni epoca, ma che i comunisti si siano macchiati di tali delitti è fuori discussione, si dice Nara, obbligandosi a pensare ad altro.

Già! Pensare ad altro perché l’attimo fugge e non va sprecato e anche perché lei è lì con Pepo a gustarsi il silenzio che c’è intorno e non per disquisire su fatti la cui verità non è mai singola e a volte mai quella vera. E poi c’è la luna che ora abbaglia il cielo con il suo argento e che la illumina ed illumina Pepo. Pepo che  ad un tratto ferma il suo trotto per guardare lontano in un punto imprecisato dell’orizzonte. Allunga il muso, mugugna un po’ per poi guaire sommessamente, portato a questo forse da un ricordo ancestrale di avi lupoidi che, liberi al passo nelle notti randagie, guardavano la stessa luna ululandole addosso.
-Si ricorderà di questo?-si chiede Nara stupita.
E lui quasi avesse sentito il suo pensiero gira un po’ la testa di lato, a guardarla rizzando le orecchie attente e a rincarare il lamento.
-Sì, si ricorda di questo!
Lo invidia per quel suo sentire vero che la natura gli ha donato e che lui ripaga, non dimentico, coerente con il suo istinto mai dato in baratto agli uomini. E nell’ammirarlo, una tenerezza infinita che la fa chinare su di lui per accarezzarlo piano con dolce movimento della mano. E piano continua per non fargli male e per non distrarlo da quel suo attimo animale che lui ha fermato e che potrebbe fuggire via.


Sì! Piano! Sopra ogni altra attitudine, lui è un segugio. Annusa ogni decimetro quadro di terreno alla ricerca dei meravigliosi profumi che si celano fra i ciuffetti di tarassaco sbocciati all’ultimo sole, nell’erba tenera. Col muso rasoterra procede con frenesia, per fermarsi poi d’un colpo, scavare nel terriccio alla ricerca d’un tesoro che il suo fiuto non tradisce. Lei non vede nulla di ciò che il Pepo ha trovato: sono tesori riservati unicamente alla razza canina. Nara si mette pazienza. In fondo è lei che ha ceduto alle sue attenzioni, nella lontana estate del Duemila, quando è scoccata la scintilla. A qualche passante curioso le è capitato di raccontare:
-Me lo sono trovato, un bel giorno come ho messo piedi fuori dall’uscio. Si riparava all’ombra della Lancia Ipsilon che posteggiavo nel giardino della mia casa in Borgo Polesinino.
-E’ un trovatello, dunque?-osservava lo sconosciuto.
-Sì! E’ il mio randagino. Sa,-continuava Nara- è stato un accoglimento progressivo. Nei primi giorni, andava e veniva. Scompariva dopo aver mangiucchiato qualche resto. Gli lasciavo una ciotola d’acqua fresca all’ombra del melograno in fiore. Il pomeriggio davanti casa calava l’ombra. Si era di già orientato. Così ricompariva. Si scavava una fossetta nel terreno sabbioso a lato della terrazza e vi si adagiava. Badando a che il ventre aderisse pienamente alla fresca umidità del suolo.
-Eravate soli? Lei ed il cane?
-Che gl’importa a questo?- pensava Nara, ma gli rispondeva lo stesso: -In affetti, sì, eravamo noi due fino al fine settimana. Riguardo al cane, quando io comparivo, rialzava testa e busto sulle zampe anteriori e sembrava timidamente aspettare un rimprovero prima di decidersi alla fuga. Mi mettevo seduta nella sdraio in compagnia di una buona lettura e lui si riadagiava a sonnecchiare. Non l’ho mai rimproverato ma ogni tanto gli ricordavo di non pensare che quella fosse la sua nuova casa. In realtà, non avevo tempo di occuparmi di lui, allora. Avevo appena aperto il Bed and Breakfast. Ricordo che gli dicevo: stai pure qui, per oggi, ma sappi che te ne dovrai andare al più presto!
-E lui?- chiedeva il passante con espressione divertita.
-Lui capiva che avrebbe potuto restare ancora per un po’. S’accoccolava nella buca di sabbia e ci restava per tutto il pomeriggio- scompariva all’imbrunire. Credendo di non rivederlo più. Sia pur a malincuore, tiravo un sospiro di sollievo.
-Dove si trova Borgo Polesinino?
-Ancora?- si chiedeva Nara…-Che gl’importa a questo qui? – ma docile rispondeva, dato che difficilmente rifiuta il dialogo, anche se impostato sulla curiosità superficiale, come spesso accade. –Si trova fra il Po di Gnocca ed il Po di Goro sulla riga di confine fra l’Emilia Romagna ed il Veneto, presso le foci. Sempre riguardo al cane, ho ricercato a lungo la casa di provenienza, senza giungere ad alcunché. L’unica persona che ne sapeva qualcosa era la Sandra.
-Sì, era da me. No, non è mio. –Aveva detto a suo tempo la Sandra. –E’ arrivato un giorno, -disse- dopo lo scontro delle macchine a Scanno. Ho capito che il Pepo doveva passarsela male così malconcio, mezzo spelacchiato. Sicuramente era stato allontanato dal branco.
La Sandra, una tracagnotta del luogo, era piena di animali che nutriva con gli avanzi delle sue intemperanze alimentari. Il nutrimento era l’unica cura che riservava agli animali del fienile, popolazione numerosa. Guai attraversare lo stradone che fiancheggiava il fienile. Un codazzo di cani latranti ti avrebbe rincorso fino in fondo al sentiero sterrato!
-Bene! Bene! –disse il passante curioso per accomiatarsi, preso improvvisamente dalla fretta.
-Ma perché perdo il mio tempo a socializzare con gli sconosciuti?- pensa Nara rammentando l’episodio:
quella sera d’inverno rigido erano soli lei e Pepo; a quell’ora nel viottolo, non vi si scorgeva anima viva.


Qualche tempo prima, poco lontano, Pepo…In località Scanno, appena fuori l’abitato, le luci sul ciglio della strada illuminano il suo corpo tumefatto e immobile. Piove a dirotto e le folate di vento gelido che fendono l’aria, scagliano le gocce come frecce che colpiscono Pepo agli occhi. Occhi socchiusi e doloranti che vedono le cose lì intorno confuse e sfocate, dense come nebbia padana stagnante. Nebbia che non fa vedere bene ciò che lo circonda e che forse lo minaccia, ma che lui dunque non sa. Così come non sa dov’è e cosa sia successo: un attimo prima era seduto in auto, dietro, nel vano creato apposta per lui da Piero e Anna, i suoi padroni, a dividere la sua attenzione fra sorrisi, gridolini gioiosi e carezze; un attimo dopo l’urlo raccapricciante di lamiere dilaniate l’aveva tramortito e scaraventato in alto. Poi, il nulla. Si è svegliato così, nel buio della notte, sdraiato sul fianco ad annusare faticosamente l’asfalto che è sotto di lui. E’ confuso e non capisce il senso di quel lampeggiare di bagliori azzurri e di quelli chiari, ma più lontani, che veloci si avvicinano. E non comprende le parole di mille voci sovrapposte all’urlo del vento: voci che gridano forte, così come forte ululano le sirene. E poi il freddo, quanto freddo sente nelle sue carni. Non vorrebbe più sentirlo e vorrebbe non sentire più il dolore, mentre forte è la voglia di lasciarsi andare a quel torpore che lo avvolge e che insidioso lo confonde. Ma poi, quando ormai sembra al limite del sonno e dello sfinimento, un fremito che gli arriva da dentro lo fa vibrare: raccoglie tutte le sue forze e si tira su, sulle zampe anteriori e accenna un movimento. Le zampe posteriori ancora non rispondono al richiamo ed allora Pepo le trascina e così, centimetro dopo centimetro, strisciando la pancia, si avvicina sempre di più al lato della strada dove lo guida l’istinto. E con fatica lo raggiunge nell’attimo stesso in cui un ultimo bagliore lo colpisce ed un’altra folata di vento, più forte e più gelida delle precedenti, lo fa rabbrividire. Un ultimo sentore di dolore al corpo e poi si lascia andare, sfinito, dapprima scivolando e poi rotolando giù dalla china che fiancheggia la strada ed il buio. Nessuno si era accorto di lui. Il sole ha ripreso possesso della natura ed illumina il mondo che rinasce a giorno. Un sole timidamente tiepido, ma confortante. Pepo lo sente su di sé quel sole amico, ancor prima di riaprire gli occhi e di riprendere coscienza del suo nuovo risveglio. E con quel sole, suo malgrado si trastulla, facendolo apparire piano sulle ciglia per poi farlo scomparire richiudendo gli occhi, in un altalenante gioco di luce ed ombra. Poi ferma lo sguardo e lo fissa su quell’azzurro cielo, meravigliato. Ora intorno a sé sente il silenzio e le cose incominciano a riprendere chiarezza e forma e gli sembra che anche il dolore sia più leggero e le forze rianimarsi nel suo corpo. Sente la voglia di muoversi. Piano alza la testa. Intorno è tutto un ondeggiar di fronde di alti alberi schierati in gruppo e la campagna piatta si perde a vista d’occhio davanti a lui, fino all’alzarsi dell’argine, in prossimità del fiume. Pepo ora è in piedi, malsicuro sulle zampe, ma pronto a rischiare il passo. Un ultimo sguardo alla cima della china da dove è caduto. E aspetta di veder apparire loro, Piero e Anna. E resta lì fermo. E resta lì, fermo e aspetta, nell’attesa del loro richiamo. Richiamo al quale sarebbe seguito l’agitarsi frenetico della sua coda e il suo latrato di felicità nel rivederli. E loro lo avrebbero abbracciato forte stringendolo al cuore e lo avrebbero consolato per lo spavento preso e per la loro paura di non rivederlo più. E poi, finite tutte le effusioni, lo avrebbero riportato a casa, con loro, come prima, per sempre. Una speranza, quella di rivederli, che ha animato il cuore di Pepo per parecchi minuti. Ma vana è stata l’attesa perché nessuno è venuto all’incontro. E man mano che il tempo passava, l’attesa era diventata nostalgia per poi trasformarsi in rimpianto e per infine cementarsi in dolore dentro. Pepo si era reso conto di farcela, solo più tardi, dopo aver visto la china dalla quale era scivolato la notte prima, diventare piccola all’orizzonte. Ormai era a ridosso dell’argine del fiume e le forze si erano ridistribuite sulle quattro zampe pur se quella posteriore destra zoppicava vistosamente. Se l’era trascinato dietro, l’arto inoperoso, in quel suo tragitto dalla meta incerta, calpestando l’erba soffice e calpestando i ciuffi di carice spondicola e le infiorescenze di giunco che si crogiolavano al sole. Ora era arrivato ai piedi dell’argine ed aveva alzato lo sguardo verso la sua fine. Non molta come distanza, ma tanta per le sue forze limitate. Il ronzare di un calabrone vicino al suo naso lo distrasse da quel calcolo. Scostò di scatto la testa e apri la bocca facendo scattare le mascelle nell’apri/chiudi di un veloce morso. Morso che diede al vento, perché il calabrone fu più veloce di lui e delle sue intenzioni di eliminarlo. Guardò ancora in alto, ma ora più in su, verso il cielo. Annusò l’aria. Discese infine con lo sguardo al suolo, disegnò un ampio giro su se stesso, come se volesse ricongiungersi con la sua coda ed infine si adagiò piano, raccolto intorno a sé. Pepo pensò che fosse giusto così e meritevole di un po’ di riposo dopo tanta fatica. Fretta di arrivare dove ancora non sapeva, non ne aveva di certo. Sotto di lui l’erba sapeva di vita e aveva un buon profumo. Alzò il muso in alto per vedere la salita che lo avrebbe aspettato se non fosse passata la generosa Sandra che lo raccolse nel suo accogliente seno e se lo portò al casolare. La prima volta che Pepo vide Nara, la vide che usciva dalla porta di casa. Al casolare, poco lontano, era stato assalito dai cani già padroni del territorio. L’istinto di sopravvivenza l’aveva portato a difendersi dall’aggressione, ma le forze erano visibilmente impari e, vista la malaparata, aveva pensato bene di fuggire via per evitare guai peggiori. Si era rifugiato per dormire ai piedi di una macchia di cespugli e lì era rimasto fino alle prime luci del giorno. Poi, levatosi di dosso l’immobilità del sonno con un poderoso scrollane del dorso, si era incamminato, come sempre senza sapere la sua meta, ed era arrivato lì a metà mattino quando il sole faceva sentire in pieno il suo calore. Aveva superato i cespugli di melograno in fiore ed era entrato in giardino, guardingo e circospetto. Sentiva però un senso di quiete aleggiare nel suo cuore e questo lo tranquillizzò. Girovagò curioso, inseguì il volteggiare allegro di una farfalla ed infine sfogò il suo bisogno fisiologico sulla corteccia del ciliegio. La terra del giardino sapeva di buono e Pepo l’annusò tutta fino ad arrivare vicino all’auto che con il suo ingombro aveva creato una bella porzione d’ombra sull’erba. Annusò i pneumatici e poi riportò la sua attenzione alla terra ed ebbe voglia di raschiarla con le unghie. E così fece, dapprima piano, poi sempre più velocemente, fino a scavare una piccola buca. La frescura si mischiò all’odore delle radici esposte al sole e Pepo se la incamerò tutta dentro con un ultimo giro di fiuto. Poi si accomodò in quella naturale cuccia alla ricerca di un po’ di sollievo dal sole. E fu nel momento in cui finì di raggomitolarsi al suolo che vide Nara. E quella fu anche la prima volta che risentì un dolce fremito nel cuore.

Nara era come rapita dagli occhi fiduciosi del cagnolino spelacchiato. Intanto lo lasciava libero di andare e tornare. Di notte in notte Pepo rivedeva la sua postazione, rendendola sempre più prossima all’ingresso. Raggomitolava uno stuoino di fettucce di cotone, come cuccia, ed aspettava l’indomani.
-Se proprio continui a girovagare - gli ha detto un bel giorno – vieni qui che ti lavo, almeno ti toglierò la lordura delle fogne a cielo aperto.
Più della fognatura, lui amava frequentare il guano delle colombaie di un vicino. Dopo il primo bagno il Pepo deve aver pensato: - E’ fatta! Eccomi sistemato! – Primo bagno. Prima scatoletta di Chappi. Prime carezze. Aveva un bel dire Nara:
-Bada bene che è tutto provvisorio, non ti porterò certo a Mestre!

Nel giorno acceso che prelude al tramonto Pepo non sapeva cosa volesse dire “Mestre”. Ma in cuor suo sentiva che era una buona cosa.



 
Di Franca (del 23/03/2008 @ 14:59:01, in Narrativa, linkato 348 volte)

Nell’anno che verrà

Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’, anche se mi domando a che serve ancora scrivere. E’ già stato scritto tutto. Non c’è proprio più nulla da aggiungere o da esplorare. Ogni produzione non è che un déjà-vu.
Ma perché, mi chiedo, impugno una penna ed allineo una parola dietro l’altra? Ma sì, lo so, rispondo ad un bisogno interiore. Voglio raccontare le mie emozioni. Vedi caro amico, ci voglio essere anch’io. E non mi basta trasferire moti profondi in pagine di quaderno per una raccolta segreta; se così fosse avrei un ripostiglio stipato di diari.
Non scrivo per me stessa ma voglio raccontare e nello stesso tempo desidero leggere il racconto di altri: a questo scopo non scriverò che lettere. Lettere indirizzate a te, sicura di essere letta e di ricevere una risposta…nell’anno che verrà.
Da oggi, dunque, è questa la novità, l’ipocrisia dello scrivere per me stessa è tramontata: scrivo per essere letta dagli amici poiché non oso presumere di aver titolo ad essere letta da persone sconosciute. Gli amici sono una gran panacea, ma qualcosa ancora qui non va.
Ogni sera mi riprometto una migliore condotta per l’indomani credendoci fino in fondo.
Domani ridurrò la quantità di calorie della mia dieta. Uscirò e farò del moto. Una camminata ad andatura sostenuta, sarà ciò che farò, procurandomi del benessere al corpo ed allo spirito.
La mia meta potrebbe essere Venezia, dove c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra.
La sera non mi balena mai l’idea di levarmi di buonora con il solo obiettivo Venezia. Sono pigra.
La sera non penso che a distendermi sul mio letto per darmi alla lettura. Leggo. Si sta senza parlare per intere settimane. La lettura è la mia anfetamina contro la paura del sonno.
Concentrata su un romanzo evito pensieri angosciosi. Mi immedesimo in quelli dell’autore di turno. Cerco di capirlo in profondità di scavare nelle sue remote e forse inconsce motivazioni del raccontare. Uno scrittore racconta pur sempre se stesso che lo voglia o meno. Così conosco gente. La mia libreria è un circolo culturale cartaceo piegato ai miei ritmi relazionali, alla mia volontà e capacità di entrare in sintonia con i contenuti letterari.
Con la lettura fuggo dall’ingombrante assillo della quotidianità. Fuggo dalle banalità consolidate di un pensare convenzionale. Fuggo dal pregiudizio. Fuggo da fraintendimenti e risentimenti di una comunicazione frettolosa, spesso malata. E fuggo anche da me stessa eludendo la difficoltà del rapporto con l’altro. Mi rintano sul lettone tutte le sere. Tre, quattro, cinque, sei ore. Dipende dalla tensione. In compagnia dei miei autori preferiti a volte. Spesso con nuovi, per ricevere emozioni e riscoprire altre interpretazioni del mondo. Interpretazioni da condividere o semplicemente da rispettare. Fuggire attraverso la fantasia degli autori che mi porta in ambiti sconosciuti. Solo così posso cedere all’incognita del sonno e passare una buona notte.
Buonanotte!
E’ di nuovo giorno.
Sono sopravissuta.
Esco di casa.
Non vado a Venezia.
Ho il mio Pepo al guinzaglio e procedo nel parco cittadino seguendolo lentamente. Assecondo la sua natura di sniffatore di ogni ciuffetto d’erba e di ogni radice arbustiva che incontra. Ha voluto inoltrarsi nel nudo e stretto sentiero che taglia in due l’area ovest del parco della Bissuola. Un sentiero formatosi dal calpestio di trasgressori della viabilità predisposta. Rimane un po’ nascosto dalle alte chiome delle robinie.
Mentre sosto in attesa che il Pepo soddisfi il suo olfatto, noto una figura appartarsi furtivamente presso un arbusto. La mossa repentina mi incuriosisce. E’ una donna che alza l’ampia gonna sulla schiena e scopre la parte inferiore del corpo. Piega il busto a portafoglio scomparendo oltre la ruota della gonna. Flette appena le ginocchia. Sono calamitata dalla inaspettata scena che osservo da lontano, ma non troppo. Disto una quindicina di metri. La vedo bene da quel sentiero dove il passaggio è frequente. Forse lei non lo sa.
La donna così piegata perde la sua qualità di essere umano. E’ una creatura zoomorfa. Ciò che di lei appare è il bianco ed enorme bacino solcato dall’ombra villosa del sesso. Un fagotto con il culo per aria! E fa ciò che la premessa promette: defeca.
Defeca, una raffica di escrementi color cacao. Defeca come una mucca. Nel contempo razzola del fogliame dal suolo, in fretta. Si netta.
Ma la televisione ha detto che il nuovo anno/ porterà una trasformazione/ e tutti quanti stiamo già aspettando/ sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno.
Strattono il mio cane per potermi allontanare da lì. Intanto la donna si ricompone. E’ una brunetta dal viso scarno, grazioso. Indossa sopra la gonna una camicia di viscosa bianca a grandi fiori rossi. Ad osservarla ora, non posso capacitarmi del fotogramma che di lei, un attimo prima, si è impresso nella mia mente. Prosegue, verso di me, con portamento disinvolto, quasi distinto. Quelle natiche, lattescenti e pingui, sproporzionate al resto del corpo, sembrano essersi dissolte sotto le vesti.
Ogni Cristo scenderà dalla croce/ anche gli uccelli faranno ritorno.
Che io abbia sognato? Che le continue letture influenzino la mia percezione della realtà? La brunetta cammina svelta e ci sorpassa proseguendo nel suo cammino.
Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno. E si farà l’amore ognuno come gli va.
Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico.
Lotto contro l’infelicità. Mi aiuto con lo scrivere per ritrovare l’armonia interiore. Così facendo trovo la pace e posso sentire il sussurro della natura che proviene dal giardino.
L’hai conosciuto giovanetto. Ora è diventato un piccolo bosco e mi parla attraverso l’abete dove sfrigolano i ramuncoli della cima carica di pigne. Poco più in basso, nel folto della chioma, c’è un nido di tortore ben rintanato. Un altro si trova nel ventre del pruno selvatico. Innumerevoli cannaiole vivono nella macchia di canne di bambù, sviluppatasi a dismisura attorno al contatore dell’acqua. E, guarda caso, esso è pure il rubinetto generale dell’impianto idraulico di “la casina”. Ogni volta che serve chiuderlo o riaprirlo ne esco avviluppata di ragnatele e fogliame. Nel ripensarci provo un brivido di raccapriccio lungo il corpo e sicuramente anche in loro, le canne, scorrerà la repulsione verso la mia intrusione.
Un rospo “bufo bufo”, enorme, ha la tana sotto i vasi di terracotta. Quando piove esce.
I merli si cibano di ficoni e di prugne. Qualche settimana fa gozzovigliavano con le marasche. E poi c’è un via vai di coleotteri, api ed altri insetti che ronzano. Infine… zanzare & zanzare…un’industria!
Dalla veranda-zanzariera ce la faccio a stare all’aperto, spazio cinto ormai da una vegetazione rigogliosa e disordinata che crea un’atmosfera selvaggia. Mi sento fuori dal mondo.
E come sono contenta di esser qui in questo momento
Vedi vedi vedi
Vedi caro amico cosa si deve inventare
Per poterci ridere sopra
Per continuare a sperare.

 
Di Franca (del 14/01/2008 @ 17:34:29, in Narrativa, linkato 372 volte)



La sposa Nara

autrici: Giovanna per il testo in corsivo -   Franca per il testo ordinario

Dalla finestra aperta entra, col sole, anche il brusio continuo del fiume di persone che passa là sotto, in ogni stagione. Ma non si vede nessuno, neanche a sporgersi, perché le stanze sono all’ultimo piano del palazzo, proprio sopra il tetto, e una larga parte sporgenti di questo chiude la visuale della strada. Gli occhi rimangono invece poco sopra la copertura del Corridoio de Vasari, che corre da Palazzo vecchio a Palazzo Pitti, , e poi, alzandosi, abbracciano uno spicchio delle colline: verso sinistra San Miniato al Monte spicca nel verde con i marmi bianchi della facciata come una figurina ritagliata, e poi il Forte di Belvedere, che per fortuna non è mai stato chiamato a difendere la città, perché sembra messo lì più per farsi guardare, che non per la guerra.
Si vede anche l’Arno, da quelle finestre, e così Nara l’acqua ce l’ha anche ora, sia pure in una cornice così diversa.
Ma Nara qui sta bene dentro casa, quella casa in cui il suo Gigi è nato ed è stato sempre, anche quando è rimasto solo dopo la morte dei genitori, e non sapeva dove mettere le mani per tenere ordine e cucinare. Quelle mani così abituate a fare un lavoro delicato e minuto, in cucina riuscivano a rompere i piatti, a versare acqua per terra, a mettere di sghimbescio la tovaglia sulla tavola.
Fa l’orafo, il suo Gigi, e ha il laboratorio proprio a due passi, sotto l’arco, insieme ad altri artigiani come lui. La sua fantasia e le sue dita fabbricano lavori d’oro lievi e traforati come un ricamo.
Un’altra cosa che fa Gigi è andare in bicicletta, ed è stato proprio durante una gita a Venezia con il gruppo dei suoi amici, che si è fermato a chiedere di riempire la borraccia d’acqua presso una casa isolata fra due canali, due bracci del delta del Po.
L’acqua gliela data una ragazzina smilza, bruna e silenziosa, e mentre Gigi risaliva in bicicletta quel cosino ha alzato gli occhi a guardarlo. Occhi fondi, che vedevano fuori e si aprivano allo stesso tempo come una finestra per farsi guardare dentro. Ci si scopriva il verde di piante palustri, che nello specchiarsi e perdersi nell’acqua rendevano verde anch’essa. Ci si scoprivano sogni di chissà che cosa, forse sogni di sogni. Ci si poteva perdere, in quegli occhi, tirati dentro da una magia sottile, buona e dolce, come la carezza dell’acqua nella corrente lenta e senza sosta.
Ha sorriso, e a Gigi quel sorriso gli è rimasto dentro per tutta la gita, gli è rimasto dentro come la luce di un faro che segnala in mezzo al nulla un riferimento sicuro, una presenza umana, l’intimità di uno spazio caldo e raccolto.
Ha preso l’automobile, quindici giorni dopo, per tornare a cercarla, riandando a memoria per quello spazio grande e piano. Lei, l’ha vista da lontano, seduta sull’argine alto, ma non l’ha chiamata, è andato diretto verso la casa.
Un uomo sul retro, seduto su di un tronco tagliato, gonfiava le gomme di una bicicletta.
“E’ lei il babbo di quella ragazza che si vede lassù?”
“Nara? Sì.”
Gigi gliel’ha chiesta, semplicemente, gliel’ha chiesta in sposa. E se prima non l’ha detto alla ragazza non è stato per mancarle di rispetto; era sicuro anche per lei.
L’uomo lo ha guardato senza stupirsi, con gli occhi liquidi al fondo come quelli della figlia, ma qui non c’erano sogni, c’erano fatica e fatalità. L’ha guardato a lungo, in silenzio, e poi ha detto sì, va bene, e gli ha teso la mano. Un contratto fra uomini, prima che davanti al prete.
Così, Gigi si è fermato i giorni necessari, e dopo la messa e la festa sul prato se l’è portata via, ancora col vestito di sangallo bianco indosso. Se l’è portata a casa, a Firenze, e le ha messo nel palmo della mano le chiavi, come in un rito.
Sono passati quasi quattro mesi, ormai. Nara, quassù sui tetti, si sente la regina di un pezzetto di paradiso. Lucida, cucina, canta verso il cielo le canzoni della sua terra. Gigi, quando rientra, la stringe forte, e lei si rannicchia dentro quelle braccia lasciandosi andare alla corrente delle emozioni che le arrivano dal tocco, dall’odore, dai sussurri del suo uomo, come un tempo si faceva prendere dai profumi e dai colori del fiume e dalla vita che vi scorre dentro e accanto. Lui la sente vibrare, ed è una bella canzone.
***
Nara, da giorni, sente il suo corpo cambiare, una tensione premere dal suo ventre, dai suoi seni, Gigi le sfiora le labbra, fattesi più dense e morbide, con indefinito stupore.
In fondo agli occhi della sua sposa vede ora una luce calda ed avvolgente come gli assolati tramonti in Sacca, da lei più volte descritti, quando la palla di fuoco avvampa la laguna, e vede una nuova consapevolezza riaffiorare. Stordito, Gigi, la lascia, come ogni mattina, per recarsi al lavoro.
Quel giorno non riesce ad applicarsi sui suoi delicati gioielli. Dovrebbe completare una spilla a cui manca d’incastonare un rubino, ma inutilmente: il rubino è riottoso, non entra nel castone gli scivola dalle pinze; forse dovrà ripetere il taglio della pietra o, più ragionevolmente, riadattare l’incavo in quella lavorazione a filigrana che lui sa eseguire con perfezione…si vedrà? Per il momento ripone gli arnesi, si toglie la lampada appoggiata alla fronte assieme alle lenti d’ingrandimento e si sofferma a rimuginare su ciò che gli sta capitando. Più riflette e più si va rafforzando in lui la certezza di un’imminente rivelazione da parte di Nara.
L’ama tanto, Dio solo lo sa, ma un bambino no, spera di no con tutto se stesso: non è pronto a diventare padre perché troppo giovane, o forse troppo egocentrico; sicuramente non ancora maturo.
Da quando i suoi l’hanno lasciato ha dovuto cavarsela da solo nel gestire il piccolo patrimonio ereditato, così come per le incombenze quotidiane. Non è stato facile, soprattutto quando ha affrontato il matrimonio. Ha dovuto rivedere da solo l’arredamento della casa per renderla funzionale alla nuova vita di sposi. E’ stato necessario eliminare qualche pezzo della vecchia mobilia, cara ai genitori scomparsi: recidere legami affettivi con le cose, con i ricordi. Nara era lontana e solo il pensiero di lei lo sosteneva in quello spoglio affliggente. Poi Nara è arrivata, condotta da lui, ed ogni cosa, ogni sentimento hanno ripreso la giusta connotazione ed un nuovo valore. La sua vita ha cominciato a nutrirsi di un’energia sconosciuta che rendeva lieto lo scorrere dei giorni.
Mentre sale le scale, all’ora di pranzo, sente il fiato mozzarglisi in petto per via dell’ansia causata dai suoi timori.
La cucina è inondata di luce ed un buon profumo di cibo appena cotto intriso di aromi mediterranei gli sgombra la mente ed attenua la tensione.
Nara termina di apparecchiare la tavola senza tralasciare un piccolo fiore di abbellimento, come se ce ne fosse bisogno! Lei è un fiore che dà ornamento a tutta quella casa ed alla loro esistenza! Gigi non manca di dirglielo: - I fiori vanno bene Nara! Ma sappi che te tu sei il fiore per me! – Sono uno stupido! – Si ripete Gigi mentalmente. – Perché ho così tanta paura di un bimbo? Ma sì, mi sto preoccupando per nulla! – Cerca di convincersi – Ma per un figlio è ancora presto, presto anche per Nara! –
***
La corriera delle quattro e mezza si ferma, là fuori, giusto il tempo di far scendere un passeggero.
- Toh, è tornato prima il Tonin, oggi – pensa.
Tonin, il figlio di una delle tre famiglie che abitano lì, in quel gruppetto di case, è l’unico che lavora al paese, alle Poste, e va avanti e indietro ogni giorno. Gli altri, nei campi o a pescare, oppure se ne vanno appena possono. A cercare lavoro altrove, che di continuare la vita dei loro vecchi non ne hanno voglia. O forse, chissà, non sopportano i silenzi, il vuoto, la nebbia. Bisogna amarla molto questa terra per esserle fedeli. Oppure se ne vanno per sposarsi, come la sua Nara, che ancora così bambina le è stata portata via, lontano.
Lo sa che Nara è amata e rispettata, che ha una casa dove è regina. Anche lei ama e stima suo genero, ma le manca la sua bambina, le manca. E’ circondata solo da uomini ormai, il marito e gli altri tre figli. Mentre fra loro donne anche se non hanno mai sprecato parole c’era già un’intesa, un muoversi uguale e insieme.
- Mamma, sei qui? –
- La voce la sorprende alle spalle, i pensieri che brulicano per la testa l’avevano distratta. Si volta di scatto, ed eccola lì, figuretta ritagliata nella luce della porta.
Sembra un miracolo, un’evocazione del pensiero, ma nel tenerla stretta stretta nell’bbbraccio sente bene che è qui davvero, la sua Nara.
La ragazza rimane per un attimo sorpresa, sua madre non è mai stata usa a lasciarsi andare a tante manifestazioni di tenerezza, ma capisce subito il suo stato d’animo, e l’abbraccio si fa ancora più forte.
- Stai bene? Come mai questa sorpresa? –
L’ha scostata ora, la madre, e la guarda attentamente un poco accigliata, tesa a cogliere sul viso della figlia segni rassicuranti. Poi, d’improvviso, una luce negli occhi, un sorriso gioioso, un’espressione di sollievo.
- Sei incinta, bambina mia. –
- Come lo sai? –
- Lo so e basta. Vieni, siediti e racconta. –
Così si mettono accanto, le mani nelle mani. Rimbalzano dall’una all’altra sintomi e sensazioni, domande e consigli, ricordi e timori. Una confidenza tutta nuova.
- Sai, mamma, sono rimasta così sgomenta! Non ho avuto neanche il coraggio di parlare con Gigi. Lui ha capito che c’è qualcosa che devo dirgli, e penso anche che immagini cosa, e se non gli ho detto niente è perché l’ho sentito spaventato come me. Ma ora che sono qui, non ho più paura. Nascerà a maggio, il mio bambino, e voglio che sia qui, nel letto dove sono nata io, e anche tu, mamma, e la nonna prima di noi. Così voi mi aiuterete. Crescerà a Firenze, come è giusto che sia, nelle cose belle e nel rumore della città che anch’io ho imparato ad amare. Ma gli occhi li deve aprire qui, e le prime cose che vedrà devono essere i canneti, e l’acqua, e le distese di terra, e tutto quel mondo che io ho sempre dentro così forte. –
Rotti gli argini come un tempo facevano le piene del Po, i pensieri si quietano, hanno uno spazio largo su cui procedere.
Si è fatto quasi scuro, e non se ne sono accorte, il lume non è acceso. Gli uomini tornano, tutti insieme.
- Non si cena stasera? –
Entra in cucina il maggiore dei figli, sempre il più affamato. Guarda stupito e preoccupato alla tavola neppure apparecchiata, mentre la madre è sempre così pronta al loro rientro. Non si è accorto delle due donne vicine, nell’angolo.
- Pane e formaggio – è la risposta franca e decisa che gli arriva.
La mattina dopo, Nara è in oiedi appena fa giorno, ansiosa. Non vuole che sia troppo presto per non spaventarlo, ma neppure troppo tardi che sia già uscito al lavoro, per telefonargli.
- Gigi, mi manchi. Mi vieni a prendere domenica? -
***
Gigi raggiunge il casolare la domenica pomeriggio.
Ora che sta per diventare padre, suscita un sentimento di stima e solidarietà nella famiglia di Nara, che lo accoglie con accresciuto affetto.
Il ragazzo percepisce un atteggiamento quasi di protezione. Vorrebbe chiederne spiegazione a Nara. Ma lei non accenna ad appartarsi, dato che tutti sono riuniti nella grande cucina per l’imminente cena. Con lo sguardo gli comunica teneramente di pazientare accennando alla madre indaffarata presso la stufa dove la polenta ed i “bisati in tocio” sono quasi pronti.
Intanto Gigi viene calamitato da Riccardo, il fratello maggiore di Nara che vuol saper tutto sul viaggio. Sebbene stanco, non vuole deludere l’entusiasta curiosità del cognato e non lesina i particolari né le impressioni che lui stesso ne ha colto.
Si è messo in cammino di buonora, quando la città era ancora immersa nel sonno. Le vie e le piazze erano deserte, appena delineate dai primi albori. I profili dei palazzi, la torre di Palazzo Vecchio, la cupola di S. Maria del Fiore si stagliavano nette contro il cielo appena rischiarato. Alcuni scorci si presentavano in controluce come nere sagome minacciose.
Riccardo immagina la città scorrere nel riquadro del parabrezza come una pellicola cinemascope: i palazzi che si avvicinano, per fuggire subito via, uno dopo l’altro, di corsa; il Ponte Vecchio cingere l’Arno che è come il Po, ma più piccolo, forse come il Canal Grande a Venezia perché, anche là, c’è un ponte con botteghe orafe.
Gigi racconta di aver preso la strada che porta a Pratolino, Cafaggiolo, Barberino di Mugello, Passo della Futa, Pietramala, Passo della Raticosa ed infine giù verso Bologna passando da Monghidoro e Pianoro.
Una volta raggiunta Ferrara e Trisigallo gli sembrava di essere già arrivato, il paesaggio uniforme della campagna padana scorreva velocemente. Raggiunta l’Abbazia di Pomposa Gigi descriveva percorsi noti che fortunatamente quel giorno erano sgombri della solita nebbia. Nel tratto toscano che come si sa, è quasi tutto collinare, si incontrano vaste estensioni di vitigni e oliveti e le strade sono costeggiate da file di cipressi.
- Te la ricordi “Davanti San Guido” che fa: i cipressi che da Bolgheri alti e stretti/van da San Guido in duplice filar/quasi in corsa giganti giovinetti/mi balzarono incontro e mi gardar..? –
Riccardo rammenta di averla mandata faticosamente a memoria quasi tutta alle elementari e di aver mandato anche la maestra a quel paese più di una volta; però è bella e Gigi l’assicura che l’immagine è la stessa e che il paesaggio è poesia. Riccardo rimane colpito e sogna di poter, un giorno, percorrere quei luoghi con un mezzo proprio, magari con una lambretta che da tempo conta di acquistare.
-Pronti a tavola! – Annuncia la mamma con voce festosa.
Nara e Gigi prendono posto vicini. Finalmente possono stringersi affettuosamente la mano mentre la mamma scodella il brodetto di anguille accompagnato dalla polenta nel piatto.
La polenta è rigorosamente bianca con profumo più delicato rispetto a quella toscana. Prima che Gigi portasse qualche chilo di farina, in Borgo Polesinino, nessuno avrebbe potuto credere che potesse esistere del granoturco giallo.
Lorenzo ne aveva sentito parlare, quando era soldato, dai compagni del centro e sud d’Italia. Più di un’argomentazione si trattava di uno sfottò – precisa Lorenzo – loro chiamavano noi Veneti “polentoni” perché correva voce che non mangiassimo che polenta. Nel Meridione cresce bene il grano duro che serve per fare la pasta e il pane. Le nostre zone sono buone per il grano tenero ed il granoturco. La polenta ha preso il posto del pane fresco che costa troppo. E non solo. Abbiamo un forno inadatto a soddisfare una richiesta giornaliera. Al posto della pagnotta, qui si fa il “bussolà”, un pane a ciambella di un venti centimetri di circonferenza e circa cinque di diametro – come questo che puoi vedere in tavola - che ora è morbido perché appena cotto, ma che diventa secco e può durare per più di un mese. Si spezzetta nelle zuppe di verdura e nel caffelatte e si intinge in acqua per ammorbidirlo quando si consuma con fette di salame, in questo modo il forno ce la fa a rifornire tutte le famiglie del pane necessario.
E’ il padre che parla quasi sempre rivolto al genero che è il commensale di riguardo, il resto della famiglia ascolta rispettosamente. La madre interviene di tanto in tanto per assicurarsi che tutti abbiano cibo a sufficienza.
Gigi ascolta garbatamente ma è impaziente di restare solo con Nara. Lorenzo lo intuisce e fa in modo di non protrarre i tempi della cena pur avendo voglia di raccontargli della famiglia d’origine e dell’ umile storia che aveva caratterizzato la vita in Polesinin. Lo farà in un momento più favorevole.
Possono finalmente coricarsi. Gigi si sente indolenzito in ogni parte del corpo per la tensione accumulata durante il giorno e, sebbene accoccolato fra le braccia di Nara, non riesce a sgombrare la mente dall’assillo che lo accompagna ormai da qualche settimana. Il suo volto è tirato, pieno di ombre.
- Perché sei così pensieroso?
- Non sono pensieroso.
- Invece sì, si vede che qualcosa ti preoccupa.
- Non c’è niente che mi dia pensiero o forse sì…ma non è una preoccupazione, è qualcos’altro.
- A cosa pensi?
- Nara, ti vedo così cambiata!
- Cambiata come?
- Sei diversa, sei più…
- Più brutta?
- Nohoh!, ma che dici schiocchina! Perché dovresti essere diventata “più brutta”? Non sei e non sarai mai brutta.
- Allora, cosa sono “più”? Spiegami bene che intendi con quel “sei più”.
Nara lo sa che Gigi ha capito da tempo. Vorrebbe vederlo brillare di felicità e non comprende il suo riserbo. Desidererebbe sentirgli dire che diventeranno il babbo e la mamma più felici del mondo e che quel bimbo è la gioia della loro vita.
- Beh, ho notato che hai i lineamenti più dolci, ma nello stesso tempo più marcati e lo
sguardo…lo sguardo è più languido.
- Allora sono più bella?
- Ma no, cioè sì! Sei diversa, ecco tutto! Sei come…
- Una donna incinta?
- Già!
Alza il capo, si mette su un fianco e la osserva stupito o forse deluso. In silenzio le passa una mano fra i capelli in una carezza lenta, rilassata. Ora il dubbio è chiarito e l’ansia dell’incertezza svanita.
- Ti dispiace?
- No, e a te?
- Io sono strafelice e vorrei condividere con tutti la mia gioia, ma specialmente con te.
- Non dubitare, sono contento anch’io! Ma non mi spiego come possa essere successo.
Eppure abbiamo sempre fatto attenzione.
- Abbiamo fatto attenzione anche quella notte in cui siamo stati attenti due volte di seguito,
troppo vicine perché “loro” avessero già abbassato la guardia!
- Loro chi?
- Gigi…ti prego!
- Loro chi? Ti sto chiedendo?
Nara ingenuamente risponde.
- I tuoi semini, no?
- Ma quando è stato con precisione?
- E’ stato il tredici di febbraio e ti avevo ben avvertito che era un azzardo, ma in quel momento non ci hai creduto.
- E’ vero! Sì, ora ricordo!
Nara sapeva che era rischioso e lealmente lo aveva palesato ma desiderava così tanto un bambino, che contava molto in qualche semino superstite capace di colpire il bersaglio, come Dio ha voluto che fosse.

 
Di Franca (del 23/08/2007 @ 17:28:46, in Narrativa, linkato 405 volte)

La rimpatriata

Vorrei chiamare la Giò per sapere come mai ieri non sia venuta all’incontro di tutti gli ex-colleghi di lavoro, alla rimpatriata, così viene denominato il raduno che qualche nostalgico più dinamico riesce di volta in volta ad organizzare. Ieri ho sperato di incontrarla. La giornata è stata molto felice. Ma lei non è venuta. Di solito sono io a declinare gli inviti. Trovo varie scusanti sempre pretestuose. Un impegno precedente. Motivi familiari. In realtà ho sempre temuto la vacuità delle motivazioni che inducono al rivedersi. Stiamo anni senza cercarci e poi all’improvviso ecco che uno si muove e gli altri tutti dietro, come pecoroni. Un gregge belante. Una pastorale.
Beheheh, nonno tre volte. Beheheh, nonna presto per la sesta volta. Beheheh, trasferito nella casa con giardino. Beheheh, almeno un pezzettino di giardino ci vuole per il cane, altrimenti non è vita. Beheheh, a chi lo dici, io vivo in appartamento con due cani e tre gatti e noi umani, nove in tutto. Il Golden, cane da riporto, mi riempie i divani di indumenti vari, spesso scovati dal cesto della biancheria: che me ne frega, fa il cane. Beheheh, sorride imbarazzata l’ex collega, poi concorda: fregatene. I belati saturano l’ambiente, dove ingurgitiamo fra una sonata e l’altra, un pasto dozzinale. L’importante non è il mangiare, assicura poco convinta la mia vicina di tavolata, l’importante è il rivederci, il ricordare. Ti ricordi? E mi passa vari album di foto: un excursus di momenti aziendali, dall’assunzione al pensionamento. Impossibile ignorare l’inesorabilità e crudeltà dei segni del tempo trascorso, sfogliando tutta quella documentazione. Eravamo belli, giovani e rappresentativi dei nostri favolosi anni sessanta, negli anni sessanta. Oggi, ieri, stentavo a riconoscere tanti di loro (lapsus freudiano, di noi, è più esatto dire). Tavolate di vecchi che behehehlavamo con spirito giovanile. Lo spirito non invecchia, dai!, di che ci dobbiamo preoccupare? Guardiamoci, siamo noi, siamo sempre noi!, era il meta-belato che aleggiava. Ed è vero che siamo noi, ancora noi. La giornata è stata molto felice.
Ma i favolosi anni sono lontani e noi oggi siamo vecchi, desueti.
Lasciate posto ai giovani ho gridato, nella confusione, verso i due rappresentanti storici aziendali della CGIL, ancora attivi.
Compagna…mi fa il più anziano. Ma lascia perdere, gli rispondo. Perché?, incalza lui prontamente, hai cambiato idea? Non definitivamente, gli rispondo con i puntini di sospensione nella voce. Me ne sto ad osservare attentamente. Questa maggioranza mi ha già servita a dovere. Cinquanta euro di benzina per un viaggio di duecento chilometri andata e ritorno al seggio elettorale della mia anziana madre, classe 1914, per non perdere un solo voto utile a questo centrosinistra. E naturalmente dopo aver recuperato il certificato elettorale presso l’ufficio comunale che dista venti chilometri dalla sua abitazione, perché lei aveva da tempo saggiamente dismesso di recarsi alle urne. Caro compagno, io l’ho fatta la mia parte per mandare questa maggioranza al governo e me ne sto, appunto, ad osservare se lei farà la sua parte con me. Per il momento hanno aumentato il ticket sanitario e l’aliquota IRPEF. Caro compagno, dato che sono democratica, sensibile e partecipativa, non vorrei che i nostri rappresentanti politici ci scherzassero sopra agli elettori della mia tipologia. Il compagno anziano voleva rabbonirmi con la storia del debito pro-capite da sanare. Come se fossi stata io ad indebitare la nazione, io che non ho mai voluto possedere un titolo di stato, già dai tempi di Pomicino, governo Craxi, ritenendolo un investimento immorale. Vai “compagno”, vai a Roma e dì loro che mi sono svegliata dall’anestetico dell’idealismo politico. Il cigiellino più giovane sosteneva le argomentazioni del veterano, con una diplomazia innaturale per lui.
Tempi politici difficili. Temi sociali ignorati. Suvvia, vogliamoci bene: destra e sinistra, siamo tutti italiani, soprattutto siamo stati colleghi di lavoro, sembriamo concludere in quel momento di ritrovamento, nella giornata felice.
Se ci fosse stata la mia amica Giò, potremmo farci quattro risate in retrospettiva. A noi due l’ironia non manca.


 
Di Franca (del 21/04/2007 @ 17:07:37, in Narrativa, linkato 403 volte)

Il tuffo

Fa caldo! E’ una bella giornata estiva mitigata da un leggero maestrale. Ho appena raggiunto il mio scoglio preferito, trampolino dei miei maldestri tentativi di effettuare, una volta nella vita, un vero, dignitoso tuffo in avanti. Mi assesto con le piante dei piedi sul bordo più esterno del masso. Le dita si raggrinzano nello sforzo di incollare, a ventosa, i polpastrelli e mi metto in posizione di lancio, come da precise istruzioni impartite, anni addietro, da un’insegnante di nuoto. Sono ora con le ginocchia flesse, il busto inclinato in avanti e le braccia tese verso l’alto sulla linea delle orecchie. Le braccia devono aderire alle orecchie per evitare un impatto violento al capo. Congiungo le palme delle mani atte a fendere l’acqua e glissare dolcemente con il resto del corpo.
Sembra facile! Forse per qualcuno lo è.
L’acqua è lì sotto, a due metri da me, nello splendore del suo verde smeraldo. E’ appena increspata e so, per esperienza, che il leggero movimento non fa differenza. So che dentro starò bene, avvolta dalla sostanza liquida, coccolata, sorretta, alleggerita. Sarà un abbraccio totalizzante. Dentro, lo sento, troverò un mondo amico che mi sosterrà e mi restituirà, subito dopo, alla superficie ed alla mia vita terrestre. Ciò che importa ora è entrare; dare al corpo la spinta adeguata. L’attrito può essere doloroso. Ogni tuffo riserva un potenziale rischio, ma mi butto. Vada come vada, io mi butto.
Sono entrata liscia come un pesce, questa volta. Ho i polmoni ben ventilati e ne approfitto; anziché rialzare il collo e, con un colpo di reni, portarmi in verticale per risalire, mi lascio andare ancor più in profondità. L’acqua è sempre più verde e mi avvolge in un abbraccio languido. Ne sono compenetrata: divento liquida. Mi giro e rigiro con scioltezza. Il verde è intenso con qualche sfumatura sparsa data dagli scogli erbosi. E’ passato del tempo, dovrei risalire. Invece proseguo in diagonale, sto così bene qui sotto. Lascio uscire dalla bocca delle bolle d’aria per compensare la profondità. Mi viene tutto naturale.  Trenta secondi saranno già trascorsi, penso, altri venti di risalita ed il tempo scadrà.  Inizio la verticale. Lo sforzo mi fa capire che ho tardato un po’ troppo. Vedo la luce che penetra ad imbuto, sopra di me. Ci sono, quasi. L’imbuto si allarga sempre più rischiarandosi. Sono a corto d’ossigeno, ma ci sono. Ecco, ancora una bracciata e riaffioro. Sono ora dentro il cono di luce, intravedo il sole. Muovo solo le gambe per risparmiare forze, tanto ormai ci sono! Provo un bisogno urgente di respirare. Non perdo la calma e deglutisco. Deglutisco la mia anidride carbonica. Ho ancora l’energia di sorprendermi del fatto che, pur essendo arrivata, non riaffioro. Sbraccio alla fine e mi catapulto fuori.
Il pelo d’acqua assiste imperturbato al mio affanno. La luce gioca brillii fra gli spruzzi e l’aria riguadagna le mie cavità polmonari.
Mio marito, dalla riva, mi rimbrotta: "Stavo per chiedere aiuto!" "Ma se va tutto bene, rispondo, a che sarebbe servito?"

 
Di Franca (del 03/02/2007 @ 16:11:25, in Narrativa, linkato 771 volte)
pubblicato nel vol.IX di narrativa "I Porti Sepolti" da Aletti Editore

Era una domenica del mese di luglio dell’anno 2002. La motonave era pronta a levare l’ancora alle nove del mattino.
Il sole già batteva sul capo scoperto dei pochi passeggeri, tredici in tutto.
Marino Cacciatori detto “caparin”, basso e minuto con la fronte spaziosa ed un po’ arcuata sotto l’attaccatura dei capelli, tipica della discendenza caparina, stava sul ponte a confabulare con un signore interessato di motori.
Ben presto si allontana dall’uomo. Con mosse agili e sicure raggiunge la cabina di pilotaggio ed esegue le manovre d’avvio. Dopo poco, l’imbarcazione procede speditamente al centro del fiume.
Credevo di fare una gita monotona, caratterizzata da un silenzio contemplativo.
Ci eravamo messi tutti al piano superiore, panoramico. La giornata limpida lasciava intravedere ad Est il promontorio di Rovigno sull’opposta costa adriatica. La signora del botteghino invece si tratteneva al piano inferiore presso la rivendita. Scopro che si tratta della moglie di Marino: “Poca gente oggi!” Osservo, rivolta a lei, giusto per scambiare parola.
“No, anzi, io e Marino, siamo contenti del numero di presenze – mi risponde - a volte ci capita di fare il giro anche per sole due o tre persone.”
“Addirittura!” Esclamo sorpresa.
“Capita, capita! Sa noi partiamo in ogni caso perché lo consideriamo un servizio. Partiamo anche se l’incasso non copre neppure la spesa del gasolio.
E’ una donna graziosa e si esprime con finezza.
Sopra, Marino lascia le leve di comando ed esce dalla cabina probabilmente per riprendere il discorso con il passeggero interessato di meccanica motoristica.
Va e viene, procurandomi una certa apprensione riguardo la rotta e la sicurezza: “Non sarà che si distrae un po’ troppo?” Mi domando con preoccupazione.
Lui è ciarliero e di buon umore. Sovente si apre in larghi sorrisi, noncurante della bocca sdentata. Con l’aiuto di un altoparlante, incomincia il suo racconto del Po. Parla un italiano corretto senza inflessione dialettale.
E’ bravo! Dal suo racconto, capisco che lui dialoga con il grande fiume che naviga da sempre:
“Si può dire che ci sono nato in acqua, come i pesci!” Afferma. “Si può dire che sono un pesce anch’io!”Continua, accompagnando la battuta con una risata divertita.
Conosce profondamente il suo fiume. Sa tutto sulla lunghezza, larghezza e profondità; sa tutto sulle correnti e sulla configurazione dell’alveo. Sa dove e chi pesca le anguille, i cefali. Del pesce siluro, pesce foresto, entrato in acqua per sbaglio, sa che divora quintali di piccoli pesci. Un pensiero malinconico riserva alle gentili “scardole” che: “Non se ne trova più una, neppure a sognarla!”
Il suo racconto insegue l’itinerario degli scorci toccati, pur sempre pronto a raccogliere le domande curiose dei viaggiatori. E’ sorprendente quante cose sappia! E’ memoria storica del luogo dal dopoguerra ad oggi. Conosce tutto l’intreccio degli avvenimenti e dei personaggi che hanno costruito la vicenda del Delta negli ultimi decenni..
E’ lui che accompagnava fior fiore di ingegneri per i sopralluoghi a Polesine Camerini dove è sorta la centrale termoelettrica che, come una cattedrale, domina il Delta del Po e asperge, dall’alta ciminiera il veleno giallognolo.
Ma lui ne parla bene. L’ha vista nascere. Un mostruoso gioiello tecnologico che avrebbe dovuto sgorgare fumi depurati da poderosi sistemi filtranti.
Lui l’ama come una buona cosa, come la fattrice di posti di lavoro e di prestigio per quel Delta sempre dimenticato. “Con una centrale di tal sorta, annoverata fra le più grandi d’Europa, cosa potrà più succedere al Delta? Non la lasceranno certo affondare!” Ripeteva dentro di sé.
Affondare! Un verbo ricorrente nella mente di Marino e di tutti gli abitanti che hanno ricordo delle inondazioni subite. Una parola che mette paura solo a pensarla.
Era allegro Marino Caparin quella mattina! Le battute gli sorgevano spontanee e naturali. Aveva brio ed una garbata ironia. La sua barca, il fiume, e la Sacca del Canarin, appena raggiunta, gli si cucivano addosso come una seconda pelle: loro aderivano a lui e lui a loro.
Spegne il motore e lascia libera la barca di dondolarsi nel silenzio della laguna.
“Lo vedi quel gabbiano, lì appoggiato sulla mota oltre l’argine di sacca?” mi disse ad un certo punto, quasi in un sussurro, poiché ero lì affianco. “Sta aspettando me! Mi aspetta ogni mattina!”
Nel dire così, allarga le braccia e le flette a volo d’uccello.
Mi giro verso i compagni di viaggio e faccio cenno con l’indice puntato in direzione della sacca e poi lo porto verso le labbra in segno di silenzio.
Il gabbiano non reagisce. “ Heiii! Che fai? Dormi ancora?” gli grida Marino Caparin, quindi gli mima il verso di richiamo. Ma il gabbiano reale di Caparin è come intorpidito.
“Non mi ha ancora visto, il principino!” Commenta. E poi, d’un balzo assai acrobatico e spericolato, si porta sul tetto della barca e da lassù sbatte le sue ali d’uomo. Il gabbiano s’alza allora in un volo subitaneo, festoso, lasciando la sua scia d’ombra fra i riverberi d’acqua e di sole sulla Sacca del Canarin.

 
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