airone rosso
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\\ Blog Borgo Polesinino : Storico :

La gaia scrittura

 (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 30/08/2010 @ 21:29:05, in La gaia scrittura, linkato 23 volte)

Alta quanto?

Questo è ciò che videro i miei occhi mentre traversavo la strada e mi avvicinavo ad un bar con sette vetrate sul fronte di due strade formanti un angolo.

I tavolini, ben protetti da grandissimi gazebo erano quasi tutti occupati ma il mio sguardo, attirato come da una calamita, andò subito in direzione di una persona non troppo comodamente seduta su di una poltroncina proprio vicino al passaggio dei pedoni.

Il motivo per cui non doveva stare troppo comoda in quella poltronciva nasceva dal fatto che, appunto seduta, le ginocchia le arrivavano quasi al mento benché il busto – e che busto - era eretto fin quasi a lambire il gazebo sovrastante.

Mi dovetti esibire in una delle mie rapide occhiate a velocità supersonica per poter stabilire con una discreta certezza che la persona che vidi era una Valchiria in quanto in quel preciso istante mi risuonò nelle orecchie il brano di Wagner "La cavalcata delle Valchirie " di cui ne sentii le note anche in una famosa scena del film "Apocalipse Now".

Pertanto ella:

A) non aveva più di trenta anni;

B) le gambe – assolutamente non magre – alte circa un metro e venti;

C) il reggiseno – se lo aveva e non ci giurerei – tra la terza e la quarta misura;

D) il volto ad uovo di pasqua capovolto;

E) il vestito, probabilmente per il caldo opprimente, c'era e non c'era e se c'era non doveva essere il proprio ma quello di una sua sorellina molto più piccola;

F) i capelli e gli occhi? Non li ho guardati, forse guardavo altro;

G) era sola e si stava gustando una bibita ghiacciata.

Non so perchè, procedendo di poco oltre quel bar, mi venne lo sfizio di voltarmi e vidi la Valchiria che, alzatasi in piedi per qualche motivo, mi dette la possibilità di valutarla e dissi a me stesso: "ad occhio e croce sicuramente è alta QUANTO UN TRALICCIO PER L'ALTA TENSIONE."

Dal Blog Via della Polveriera

http://viadellapolveriera.blogspot.com/

 
Di Admin (del 31/07/2010 @ 11:11:02, in La gaia scrittura, linkato 37 volte)

IO E IL MARE

 

da: http://viadellapolveriera.blogspot.com/

 

Ricordi di Aldo il Monticiano

 

 

A diciotto anni circa, come tanti, facevo parte di una comitiva di miei coetanei tutti abitanti in Via della Polveriera-Isola dello zibibbo-Roma e, almeno fino a quando qualcuno di noi non convolava a giuste (?) nozze si stava sempre insieme. Tempo e soldi permettendo, poteva capitare pure che, d’estate, la domenica si andasse tutti al mare. Tempi ancora duri quelli del 1948. Il dopoguerra non era ancora rose e fiori e allora ci si arrangiava

Dal Colosseo, vicino dove abitavamo noi, alla Piramide vicino alla stazione del treno che da Roma ci avrebbe portato sino al Lungomare di Ostia, c’era un tram che passava raramente, ma noi ce la facevamo sempre a piedi.

Io ero l’unico dell’intera combriccola che non sapeva nuotare, però al mare mi divertivo ugualmente stazionando sempre vicino la riva.

Una domenica “er secco”, più alto di me di una trentina di centimetri aggiungo io, membro a pieno titolo della comitiva, mentre era in acqua mi chiama urlando a squarciagola “a ficozzaaa” – il mio soprannome – “viè qua che se tocca”. Lì per lì non mi rammentai della differenza d’altezza tra noi due e, facendo qualche goffo tentativo di nuoto, arrivai vicino l’amico. Non l’avessi mai fatto. C’è mancato poco che affogassi. Mi sarò bevuto almeno un mezzo litro d’acqua di mare – a quei tempi pulita – con grande gioia del “secco” e degli altri “amici” che sghignazzavano a più non posso.

Qualche domenica dopo quell’episodio, io raggiunsi gli amici al mare soltanto dopo pranzo in quanto durante tutta la mattinata avevo dovuto dare una mano a mio padre nel suo consueto giro domenicale presso i suoi “clienti” ai quali vendeva, a rate, brillantina, profumi, saponette, shampoo, dentifrici, talco e altri prodotti similari. Uno dei mestieri che si era inventato per tirare avanti la baracca. Giunto al mare, al solito posto dove si andava sempre, vidi che gli amici erano intenti a colloquiare con un gruppo di ragazze. Ci siamo, mi dissi, questa volta hanno rimorchiato. Indossai il costume da bagno, mi sedetti vicino al gruppo e cominciai a sbirciare le donzelle. Mi soffermai su una di loro, come si suole dire le presi le misure, e decisi: la “pallocchetta avea da diventar” la mia lei. A pomeriggio inoltrato, quando rientrammo a casa, riunii tutti gli amici e li avvisai che dovevano togliersi dalla mente di mettere gli occhi su quella fanciulla pena la morte. Vabbè non usai proprio queste parole, ma quasi. Mi fece tirare il collo per almeno sei mesi poi disse sì e “cedette alle mie brame”. Otto anni dopo divenne e lo è attualmente, mia moglie. Dopo fidanzati però ci andavamo da soli al mare, qualche volta anche con un'altra coppia di fidanzatini come noi. Una di queste volte ci capitò una specie di naufragio. Noi quattro avevamo noleggiato un pattino, una specie di barca aperta sopra, sotto, davanti, dietro e ai lati, con sotto due galleggianti. Remando remando ci allontanammo un po’ dalla riva, ma notando che il mare si stava ingrossando ci affrettammo per tornare indietro. Ad una decina di metri il pattino si capovolse: tutti a fondo che annaspavamo come disperati. Riuscimmo ad aggrapparci al pattino rovesciato mentre ci giravamo l’uno verso l’altro per controllare se c’eravamo tutti e se stavamo bene. Nonostante la gran botta che presi sulla testa non staccavo le braccia dal galleggiante mentre la mia bella, reggendosi sulle mie spalle se la rideva a crepapelle. Cosa c’era di tanto comico non l’ho mai capito. Vennero due barche con due bagnini e ci misero in salvo.

Nel 1969 io e mia moglie, sentito il parere di nostro figlio di dieci anni, decidemmo di trascorrere un periodo di villeggiatura in un paese dopo Pescara, che affacciava quasi sull’Adriatico e aveva vicino una bella pineta. Prendemmo alloggio in un albergo situato proprio sulla spiaggia di recentissima costruzione ancora da ultimare ed il proprietario, in considerazione di questo fatto, aveva deciso di praticare prezzi molto convenienti. Un pomeriggio, allettato dalla vista di un mare calmissimo, mentre mio figlio era vicino alla madre e giocava sulla spiaggia, presi il suo materassino di gomma ed entrai nell’acqua bassissima per un lungo tratto di distanza dalla spiaggia.

Cominciai a farmi trascinare dal leggero sciabordio di piccole onde e mollemente sdraiato mi godevo lo spettacolo degli altri bagnanti. Ad un certo punto il materassino, forse a causa di una mia mossa un po’ energica, si capovolse, caddi in acqua, annaspai perché non sentivo il fondo del mare sotto i miei piedi ed iniziai a mandare giù acqua salata. Non gridavo, non chiedevo aiuto, mulinavo soltanto le braccia per restare a galla e mi ricordai con terrore che non sapevo nuotare. Qualcuno vicino a me fortunatamente si rese conto di quello che stava accadendo, mi dette una mano e mi accompagnò a riva. Mia moglie tranquillamente sdraiata a prendere il sole non si era accorta di nulla. Le raccontai l’accaduto, lei si mise a ridere aggiungendo che ero stato uno stupido e che avrei

dovuto chiedere aiuto. Già, perché non l’ho fatto?

Infine voglio dire io amo il mare, ma tra noi non ci sono ottimi rapporti.

 
Di Admin (del 15/07/2010 @ 10:45:55, in La gaia scrittura, linkato 51 volte)

  Aldo Accardo

http://viadellapolveriera.blogspot.com/

TRE AMERICANI A ROMA

Il 4 giugno 1944, dopo l'occupazione da parte dei nazisti, Roma venne liberata dagli anglo-americani i quali poi la "tennero occupata" per un bel po' di tempo.
Dall'inizio del 1945 io avrò cambiato almeno tre volte il tipo di lavoro, ma per un periodo abbastanza lungo svolsi l'aiuto di qualcuno presso il Teatro Galleria, dentro la Galleria Alberto Sordi già Colonna: una volta del guardaporta, un'altra del macchinista e un'altra ancora dell'aiuto elettricista.
Tutte le sere rientravo a casa dopo la mezzanotte, facendomi la strada a piedi da Piazza Colonna passando per Fontana di Trevi, Largo Tritone, il Traforo sotto il Quirinale, via Nazionale, via dei Serpenti, via degli Annibaldi, via del Fagutale fino a via della Polveriera.
Numerosi sono gli episodi di quel periodo che, se riuscissi a ricordandomeli tutti, potrei racontarne un notevole numero, però mi limito a parlarne soltanto di tre aventi come protagonisti altrettanti soldati americani.
L'AMERICANO N.1
che conobbi fu un sergente maggiore dell'esercito, nativo di Derby nel Connecticut, del quale ricordo ancora nome e cognome. Ci siamo tenuti in contatto tramite posta per molti anni, almeno una decina. Adesso che ci penso mi rammarico di una cosa. Lui m'informò che a Derby aveva una moglie e un figlio, che era proprietario di un'impresa, non ricordo di che tipo, e che lavorava con lui, oltre ad un gruppo di dipendenti, anche una giovane segretaria italo-americana. Malgrado io abbia dovuto affrontare lunghi periodi di disoccuppazione, non mi venne mai in mente di dirgli se potevo andare a lavorare nella sua impresa lì in America. Forse molte cose sarebbero cambiate per me. In meglio o in peggio non lo so.
Tornando a quel sergente, una sera, all'ingresso del teatro, sia all'inizio dello spettacolo di varietà in programma, sia al termine m'interpellò chiedendomi se a Roma c'erano dei reparti di boy-scout. Malgrado lui parlasse pochissimo l'italiano, altrettanto io l'inglese riuscimmo però a capirci e al mio diniego mi disse che lui in America era un capo degli scout e che avrebbe avuto piacere incontrare qualcuno per formarne un reparto qui da noi. L'indomani mattina ne parlai agli amici, anche a quelli più grandi di noi, i quali quasi tutti aderirono. In breve, grazie a questo soldato del Connecticut formammo uno dei primi reparti di scout laici del C.N.G.E.I. - Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani.
L'AMERICANO N.2
mi capitò di conoscerlo una delle sere o meglio delle notti in cui rientravo a casa dal lavoro. Arrivato a via degli Annibaldi successe un fatto incredibile.
Devo necessariamente fare una descrizione un po' noiosa di questa via perchè si possa raffigurare meglio l'accaduto. La via di cui parlo inizia da via Nicola Salvi di fronte al Colosseo e, scendendo, termina in via Cavour. Lungo entrambi i lati vi sono due muraglioni: all'inizio bassi fino metà dell'altezza di un uomo poi alti una quindicina di metri quando si arriva in via Cavour.
Quella notte io che provenivo da via dei Serpenti e avevo attraversato via Cavour stavo iniziando il percorso di via degli Annibaldi quando da uno dei due muri più alti piombò dinanzi ai miei piedi qualcosa di voluminoso e pesante. Per un pelo non mi aveva sotterrato. Una coppia che camminava davanti a me, udito quel forte colpo si era voltata e si era avvicinata per vedere cosa era successo. Ad un certo punto sentimmo dei flebili lamenti che provenivano dal "coso caduto". Malgrado la strada fosse semibuia io e la coppia ci chinammo per capire di cosa si trattava. Ci guardammo in faccia increduli: era un militare americano di colore, completamente sbronzo. Farfugliando non so cosa cominciò a muoversi per tentare di alzarsi, noi lo aiutammo, cercammo di fargli capire che volevamo chiamare "l'ambulance della Red Cross" ma lui invece faceva gesti di diniego e si svincolava da noi. Come se fosse atterrato col paracadute anche se un po' barcollante, si avviò, imboccò via Cavour e se ne andò verso via dei Fori. Mi parve addirittura di sentirlo fischiettare. Ad ogni modo, contento perchè era vivo,gli gridai dietro "piacere d'averti conosciuto Joe".
L'AMERICANO N.3
forse si chiamava John o chissà come quando lo vidi ma non riuscii a capirlo. Sempre una delle volte in cui, tornando a casa dopo mezzanotte camminavo lungo via dei Serpenti, a metà della stessa via mi accorsi che un militare americano, bianco, capelli nerissimi, stava seduto su alcuni gradini di un piccolo negozio chiuso e si lamentava. Mi avvicinai, mi accorsi che era ubriaco, gli chiesi se c'era qualcosa che non andava e lui, con un filo di voce e un linguaggio mezzo italiano condito dal dialetto siciliano mi rispose:
"picciuttieddu...u vedesti chi minchiata fecero a mia?" (ragazzino, hai visto che cavolata mi hanno fatto?)
"cu fu?" (chi era?)
"e che ne saccio, scuru era...talia chista banna" (e che ne so, era buio, guarda qui)
"minchia! Cuteddata fu? (cavolo! È stata una coltellata?)
"no, vasata di fimmina" (no, bacio di donna) ...e svenne mentre dalla ferita usciva sangue.
Feci cenno ad un signore che fortunatamente stava passando nei pressi, in fretta gli spiegai la faccenda ed insieme ci recammo in una vicina uscita laterale della sede centrale della Banca d'Italia
e a una guardia di finanza lì in servizio gli raccontammo tutto.
Fece un paio di telefonate dopo le quali arrivò la Polizia Militare Anericana e un'ambulanza.
Spiegai nuovamente come stavano le cose e, dopo alcuni accertamenti, mi lasciarono tornare a casa tranquillamente.
Ripensando all'accaduto credo che quel militare americano non poteva chiamarsi John.
Scommetto che si chiamava Caliddru (Calogero), il mio secondo nome.

 

 
Di Admin (del 15/07/2010 @ 10:33:05, in La gaia scrittura, linkato 51 volte)

 Aldo Accardo

http://viadellapolveriera.blogspot.com/2010/06/luomo-che-fermo-allincrocio-leggeva-un.html

'UOMO CHE, FERMO ALL'INCROCIO, LEGGEVA UN LIBRO

Senza ombra di dubbio è una persona distinta, alto, capelli bianchi folti, occhiali di marca, credo, poco più che sessantenne.
La prima volta l'ho notato cinque giorni fa, fermo, poco distante dal semaforo, all'ombra del fogliame di un albero che spunta dal giardino privato di un palazzetto in via Emanuele Filiberto quasi all'incrocio con viale Manzoni.
Mi sono incuriosito perchè l'uomo, non essendovi alcuna panchina, stava in piedi, immobile, con nelle mani un libro voluminoso, ad occhio e croce almeno di sei-settecento pagine, e mostrava di leggere avidamente senza alzare mai gli occhi da quelle pagine che dovevano interessargli molto.
Lì per lì ho pensato: va bene, si vede che è giunto ad un punto del libro veramente interessante per cui non vuole smettere di leggere. Nulla di strano, ognuno è libero di agire come meglio crede.
Due giorni dopo, poichè faccio tutti i giorni quel tratto di strada e sempre alla medesima ora del mattino, minuto più minuto meno, nello stesso posto e col medesimo atteggiamento ecco l'uomo col libro in mano che legge.
Passandogli piuttosto vicino mi accorgo che deve aver letto un bel numero di pagine del librone poiché ha superato abbondantemente la metà.
Chissà di che libro si tratta.
Sicuramente non è la Bibbia, non è il Corano e neppure il libro della Torah giacché sono riuscito a dare una sbirciatina e dalla scrittura delle pagine in bella vista noto che è certamente un romanzo.
Questa mattina stessa scena come le due precedenti. Una piccola differenza c'è però: il numero delle pagine ancora da leggere è notevolmente calato; l'uomo sta arrivando alla fine del suo
bets seller.
Mi viene voglia di domandargli se ha già capito chi è il serial killer ma sorvolo poiché il romanzo potrebbe essere un thriller con relative istruzioni.
Prendo una decisione: domani cambio percorso.
Anche perché c'è in giro un passaggio di "tortore" le quali accantonate le minigonne, forse perchè troppo lunghe o fuori moda, hanno optato per dei miscroscopici pantaloncini appartenenti, credo, ai loro fratellini o ai loro figli più piccoli.
Piacevoli incontri, senza dubbio.
Niente a che vedere però con quello che ho avuto circa un'ora dopo con un tale, piuttosto anziano, il quale indicandomi con un dito mi apostrofa dicendomi:
= Voi siete italiano?
Mi guardo intorno per vedere se con me c'è qualcun'altro ma sono solo e allora rispondo
= sì certo
Lui mi guarda serio e mi dice
= e a me che me ne frega
E si allontana nella direzione opposta alla mia.
Totalmente vero e scioccante.

 
Di Admin (del 15/07/2010 @ 10:10:31, in La gaia scrittura, linkato 36 volte)

 Aldo Accardo

http://viadellapolveriera.blogspot.com/2010/07/roma-10-giugno-1940.html

ROMA 10 GIUGNO 1940

L'anno precedente, il 1939, si stava chiudendo nell'ultimo quadrimestre con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale.
L'Italia ne era ancora fuori, ma alcuni segnali non facevano presagire nulla di buono e la storia lo ha confermato.
Proprio in quell'anno il Coro della Cappella Lateranense diretto da monsignor Raffaele Casimiri
venne invitato da monsignor Lorenzo Perosi autore di musica sacra e direttore del Coro della Radio Vaticana, ad una trasmissione della stessa Radio diffusa in tutto il mondo.
Io che non avevo ancora dieci anni e mio fratello più grande che ne aveva circa dodici, facevamo
parte di quel coro della Basilica di San Giovanni in Laterano come voci bianche.
Era il pomeriggio inoltrato del 10 giugno 1940 e noi ragazzini componenti del coro, dopo le prove di quel giorno, avevamo pensato bene di fare un partita di pallone proprio nella enorme piazza antistante l'ingresso dell'edificio dove ci recavamo per le prove.
Nella Piazza di Porta San Giovanni oltre all'Ospedale omonimo – per le volte in cui ci sono entrato lo considero la mia seconda casa - vi sono: un obelisco al centro alto oltre trenta metri; il Battistero Lateranense dove sono stato battezzato; alcuni palazzi di civile abitazione e il Palazzo Lateranense che subì gravi danni nell'attentato dinamitardo del 28 luglio 1993.
Ci meravigliammo non poco noi ragazzini nel vedere che l'intera piazza era completamente deserta non circolavano i mezzi pubblici e neppure i rari mezzi privati di quegli anni. Anche i passanti si potevano contare sulle dita di una mano.
Non ci chiedemmo il perché di tutto questo, avevamo ben altro da pensare.
Dopo appena una ventina di minuti una parola urlata con voce stentorea risuonò nella piazza: ITALIANI !...seguita da applausi scroscianti e dalle grida: duce, duce, duce.
Ci demmo un'occhiata intorno e notammo che sui tetti dei palazzi che circondavano la piazza erano stati installati un gran numero di grossi altoparlanti di colore celestino con la scritta Germini, una ditta di apparecchiature radiofoniche, dischi etc, che aveva un suo negozio qui a Roma, in via delle Tre Cannelle proprio di fronte a quella scalinata e a quel palazzo dove sono state girate alcune scene del famoso film "I soliti ignoti".
Ascoltammo in silenzio il discorso del Mussolini con il quale, dal famoso balcone, annunciava ad una folla oceanica riunitasi in Piazza Venezia la dichiarazione di guerra presentata alle nazioni "demoplutomassoniche" - così lui le appellò - Francia e Gran Bretagna.
Un delirio di applausi e grida entusiastiche provenienti da sotto quel balcone di palazzo Venezia accompagnò quel discorso durante l' intera sua durata.
Soltanto nei giorni seguenti cominciammo a renderci conto di ciò a cui stavamo andando incontro.
La guerra, una tragedia enorme e dalle conseguenze disastrose che iniziava ma della quale non si poteva prevedere quando e come sarebbe finita.
10 GIUGNO 1940 – 25 APRILE 1945 quasi cinque anni tra bombardameti, distruzione, enormi danni, fame, occupazione, persecuzione di ebrei e antifascisti, rastrellamenti, migliaia e migliaia di morti e feriti.
Questi una parte dei risultati di quella sciagurata dichiarazione di guerra.

 
Di Admin (del 29/04/2010 @ 23:35:10, in La gaia scrittura, linkato 54 volte)

     di Aldo Il Monticiano

in  http://viadellapolveriera.blogspot.com/

Tempo fa morì un mio caro amico. Benchè non coetanei c’eravamo conosciuti più di venti anni prima e avevamo legato quasi subito. Aveva circa novanta anni, era vedovo, padre di tre figli e nonno di un’infinità di nipoti. Le doti che mi avevano colpito in lui erano la sua sincerità e generosità non disgiunte da una modestia ed umiltà senza pari. Mi aveva confidato, senza provare alcuna vergogna – e perché mai avrebbe dovuto? - di aver frequentato le scuole fino alla quinta elementare e di aver smesso di studiare per andare a lavorare col padre e i fratelli. Del fatto di avere solo la licenza elementare sembrava per lui come se si trattasse di una bandiera da sventolare, ne era persino orgoglioso. Fosse stato un tipo da biglietto da visita lo avrebbe scritto pure su quello, come un titolo accademico o nobiliare. Questo perché – così affermava convinto – l’interruzione degli studi gli aveva consentito di imparare molti mestieri. Aveva veramente quello che si dice “le mani d’oro”. Ne ho avuto varie volte la prova perché sapeva fare di tutto o quasi: falegname, idraulico, meccanico – non d’auto però – muratore, pittore. Gli mancava l’elettricista, non sapeva fare nulla in quel settore né voleva saperne. Se gli capitava di dover unire due fili elettrici chiedeva aiuto a qualcuno. Io ho approfittato delle sue capacità nel senso che capitava spesso a casa qualche cosa che non funzionava o aveva smesso di funzionare. Gli telefonavo, gli spiegavo di che si trattava e lui, appena qualche minuto dopo, veniva a casa munito d’ogni genere d’attrezzi - qualcuno ne avevo anch’io ma lui preferiva usare i suoi - e sistemava con perizia ogni tipo di cosa da riparare. Se gli dicevo di dirmi che somma dovevo pagare lui si offendeva. Quando se ne tornava a casa, mentre ci salutavamo sulla porta, sprizzava gioia da tutte le parti. Molte volte mi chiedeva “ma nun c’hai qualche lavoretto da famme fa’?” E io per farlo contento giravo per casa e qualche cosa gli trovavo sempre da fare.
Romano da quattro o cinque generazioni era un antifascista vecchio stampo così come lo erano stati suo padre e i suoi fratelli. Gli piaceva parlare di politica, di cinema e di teatro. Sin dai primi tempi in cui avvenne la nostra conoscenza ci mettemmo d’accordo per vederci ogni settimana, almeno un’oretta “pe’scambiacce du’ chiacchiere” così diceva lui. Una volta a casa mia ed un’altra alla sua giacchè abitavamo piuttosto vicini. Così di anno in anno, acciacco dopo acciacco, ci si sedeva uno di fronte l’altro a parlare e a ricordare. Quando parlava di politica, alla luce di quello cui assisteva riguardo malcostume, malgoverno e malavita s’infervorava a tal punto che cercavo in tutti in modi di calmarlo, con scarsi risultati però. Gli spuntavano persino le lacrime agli occhi dal dispiacere che provava e mi diceva “scusame ma quanno vedo e sento certe cose me vie’ da piagne a pensà alle lotte che avemo dovuto da fa’ pe’ vive in un paese co la democrazia e la libertà”. Mi raccontava spesso del periodo buio trascorso sotto il fascismo e di quando, nella seconda guerra mondiale, fu richiamato, inviato in alta Italia e pronto per andare sul fronte russo, ma l’8 settembre del ’43 fu per lui una fortuna perché fuggì e se ne ritornò a casa. Mi disse “io nun c’ho mai creduto a sta guera , me sai di’ che so’ morti a fa’ tutti quelli che so stati mannati al fronte? E i civili morti sotto le macerie pe’ corpa de li bombardamenti?” Altro argomento da lui preferito era lo spettacolo: cinema e teatro. Sin da giovanetto faceva parte di un gruppo che in cambio di qualche lira e del biglietto gratis per assistere ad uno spettacolo di riviste, all’avanspettacolo, a commedie ed anche ad operette, si dava da fare come claque, applaudendo a comando. Aveva una memoria di ferro. Si rammentava attori, cantanti, soubrette del mondo dello spettacolo sin da quelli degli anni trenta, quaranta ecc. E qualche volta capitò persino che lui intonasse una canzoncina di quell’epoca. Quando attaccava questi argomenti lui non si frenava mai ed era perfettamente inutile cercare di “scambiare” con lui le “du chiacchiere” cui aveva fatto cenno.. Il suo scopo era quello di dimostrare l’amore e l’attaccamento a quei ricordi e mi sciorinava episodi e fatti d’ogni tipo. Il problema era quando partiva con un suo discorso. Io ogni tanto cercavo d’inserimi con qualche mio commento o ricordo e, malgrado anch’io parlassi delle stesse cose, lui seguitava a raccontare come se stesse vivendo in un’altra dimensione. Molto spesso capitava di ripetersi raccontando ciò che aveva già raccontato qualche tempo prima, ma bisognava comprenderlo. Ogni tanto si fermava come se volesse riepilogare quello che stava raccontando e, con l’intenzione di smettere per un po’, mi diceva “PE’ FATTE BREVE ER DISCORSO”. Intendeva dire che non voleva dilungarsi ma in realtà continuava in tutta tranquillità. Io parlavo di un’ argomento e lui, imperterrito, girava lo sguardo verso un ‘altra direzione come concentrato nella ricerca dei ricordi che voleva raccontarmi e seguitava con il suo di argomento.
Parlavamo ognuno per conto proprio.
Praticamente in quelle occasioni io c’ero e non c’ero.
Ciao amico mio e grazie di tutto anche se non mi hai mai fatto “ BREVE ER DISCORSO”.

 
Di Admin (del 29/03/2010 @ 23:34:42, in La gaia scrittura, linkato 99 volte)

Testo teatrale

 di Aldo il Monticiano

 (foto di scena)

UNA VOCE POCO FA

 

MO: Moglie – MA: Marito

MO: (entra in casa, contemporaneamente scuote l’ombrello che ha in mano per la pioggia che vi si è accumulata poi si avvia verso la cucina)…e mi raccomando, non bagnarmi la moquette …è da questa mattina alle sei che non ho fatto altro che pulire e spolverare, spolverare e pulire. Ci si può mangiare su questa moquette!…Perché poi? (volgendosi indietro e non vedendo il marito) ma che fai? Entra su e metti i piedi nelle pattine mi raccomando…non bagnarmi tutto (si ritira in cucina)

MA: (entra carico di pacchi e pacchettini in entrambe le mani; sotto l’ ascella sinistra trattiene a stento un ombrello chiuso e sotto quella destra un mattarello confezionato con carta da regali. Inoltre, stretto tra i denti, un manico di corda dal quale pende un oggetto tondo di cristallo anch’esso confezionato con carta idonea. E’ fradicio di pioggia dal cappello che tiene in testa fino alle scarpe con le quali traffica a fatica per togliersele e mettere le pattine. Nel fare questi movimenti inevitabilmente inonda di pioggia la moquette del pavimento. Cerca di poggiare da qualche parte i vari pacchi, pacchettini ecc. ma i movimenti gli sono impediti da tutto quello che porta.)

MO (dalla cucina)…e chiudi la porta di casa, che ce l’hai a fare le mani?...

MA: (cerca di avvicinarsi alla porta di casa ma ne è impedito sia a causa delle pattine sia anche per tutti i pacchi ecc. che ancora non riesce a sistemare da qualche parte. L’oggetto tondo che trattiene con i denti non gli permette di aprire la bocca per chiamare la moglie)

MO: (c.s. dalla cucina) …e come se non bastasse adesso devo anche preparare da mangiare, ma chi me lo fa fare…Meno male che questa festa viene una volta l’anno!...Lo so, lo so, si tratta sempre dei miei parenti: zia Brigida, zia Camilla, zio Cirillo e delle mie sorelle Ninì e Lulù…Pensa che strazio se fossero venuti anche i tuoi di parenti, per amor del cielo! E sì tanto a te che te ne importa. Chi si carica di tutto il peso? Sono io, io e soltanto io. Fa questo,fa quest’altro, lava, pulisci, spazza, compra, esci, entra, porta a casa, tutto,tutto io devo fare. E poi pensa ai regali a questo, a quella…Oh! A proposito, i regali devi metterli a posto in ordine perfetto, lì nei mobiletti. E non sederti sul divano. Ho faticato più di due ore per pulirlo e spolverarlo. Almeno aspetta che arrivino i miei parenti. Allora il pacco per zio Cirillo mettilo nel mobiletto giallo, anzi no in quello verde, sì è meglio; quello per zia Brigida nel mobiletto rosso…no, no in quello marrone insieme con quello per zia Camilla, mentre gli altri due per Lulù e Ninì mettili …mettili…bè lo sai o ti devo dire tutto io? I pacchetti rimasti mettili dove trovi posto, ma non sul divano, mi raccomando e neppure in quello scaffale, devono stare nascosti altrimenti è finita la sorpresa. Però, sta venendo bene l’arrosto…Stammi a sentire, sai che ho pensato? Ad un certo punto, dopo la cena, ti alzi da tavola, spegni la luce e poi, dopo che hai tirato fuori i regali, d’improvviso la riaccendi eh? Che ne dici? Ho avuto una bell’idea? Così faccio loro una sorpresa che non la dimenticheranno mai. Quindi cerca di ricordarti bene dove metti i regali perché poi, al buio, dovrai tirarli fuori nello stesso ordine in cui li hai sistemati adesso, prima quello di zio Cirillo, poi quello di zia Brigida, poi quello di zia Camilla: devi stare molto attento perché zia Camilla ci tiene tanto a quel vaso di cristallo che ha sempre desiderato, usa la massima attenzione. Quelli per Ninì e Lulù lasciali pure lì, la sorpresa a loro la facciamo più tardi….Allora come procede? Avrai finito spero,. Sistema tutto per bene e vieni a darmi una mano in cucina, con l’arrosto voglio fare anche le patatine novelle, ai miei piacciono tanto. Vieni in cucina che devi sbucciarle. Chissà se due chili basteranno? Mah, quasi quasi sarà meglio aggiungerne un altro po’, che ne dici? Mi senti di là? Vabbé io dico di sì. …Ma come? Non ce ne sono più? E chi le ha mangiate? Ehi, dico a te che stai lì, ne sai niente? Ho capito, non mi vuoi rispondere. Però adesso sai che fai? La smetti con la pacchia del riposo, scendi, vai al supermercato e ne compri almeno due chili. Tanto che ci vuole, prendi l’autobus e dopo cinque fermate sei arrivato. Non t’azzardare a comprarle a questa frutteria qui all’angolo. Con quello ho litigato già tre volte. Capirai, con me si vuole mettere; fa il furbo: prenda questo, prenda quest’altro, no non si può scegliere, aspetti che faccio io. Ma per chi mi ha preso? Per una deficiente? Io invece sono una che si accontenta, non ho tante pretese, ma stupida mai! Sei d’accordo anche tu? Eh!? Che ne dici? Ma perché non parli? Dico a te, perché non rispondi? Non sei né sordo né muto. Allora? Ma si può sapere… (viene fuori della cucina e vedendo quello che il marito ha combinato lo apostrofa duramente) …razza di rimbambito! Ma lo vedi che cosa hai combinato? Non hai resistito eh? Non hai fatto in tempo? Non sei riuscito a trattenerti (vedendo in terra la moquette bagnata dalla pioggia che il marito sta ancora cercando di togliersi di dosso) …te la sei fatta sotto come un lattante! Rimbambito!!! (si volta e sta per ritornare in cucina, ma il marito apre la bocca, il vaso di cristallo cade in terra rompendosi in vari pezzi, calpesta tutti gli altri pacchi ecc. e con un urlo che non ha nulla di umano insegue la moglie in cucina brandendo il mattarello fra le mani).

*******

MA: (in Tribunale, rivolto verso la giuria) …e allora signori giurati ho colpito!

 

 
Di Admin (del 14/03/2010 @ 16:14:00, in La gaia scrittura, linkato 143 volte)

Testo Teatrale

 

di Aldo il Monticiano

I membri dell’equipe: l’emèrito prof.dott. A.Senzaspème, le dottoresse F.Cessati e O.Spiriti. 
-
Il paziente.

*

*

*

= Pronto?. Sono la dottoressa Cessati, il professore vuole sapere se è tutto confermato per la visita specialistica delle 18.00. Confermato? Bene, noi siamo pronti. Sta già salendo qui allo studio del quinto piano? Ottimo, voi procedete pure con quanto stabilito (mette giù il telefono e si rivolge al professore) E’ arrivato. Ecco, questa è la cartella clinica e questi sono i risultati degli accertamenti e delle analisi.

I tre esaminano il tutto, si consultano tra loro, poi il professore si poggia allo schienale della sedia, volge il viso verso l’alto con le palpebre abbassate e con l’aria assorta, mentre le due dottoresse lo guardano in silenzio.

Dopo poco entra nello studio il paziente ansimando e barcollando, quasi sulle ginocchia e chiede:

=…ma…l’ascensore?...

= ( i tre all’unisono) E’ guasto!

Il paziente continuando a barcollare e senza fiato, cerca dove appoggiarsi per sostenersi

= aiutatemi…una barella…un letto…ah! Ecco…un divano...

= (i tre c.s.) Sdraiatevi!

= cinque piani…(lamentandosi si sdraia sul divano)

= (il professore porgendo una bomboletta alla Cessati) Ossigeno!

= (la Cessati porgendola alla Spiriti) Ossigeno!

= (la Spiriti ponendola sulla bocca del paziente) Ossigeno!

= (il paz.dopo aver aspirato e respirato, con un filo di voce)…io sono quello che deve essere consultato…

= (i tre c.s.) Come consultato?

= io non ci sono venuto…mi ci hanno mandato. Hanno deciso i miei. Stanno giù all’ingresso.Mi hanno detto: adesso vai a consulto dai professori della clinica dolce…dolce...

= (la Cessati) Sì, questa è la clinica DOLCE STAR MALE

= sì, basta però che se si entra verticale non si esca orizzontale. Neppure sono entrato che mi hanno chiesto soldi…

= (la Cessati) paziente che è entrato paga anticipato…

=(il paz.) scusi, ma quattromila euro?

= (la Cessati) però tutto compreso, Iva inclusa

= (il prof. al paz.) Alzatevi ! = (le due dott.sse insieme) Alzatevi!

= (il paziente fa fatica ad alzarsi e tiene stretta a sé la bomboletta dell’ossigeno, ma la Spiriti gliela toglie dalle mani)

= (il prof.) Come vi chiamate! = (le due dott.sse insieme) Come vi chiamate!

= io mi chiamo Guido Locarro

= (il prof.) Dove abitate! = (le due c.s.) Dove abitate!

= inVia dei Ceri 47

= (il prof.) Spogliatevi! = (le due c.s.) Spogliatevi!

= (il paz. esegue togliendosi giacca, cravatta e camicia)

= (il prof.) Via i pantaloni! = (le due c.s. stanno zitte)

= (il paz. rivolgendosi verso le due) che faccio me li tolgo?

= (le due c.s. tossicchiano e annuiscono con un gesto della testa)

=(il paz. allargando le braccia esegue e rimane in mutande)

= (il prof. sempre seduto, con in mano un binocolo) Raggi X ! = (le due c.s.) Raggi X !

= (il paz. sbarrando gli occhi)…ma quello non è …

= (la Cessati) La più recente invenzione del professore

= (il prof. al paz.) Voltatevi! = (le due c.s.) Voltatevi!

= (il paz. esegue faticosamente)

= (il prof. al paz.) Respirate! = (le due c.s.) Respirate!

= (il paz. respira a fatica)

= (il prof. al paz.) Trattenete! = (le due c.s.) Trattenete!

= (i tre confabulano a lungo tra loro scuotendo ogni tanto la testa, ma dimenticandosi nel frattempo del paziente il quale sta sempre trattenendo il respiro)

= (il paz. non gliela fa più a trattenere il respiro e quindi si volta ed esplode)…e allora? Io sto scoppiando…

= (il prof. imperturbabile poggia il binocolo e, sempre seduto, prende lo stetoscopio) Adesso tossite e cantate! = (le due c.s.) Tossite e cantate!

= (il paz. meravigliandosi) ma una volta non si usava dica 33…33…

= (i tre insieme) Cantate!

= (il paz. con un filo di voce) Gira e rigira biondina l’amore la vita godere ci fa, quando ti veggo piccina il mio cuore sempre fa ticchettì ticchettà…

= (il prof. guardando il paz. e scuotendo il capo) Vi vedo brutto! = (le due c.s. annuiscono)

= (il paz. un poco alterato) dovevo pagare quattromila euro per sapere che ero brutto? Lo sapevo già da solo e gratis…

= (il prof. declamando) Ippocrate dice! = (le due c.s. ripetono) Ippocrate dice!

= (il paz. chiede) Chi?

= (i tre insieme) Ippocrate!

= (il paz. insiste) E chi è? Mai sentito. Forse perché non leggo giornali e la televisione si è rotta

= (la Cessati) Ippocrate il più grande medico mai esistito, il sommo maestro greco…

= (il paz. più tranquillo) Ah! Ecco, non è italiano, per questo non lo conosco…

= (la Cessati) Ma è morto

= (il paz. quasi dispiaciuto) Mi dispiace, non lo sapevo e poi con la televisione rotta…

= (la Cessati) E’ morto più di duemila anni fa, nel 377 a.c.

= (il paz. più tranquillo) Beh! io non c’entro niente, sono nato nel 1930 d.c.

= (la Cessati incurante di tali parole prosegue) Ippocrate creò il metodo retto della indagine diagnostica fondato sulla osservazione e sul ragionamento. Gli orientamenti cardinali della terapia sono, secondo la sua scienza e anche secondo quella nostra, non nuocere al malato ed aiutare la forza mediatrice della natura. La vita è breve, l’occasione momentanea, l’esperimento pericoloso, il giudizio difficile!

= (il paz. un po’ frastornato) e a questo punto?...

= (la Cessati) Non sarà domani…= (il paz. la interrompe) meno male domani devo…(la Cessati) non sarà neppure dopodomani…=(il paz.) benissimo sono stato invitato ad un pranzo e proprio …

= (la Cessati) Ma sarà oggi, anzi adesso (agli altri due) sincronizziamo gli orologi …(al paz.) Tra cinque minuti esatti voi ci lascerete!

= (il paz. rinfrancato) oh! Finalmente. Allora mi posso rivestire…

= (il prof. al paz.) Non serve. Dove andate voi non serve. =(le due c.s.) Non serve!

= (il paz. che ancora non si rende conto) E perché?

= (i tre insieme) Siete arrivato al capolinea…

= (il paz. rammaricandosi) Perché non sono sceso qualche fermata prima?

= (la Cessati alla Spiriti) Misure! =(la Spiriti misura il paz.) 50 di spalle, 150 di altezza, 2^misura

= (la Cessati che ha annotato tutto, al telefono) Reparto cassa?

= (il paz. seccato) Ci sono già passato alla cassa…quattromila euro…

= (la Cessati al paz. calcando le parole) Questo è un altro reparto cassa (al telefono) Allora preparate una seconda…sì la media…no, la prima e la terza no
(il paz. meravigliandosi) Capperi che bella organizzazione

= (al paz. chiamandolo) Venite. Vedete giù da basso?

= (il paz.affacciandosi ad una finestra, meravigliato esclama) Guarda quanta gente? Parenti, amici, conoscenti. E c’è una carrozza con sei cavalli col pennacchio...

= (la Cessati) E’ un carro! E a cassetta?

= (il paz. canticchiando) c’è il cocchier, non ci perde d’occhio, guarda dentro il cocchio poi sorride e chiude un occhio

= (la Cessati al paz.) Adesso andate, passate prima al pianterreno, c’è il reparto cassa…Andate...

= (il paz. giunto sulla soglia della porta) Guarda, guarda, per andarsene l’ascensore funziona…

= (i tre insieme) Andate!

= (il paziente al pianterreno) Questo è il reparto cassa? Mi stavate aspettando? Come? devo entrare qua dentro? Va bene, ecco, è un po’ stretto, no, no, non spingete, fate piano. No le misure le hanno prese quelli del quinto piano, io che ne so, fate piano, un altro po’, ecco ci sono entrato, ecco fatto, chiudete pure (rumore di un coperchio che viene inchiodato).

 
Di Admin (del 13/03/2010 @ 15:13:42, in La gaia scrittura, linkato 66 volte)

Il Numero

   di Aldo il Monticciano

in http://viadellapolveriera.blogspot.com/

A me piace ogni numero dispari dall'uno in poi, all’infinito. Quello pari no! Perché? E chi lo sa? La verità è che tutti i numeri mi sono stati sempre un po’ antipatici, parlo di quelli studiati a scuola, logicamente.
I primi anni non è che andavo proprio tanto male…mi davano fastidio i problemi tipo “La mamma va dal fruttivendolo a comprare due chili di patate, un chilo di pomodori e mezzo chilo di cipolle; se ha pagato con…tot… monete da 50 e ha speso…tot…quanto le resta in borsetta?”… domandatelo a lei, mi dicevo. Oppure quell’altro “Ci sono due treni…uno parte da…a cento chilometri l’ora, l’altro parte da…a tot chilometri l’ora, quanto…?” ... informatevi alle ferrovie, no? Pensavo mi andasse in tilt il cervello. Ho avuto sin da allora una forma d’idiosincrasia per la matematica che ho mollato non appena ho potuto farlo. Tutto ciò è durato sin dalla frequentazione di scuole d’ogni ordine e grado, per oltre trent’anni.
Ricordo che anche al lavoro, quando capitava qualcosa che aveva a che fare con i numeri, specialmente con le frazioni, demandavo e ricorrevo sempre all’ausilio di qualcun altro.
Un giorno, improvvisamente, non ricordo certo la data esatta, tutto è cambiato.
Non che abbia improvvisamente cominciato a risolvere problemi algebrici o d’alta matematica ma ho sentito di nutrire per i numeri un certo affetto in considerazione dell’effetto che fanno su di me. Direi quasi terapeutico forse anche ossessivo.
In moltissime occasioni dovendo stare fermo per una certa situazione, il mio divertimento consiste nel fatto di contare e ricontare più volte le cose, gli oggetti o addirittura le persone che ho davanti gli occhi. Poi faccio le operazioni, solo quelle del periodo della prima infanzia, intendiamoci: addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione, punto e basta. Cito qualche esempio: in qualunque sala d’attesa ci sono ovviamente persone in attesa. Allora comincio a contare: quanti uomini?…quante donne?…quanti giovani?…quanti anziani?…In quest’ultima categoria risalta la maggioranza delle vedove sui vedovi, direi all’incirca, il 75% contro il 25%. Che pacchia per quest’ultimi! Poi passo ai lampadari e alle lampadine, al mobilio, ai ninnoli, ai quadri ecc., senza tralasciare il conteggio di scalini in presenza di eventuali scale per accedere a quei luoghi. Camminando in strada conto quante macchine italiane rispetto a quelle straniere e di queste quante di una certa marca e quante di un’altra, sia circolanti che parcheggiate. Se sto aspettando un bus di linea ad una fermata, allora enumero quanti bus della linea che m’interessa passano nel senso di marcia opposto al mio e noto sempre che quello che serve a me è in netta minoranza, direi uno su tre e quindi in ritardo. Quando controllo le cifre elencate in un qualsiasi scontrino del mercato, del supermercato o di un negozio presso i quali ho proceduto all’acquisto di più cose, mi diverto a tirare le somme con vari metodi, senza l’ausilio di una calcolatrice, a gruppi di due, di tre e via dicendo. Capita anche che il mio totale non combaci con quello dello scontrino - naturalmente poi mi rendo conto che la colpa è mia - e allora rifaccio l’operazione anche due o tre volte, così per diletto, e mi ci faccio una risata sopra.
Devo però confessare che ho un mio numero preferito anzi il NUMERO preferito che è il 7. Non so spiegarne il motivo ma quando sono dietro a compiere alcune azioni tipo, ad esempio, l’uso quotidiano per esercizio fisico della cyclette, ogni 7 pedalate eseguo 7 movimenti con le dita delle mani per sgranchirle meglio.
Confessione per confessione ho una profonda avversione per il diciassette che,personalmente, non ritengo sia un numero ma una iattura tipo il passare sotto una scala a pioli (cambiare il percorso), lasciare che un gatto nero ti attraversi la strada (in questo caso tornare indietro – il bello è che ne ho uno in famiglia), incrociare il passaggio di un’ambulanza o di un carro funebre (fare gli opportuni gesti scaramantici), anticipare la sera prima il cambio della data del giorno seguente nel calendario sulla scrivania (attendere almeno le 7 a.m. del giorno successivo).
Mi capita a volte quando leggo un giornale, un libro o una rivista di dover sospendere la lettura per un motivo qualsiasi ma se mi trovo davanti alla pagina diciassette faccio del tutto per leggere ancora almeno altre quattro o cinque pagine e così pure davanti alle pagine successive quando il risultato della somma, della differenza, del prodotto - questo è un po’ difficile - o del quoziente delle due o più cifre della pagina della pubblicazione che sto leggendo diventa diciassette o quando ancora, se si tratta di un libro che sto leggendo, arrivo alla pagina 100 diciassette, 200 diciassette e così seguitando per quelle che seguono.
Al sorgere dell’alba del giorno venerdì diciassette di ogni mese di ciascun anno io EMIGRO, se non con il corpo almeno con la mente, tra gli amici aborigeni dell’Amazzonia dove, spero, non è vigente il calendario gregoriano entrato in vigore il 4/10/1582 con la riforma di Gregorio XIII (così parlò Zanichelli editando il vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli).
Tutte idiozie, stupide superstizioni che lasciano il tempo che trovano e che non hanno alcun concreto riscontro nella realtà, ma vallo a dire ad un capoccione come me.
E poi io mi diverto ad “operare”!
Affronto tutto questo in modo paranoico? Sono completamente d’accordo. Ho bisogno di andare a sdraiarmi sul divano di un analista, di uno psicologo, di uno psichiatra? Ci vado subito! Però mi occorre l’indirizzo. Ad esempio: via tal dei tali numero - attenzione però - deve essere al civico NUMERO 7 meglio ancora se lo studio si trova all’interno NUMERO 7.
Se vado all’indirizzo fornitomi e accanto al portone dove devo entrare c’è il diciassette regolarmente me ne torno indietro.
E tanti cari saluti.
.

 
Di Admin (del 19/02/2010 @ 15:48:52, in La gaia scrittura, linkato 81 volte)

UN COLPO DI FORTUNA

di Aldo il Monticiano

 
L’involucro di plastica che tutte le mattine porto con me quando esco di casa e che uso per gli acquisti che devo fare per le necessità della mia famiglia questa mattina contiene, finora, soltanto due etti di parmigiano da grattugiare. Proseguo nella mia quotidiana passeggiata attraverso le vie del rione facendo ballonzolare in modo altalenante il sacchetto e i due etti di parmigiano in esso contenuti, così, senza neppure sapere perché. Giunto nei pressi della fermata della metro mi sento picchiettare sulla spalla sinistra, mi volto e mi trovo davanti una persona fuori del comune. Un pezzo d’uomo notevolmente più alto di me, di un’età indefinibile e dall’aspetto giovanile. Il volto incorniciato da una folta barba nerissima, occhi impossibili da scrutare perché occultati da un paio di occhiali scuri, cappello borsalino di colore grigio calcato sulla fronte bassa, con indosso un giubbotto anch'esso grigio, chiuso da una cerniera lampo. Pure lui ha in mano un sacchetto di plastica con dentro qualcosa che fa lentamente dondolare avanti e indietro. Posso notare bene tutto ciò che descrivo perché lui, prima di rivolgermi la parola, mi lascia, credo volutamente, il tempo di farlo.
=Salve
=Salve, mi dica
=Questo è lo scontrino e questa è la chiave, sai quello che devi fare
Neppure il tempo di riprendermi dalla sorpresa e di leggere quello che c’è scritto nel tagliando che mi ha consegnato, alzo la testa, mi guardo intorno, niente! Nessuna traccia dell’”uomo in grigio”. Ma dov’è andato? L’unica possibilità che ho di rintracciarlo è quella di sperare che sia sceso in metropolitana e quindi scendo anch’io. Appena fatti tre scalini vedo in terra il sacchetto di plastica che quel tizio aveva in mano pochi secondi prima. Lo raccolgo e mi convinco che è proprio quello ma dentro, anziché qualcosa di commestibile, ci trovo un piccolo pezzo di mattone avvolto in una mezza pagina di giornale. Comincio ad insospettirmi e corro, secondo quello che mi permette l’età e la salute, alla ricerca dell’uomo in grigio. M’imbatto in un barbone con accanto un grosso cane, entrambi seduti in terra: lui, con la schiena poggiata al muro del corridoio d’ingresso alla metro, sta rigirandosi tra le mani un giaccone e un cappello entrambi di colore grigio fiutando questi due oggetti con il naso sul quale ha inforcato un paio di occhiali scuri. Ecco la conferma ai miei sospetti. Però non c’è la barba, Sì, perché quella che aveva sul viso, secondo il mio parere, doveva essere senz’altro finta. Continuo a girare con lo sguardo tutt’intorno a me però è perfettamente inutile. Mi chiedo il perché di quello che è successo ma non so darmene una ragione. Evidentemente sono stato scambiato per qualcun altro. Vado dal barbone per chiedergli se mi può descrivere la persona che gli ha dato quegli oggetti ma mi tocca scappare a gambe levate perché oltre a coprirmi di male parole mi aizza contro il suo cane che credevo dormisse. E adesso?
Mi reco nel vicino giardino, mi siedo in una panchina, mi guardo accuratamente intorno e comincio a riflettere. Devo cercare di comprendere qualcosa riguardo quello che mi è accaduto o che mi potrebbe accadere. Già. Chissà quali sviluppi prenderà la ”cosa”? Intanto comincio col pensare che il sacchetto “danzante”, meglio, i due sacchetti, c’entrano qualcosa e addirittura che questi sono un elemento importante, diciamo il primo indizio. Secondo me proprio loro hanno svolto la funzione di segnale di riconoscimento fra due persone che non si sono mai viste e che quindi non si conoscono. Mi viene in mente tutto ciò che ho appreso in questi ultimi dieci anni da libri e film polizieschi e di spionaggio. Devo ricordarlo poiché la faccenda lo richiede. Che ho in mano? Prima cosa ciò che m’ha dato l’uomo in grigio il quale ha usato sicuramente un travestimento per rendersi irriconoscibile mentre invece lui mi ha facilmente riconosciuto. Perché? Forse il segnale di riconoscimento è stato, per lui, il “sacchetto danzante”che avevo in mano. Seconda cosa da fare è quella di esaminare attentamente ciò che “l' uomo in grigio” mi ha consegnato. Nello scontrino leggo che è stato rilasciato questa mattina alle 8:30 a.m. dal deposito bagagli della vicina stazione ferroviaria. Se quel tale, oltre allo scontrino, mi ha dato anche una piccola chiave dicendomi pure che sapevo quello che dovevo fare la cosa più logica è andare a ritirare il bagaglio al deposito, aprirlo e vedere che diavolo spunta fuori.
Non reputo prudente andarci oggi. Potrebbe esserci qualcuno appostato nei pressi per vedere se il bagaglio viene ritirato e da chi. Lascerò passare qualche giorno. Il venerdì pomeriggio e il sabato mattina credo siano i momenti di maggior affollamento della stazione e allora…vada per sabato.
Eccomi alla stazione sabato mattina alle 9:00. C’è un viavai pazzesco di cose e persone; i bar sono stracolmi di gente che consuma brevi e veloci colazioni. In uno di questi bar, quello più vicino al deposito bagagli, riesco a prendere posto da solo, in un piccolo tavolino e ripasso a mente il piano che ho studiato a casa. Ho indossato abiti di foggia assai diversa da quelli dell’altro giorno sperando così di non essere facilmente riconosciuto. Adesso occorre contattare la persona adatta allo scopo che mi sono prefisso.
Eccola. È una ragazza sola, sottobraccio ha un paio di libri, probabilmente una studentessa universitaria fuori sede che torna a casa per il week-end ed è in attesa dell’arrivo del treno che dovrà prendere per tornarsene a casa. Lo presumo dal fatto che pur degustando un cappuccino molto lentamente consulta in continuazione il suo orologio e il quadro recante l’orario arrivi e partenze dei treni. Non mi alzo dal posto in cui sono seduto e la interpello falsando notevolmente il mio timbro di voce:
=Signorina scusi
=Prego, dica pure
Mi pare ben disposta:
=Mi deve proprio scusare ma alla mia età i problemi s’ingigantiscono…ehm…potrebbe farmi una cortesia?
=Certo, se posso, perché no
=Ecco, si tratta di questo. Io devo ritirare il bagaglio che ho lasciato in deposito, vede, quello là è il posto dove si depositano i bagagli…ehm…siccome ho un po’ di difficoltà, eh sì, le do lo scontrino. Me lo può ritirare lei? È abbastanza semplice se non le crea troppo disturbo. Mi eviterebbe una fatica anche se lieve
=Non si preoccupi, ci penso io. Spero soltanto che ci sia poca gente altrimenti rischio di perdere il mio treno
=No, no, non credo. Da qui vedo che è poco frequentato questa mattina. Ecco questo è lo scontrino per il ritiro e grazie tante in anticipo
=Prego
Tutto sta andando secondo il piano stabilito. La ragazza, tra l’altro proprio bellina, sta entrando. Ancora qualche minuto…eccola che torna verso di me con una grossa valigetta ventiquattr'ore in una mano. Prima di farle segno di avvicinarsi guardo attentamente se è pedinata da qualcuno, non si sa mai. Per precauzione mi sposto da dove ero seduto e dal fondo del bar faccio cenni alla ragazza che sta entrando…
=Eccomi, sono andato al bagno, sa, ad una certa età
=Sì, sì, capisco. Ecco il bagaglio
=Non so proprio come ringraziarla. Le posso offrire qualcosa?
=No, no, grazie adesso devo proprio andare, arrivederci
=Ah? Sì…speriamo. Arrivederci e grazie
Appena uscita la ragazza prima di prendere la valigetta indosso un paio di guanti che mi sono portato appresso per evitare di lasciare impronte. Con la valigetta in una mano ed un bastone nell’altra, simulando una finta zoppia, mi avvio verso casa. I miei saranno fuori per l’intera giornata invitati da una sorella di mia moglie. Gli ho detto che non sarei potuto andare con loro perché non mi sentivo troppo bene. Da solo in casa posso esaminare la valigetta più tranquillamente. Che ci sarà dentro? Una bomba? Non credo, perché dovrebbe esserci? Anche se mi hanno scambiato per qualcun altro, che so: un mafioso, una spia, un terrorista o un killer non credo sia possibile adottare simili metodi. Oppure sì? Poggio le orecchie sui bordi della valigetta per sentire un’eventuale ticchettio. Che idiozia, se dentro c’era qualcosa di esplodente a tempo a quest’ora il deposito bagagli era bello che saltato in aria. No, no, dentro ci deve essere per forza qualche altra cosa con le relative istruzioni su ciò che si doveva fare se fossi stato io il tizio che doveva essere contattato. Progetto di un’arma misteriosa da vendere ad una potenza straniera? Documenti segreti e pericolosi per qualche personalità importante? Basta. Se vado avanti così non aprirò mai questa benedetta o maledetta valigetta. Sempre con indosso i guanti prendo la chiave, la infilo nella serratura con molta delicatezza stando attento ad evitare qualsiasi brusco movimento come se così facendo, ove dentro ci fosse un esplosivo, io mi salvo. A volte sono proprio uno scemo. Via, coraggio, apriamo. In un millesimo di secondo apro e…chiudo con un colpo secco.
Comincio a sudare freddo…mi assale un tremito violento…non riesco a frenarmi. Cerco di alzarmi dalla sedia ma le gambe non ne vogliono sapere. Mi asciugo il sudore che m’ha invaso tutto il corpo e lentamente, molto lentamente sento che mi sto riprendendo da questa specie di shock. Forse è stato un sogno o un incubo? Sollevo nuovamente il coperchio e quello che avevo intravisto prima è realtà. Il contenuto è maledettamente reale. Un mucchio di biglietti da 500 euro ordinatamente impacchettati! Quanti saranno? Cento? Mille? La valigetta ne è completamente piena fino agli orli. Mi prende la smania di toccarli, di accarezzarli quasi ma mi freno in tempo. Un momento. Calma e sangue freddo. Che significato può avere tutto questo tesoro? Non ne ho la minima idea e nemmeno posso andarmene in giro a chiedere o a dare spiegazioni, quindi me la devo cavare da solo. Comincio a pormi delle domande: vediamo un po. Soldi da riciclare? Soldi falsi? Soldi frutto di qualcosa di disonesto che so, furti, rapine, saccheggi, sequestri di persona, tangenti? Oppure la ricompensa per qualcosa di delittuoso da compiere? Cerchiamo di conservare la calma, già ma come? Sono talmente agitato da sentirmi come in un frullatore. E mi gira anche la testa. Finalmente riesco ad alzarmi e allora decido di andarmi a preparare una tripla camomilla. Prima però richiudo la valigetta. Non si sa mai, si dovesse volatilizzare tutta quella grazia divina. Ingurgito la camomilla così velocemente che rischio di strozzarmi senza peraltro avere evitato di scottarmi. Emano lingue di fuoco come il canone a sei zampe di quel logo. Riapro la valigetta: sono effettivamente biglietti da 500 euro. Non li avevo mai visti. Sono belli però, un bel colore. Sì, sì, sono proprio belli, da vedere e da spendere…Ma come? Sempre con le mani inguantate prendo un pacchetto di quei cari 500 euro e li conto: 1,2,3,4,5,6,7…Arrivo fino a 50. Allora: 500 per 50 quanto fa? Non riesco nemmeno a fare questa semplice operazione: 500 per 50…500 per 50…fa…25.000 euro? Impossibile, sono troppi. Ma no per la miseria sono proprio 25.000. Non ce la faccio a contare anche gli altri. Sto tremando di nuovo. Sono troppo agitato. Vado a farmi altre tre camomille. Il cuore mi sta martellando il petto. Calma, calma,calma. Cerchiamo di esaminare la “cosa” con freddezza. Vediamone gli eventuali lati negativi: se sono falsi come faccio a scoprirlo? Intanto voglio accertarmi se sono tutti soldi oppure in mezzo ai pacchetti ci sono soltanto pezzi di carta. Vediamo un po’: no, no sono soltanto soldi…Insomma “soltanto” per modo dire. Poi le fascette che li tengono sono semplici strisce di carta senza alcun timbro bancario…Ma quanti saranno? Non lo voglio sapere, almeno per ora, altrimenti rischio di farmi venire un colpo. Voglio solo accertarmi che i numeri di serie non siano consecutivi…Bene, non lo sono.
Devo escogitare un piano. Sarà meglio per un po’ di tempo non uscire di casa. La scusa e bella e pronta, dirò che non mi sento bene. Mi farò crescere la barba, mi metterò un paio di occhiali da vista anche finti, poi quando deciderò di uscire eviterò di passare dalle parti in cui l’altro giorno ho fatto quell’incontro.Mi piacerebbe rendermi invisibile almeno per un certo periodo.
Quando dovrò verificare se i biglietti sono falsi andrò a cambiarli ma non in banca e neppure alla posta perché se lo fossero verrei subito denunciato alle autorità competenti. Meglio evitare. Mi conviene andare in vari negozi. Intanto, per esempio, dal fornaio dove vado quasi tutti i giorni, mi conosce bene, inventerò una scusa qualsiasi, si, tutto però a tempo debito.
Ho letto da qualche parte che quando una persona trova del denaro di qualsiasi ammontare senza che si riesce a sapere a chi appartiene e nessuno lo reclama, dopo un certo periodo di tempo, mesi? Anni? non ricordo, il “fortunato” ne diventa il legittimo proprietario. Sarà così?Lo spero, ma se nel frattempo io, considerata la mia età, “navigherò verso altri lidi” che succede? Farò in modo che, eventualmente, la mia famiglia possa godersi il gruzzolo. Come ricevere una normale eredità. Proveniente da dove, si chiederanno? Troveranno una lettera al riguardo con tutti gli opportuni dettagli.
Lascio trascorrere alcuni mesi e quindi do inizio all’operazione “money changer”. Cambio settimanalmente soldi e zone della città. Tutto fila a meraviglia. I “500” sono più che buoni, sono ottimi. In casa si chiedono come mai spendo soldi così in continuazione e dove li trovo considerata la mia pensione. Ho raccontato una frottola. Per misura cautelativa un lavoretto extra a giorni e ad ore alterni, tipo venditore porta a porta di pubblicazioni.
Funziona! Giustifico così sia il cambiamento del mio aspetto che il flusso dei soldi.
In giro, come ogni settimana, sono fermo ad un semaforo insieme ad altra gente ed attendo che diventi verde il segnale per l’attraversamento pedonale. Appena scatta siamo in molti che, nei due sensi di marcia, attraversiamo sulle strisce. Mi viene incontro un tizio grande e grosso con uno strano sguardo. Compie un’ancor più strano movimento come se sta per cadere, mi si aggrappa e nello stesso istante sento una specie di “plop”. Avverto un forte dolore al petto, all’altezza del cuore, scivolo lentamente a terra ed il tizio quasi mi ci accompagna mettendosi a gridare. Sento che le forze mi stanno abbandonando, mi sembra di non avere più né gambe né braccia. Non riesco a parlare mentre mi pare di udire grida e lamenti che tendono lentamente ad affievolirsi. Qualcuno, furtivamente, mi sta frugando in tasca. Se poco fa era mattina perché sta diventando sempre più buio…e perché mi vogliono togliere dalle mani il sacchetto?
NON LO SAPRO' MAI

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