airone rosso
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 15/12/2009 @ 22:29:43, in Filosofare, linkato 121 volte)

Così parlò Zoroastro
(Zoroastro o Zarathustra mitico profeta persiano)



Ho voluto vedere il fondo delle cose e più a fondo del dolore, e ho voluto vedere al di sopra delle stelle…
Così parlò Zarathustra al suo animo.
Da: Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche

Uscì dalla sua caverna Zoroastro e agli astanti disse: a voi racconterò la mia visione.
Viveva in occidente un grande re, da tutti considerato buono, giusto e immortale, il suo nome era Ahweh.
Il suo popolo viveva in pace e felice ma un giorno Ahweh volle verificarne la fedeltà; chiamò a sé Damo, il maggiore, e gli annunciò che era proibito raccogliere le mele dall’albero del sapere nel giardino incantato.
Da allora un sentimento, prima di curiosità, poi di ansia, si impossessò di Damo e si trasformò quindi in sofferenza, quando sua moglie Va gli propose di capire il perché della proibizione.
Un giorno, in un momento di oblio, Va staccò una mela dall’albero proibito, la porse a Damo e insieme la assaggiarono; con stupore constatarono che non era diversa da quelle che crescevano nel loro campo.
Ahweh subito se ne accorse e, furioso per la disobbedienza, volle punirli, fece scacciare i due nelle terre più desolate e inospitali del regno dove, per sopravvivere, avrebbero dovuto lottare quotidianamente contro la durezza della natura.

Così raccontò Zoroastro:

Il mio sogno continuava.
Seguirono gli anni e le generazioni, i discendenti di Damo erano sempre nella sofferenza e infelici e avevano molto timore del grande Re e, per ingraziarselo, a lui offrivano numerosi sacrifici immolando i loro più begli animali nella ricorrenza della scacciata dei padri.
Ahweh “si compiaceva” del culto dei sacrifici con spargimento di sangue e volle di nuovo mettere alla prova la fedeltà del suo popolo.
Fece chiamare Bramo, il migliore, e implacabilmente gli impose di sacrificare, al posto della consueta capra, il suo primogenito Sacco.
Bramo, pur molto addolorato, non osò disobbedire e nel giorno del sacrificio si apprestò all’ara con il figlio; solamente all’ultimo istante un emissario del Re fermò la mano infanticida.
Ne fu così provata la cieca fede ed egli non smise per tutta la sua vita di ringraziare e osannare l’immensa bontà di Ahweh.
Si innalzarono perciò nuovi e più maestosi altari e si offrirono ripetuti sacrifici.

Dai presenti sorse una voce: -Venerabile Zoroastro, in che modo si può spiegare tutto questo?-

Un fiore, simile al loto, dono di Ahweh, si era diffuso in quelle terre, il suo polline inebriante era magico e la sua presenza nell’aria donava un grande sentimento: la fede in lui.
In seguito, però, accadde che la pianta del loto, emanante il polline della fede, divenne sempre più rara, diminuirono conseguentemente i riti sacrificali al Re.
Prevalse quindi l’usanza del culto degli antenati, come Damo e Bramo, per avere favori e protezione.
Il Re, molto deluso di tutto ciò, inviò allora nei paesi del regno il figlio Esu per comprendere meglio.
Esu era stato in India, alla scuola di Uddha “l’illuminato” il filosofo della “non violenza” e ne aveva appreso i grandi insegnamenti.
Egli vivendo fra la gente ne vide le sofferenze, l’egoismo nel loro cuore, gli odi, la violenza nei loro animi alimentata anche dalla consuetudine ai cruenti rituali.
Impietosito si mise a insegnare i nuovi valori della non violenza, dell’amore per se stessi e per il prossimo, della compassione.
Ai capi delle tribù e ai sacerdoti tutto ciò non piaceva perché sviava il popolo dai riti e dalle offerte e presero a odiarlo, finché un giorno, con l’inganno, lo consegnarono alle guardie per processarlo.
Interrogato su chi lui fosse, Esu affermò che egli era il figlio del Re.
Essi, nell’udire ciò, increduli e pieni d’ira, lo insultarono e lo condannarono a essere immolato come un animale, quindi lo percossero e lo inchiodarono al supplizio.
Era l’orrenda nemesi per il desiderio dei riti di sangue di Ahweh, destino al quale anche il figlio era stato trascinato.

Così parlò Zoroastro:

La mia visione continuava.
Esu al terzo giorno si ridestò, tutti lo videro, con enorme stupore; sconcertati e turbati capirono che egli era veramente “oltre l’umano”, al di sopra degli uomini e compresero finalmente l’orrore delle ataviche usanze.
Da quel momento, per ognuno di loro, “Ahweh era morto”, per sempre, perché non amato ma temuto.
Una nuova grande Consapevolezza sostituì il polline del loto; le genti seguirono gli insegnamenti di Esu, i nuovi valori etici da lui predicati, il distacco dall’ego, la pratica delle virtù, la libertà dai riti.
Scomparve ogni violenza e la guerra divenne un tabù alla pari dell’incesto.
Tali valori resero gli uomini non più schiavi della sofferenza ma liberi in se stessi, “al di là del bene e del male”, con l’accettazione della vita e del suo divenire, nell’alternanza di vita e morte, della “continua ed eterna ripetizione”.
Un nuovo tempo iniziò…
e per Voi?

Così raccontò Zoroastro la sua utopica visione e si ritirò nella sua caverna.

Un silenzio di meditazione lungo e profondo si diffuse tra gli astanti…
e lentamente acquistavano coscienza di una nuova rinascita interiore, ed allora alcuni intimamente ridevano, altri piangevano ma i più, che non avevano compreso, rimanevano indifferenti.


di Luciano Niero

 
Di Admin (del 15/12/2009 @ 22:16:18, in Filosofare, linkato 103 volte)

Mi sono pervenute le accurate ricerche e i meditati testi di Luciano Niero  su temi filosofici. Sono interessanti e utili a chi è appassionato del pensiero filosofico. E quindi non tardo minimamente a pubblicarli, pur avendo annunciato la sospensione dell’attività del presente blog alcuni mesi fa (Admin).

Abbecedario quasi filosofico

 

Aforismi filosofici.
- Quando si è giovani non bisogna tardare a darsi alla filosofia, quando si è vecchi no bisogna stancarsi di filosofare. ( Plotino )
- Anche i grandi pensieri e suggerimenti, se ripetuti troppo diventano banali.
- Fai in modo che alla sera quando ti corichi tu sia migliore rispetto al mattino. ( Marco Aurelio )
- Un detto dice: meglio un giorno da leone che cento da pecora. Un altro: meglio cento giorni da filosofo che uno da leone.

Anima. - gr. Psichè, per Socrate psiche, e intendeva il pensiero.

Bellezza. - Meravigliati della bellezza della natura, è solo illusione.

Consapevolezza. - E’ attenzione costante, autosservazione, non identificazione con le cose.
- La parte più importante dell’essere.
- E’ conoscere se stessi. ( Socrate )
- E’ l’Agire non il Re-agire.

Dio. - Se ci credi puoi stare bene, se non ci credi veramente puoi stare bene.
- Tertulliano: “ credo quia absurdum” credo perché è assurdo.
- Agnostico: “non credo perché è assurdo.

Equilibrio. - Quando l’hai raggiunto l’hai già perso.

Eternità. - L’eternità è l’assenza del tempo.

Felicità. - Se vuoi essere felice abbi dei desideri, se vuoi essere infelice persegui tutti i tuoi desideri.
- L’infelicità dell’uomo deriva dal non riuscire a stare tranquilli e fermi senza annoiarsi. (Pascal)

Filosofia. - E’ l’osservazione dell’invisibile. (Platone)
- è maestra di virtù, (Seneca)
- è la cura dell’anima, trovare il meglio di sé,
- è coltivare il “mondo delle idee”,
- è contemplazione delle verità,
- è meditazione sulle idee e non speculazione di nozioni.

Giudicare (non). - gr. Epochè, la sospensione del giudizio. (Pirrone)

Ignoranza. - L’ignorante sa tutto, il sapiente sa di non sapere.

Inconscio. - Il tuo grande e profondo magazzino dove puoi trovare tutto di te.

La via di mezzo.
- La retta condotta risiede nell’equilibrio tra i due estremi: la soddisfazione dei desideri o accondiscendenza verso se stessi, la loro repressione o mortificazione di se stessi. (Buddha)
- La virtù sta nella medierà tra l’eccesso e il difetto. Katà mètron, la giusta misura. (Aristotele)
- La medietà non è mediocrità ma virtù.
- Sei poco filosofo se vuoi tutta la vita savia e filosofica. (Leopardi)
- L’animo umano alterna tra lo spirito dionisiaco “l’istinto, e lo spirito apollineo “la razionalità”; l’uno moderato dall’altro. (Nietzsche)

Libertà. - Sei libero quando conosci te stesso.
- Il corpo è la prigione dello spirito che può evadere, cioè sentirsi libero, per mezzo della filosofia.

Matematica. - gr. Mathèma: insegnamento, conoscenza.
- Formula di matematica filosofica: C= (AxT) : P
C = Consapevolezza, A = Autosservazione, T = Tempo, P = Pregiudizio.

Mistero. - Ogni cosa, complessa e misteriosa, è scomponibile in parti più piccole e comprensibili.

Morale. - La morale è dettata dalla mente, dalle leggi, filosofie, chiese; la coscienza etica è dettata dalla natura, dal cuore.

Morte. –-Se non ci fosse non ci sarebbe la vita.

Natura. - La natura è indifferente, E’ energia che si perpetua nel cambiamento.

Nulla. - Per il bambino il nulla è tutto, per l’adulto il tutto è nulla. (leopardi)
- Eri nulla, credi di non essere nulla, sarai nulla. (Leopardi)
- Il Tutto è contenuto nel Nulla.

Opposti. - Noi siamo sia le vittime che i carnefici di noi stessi.

Osservare. - L’osservazione costante di noi stessi, del nostro spirito e del mondo estero, è indispensabile per la nostra consapevolezza.

Perché. - Dopo il tuo primo “perché” hai aperto il vaso di Pandora di infiniti perché.

Persona. - gr. Pròsopon: volto; lat. Persona: “la maschera”, il carattere.
- E’ ciò che gli altri credono che tu sia. (C. G. Jung)

Religione. - Abbandonando tutte le religioni si diventa religiosi. (Osho)
- La religione è la prigione, la spiritualità la libertà.

Rinascita. - Se ritorno a nascere farò questo e quello; rammenta: ogni giorno si rinasce.

Sé. - Il conscio e l’inconscio insieme. L’io.

Tempo. - Il tempo esiste in quanto tutto muta, se non ci fossero variazioni non ci sarebbe il tempo.
- Quando misuriamo il tempo misuriamo noi stessi.
- Il presente è l’attualizzazione della coscienza, l’attenzione, la consapevolezza.
- Il futuro non è, il presente è l’istante senza tempo.

Teologia. - Il teologo non ha più dubbi, sa di sapere.
- Motto quasi filosofico: dubito “ergo” sono. (cartesianamente)

Verità. - In filosofia non si afferma mai “la Verità”.

Virtù. - Se tutto è vano anche la virtù è vana?
- Per gli stoici la virtù è fine a se stessa.

di Luciano Niero


 
Di Admin (del 29/04/2009 @ 17:49:59, in Filosofare, linkato 153 volte)

Chiedo aiuto ai lettori
di Franca Fusetti

Chiedo aiuto ad interpretare il significato del paragrafo numero 6 a pagina 58 di La Gaia Scienza di Nietzsche, che recita: “Perdita di dignità. La meditazione ha perso tutta la dignità della sua forma, si sono ridicolizzati il cerimoniale e gli atteggiamenti solenni dei pensatori e non si tollererebbe più un uomo saggio d’antico stile. Pensiamo troppo rapidamente e strada facendo, mentre camminiamo, mentre attendiamo a negozi d’ogni genere, anche quando meditiamo su quanto c’è di più serio; abbisogniamo di poca preparazione, perfino di poco silenzio – è come se portassimo in giro nella testa una macchina dall’inarrestabile rullio, che neppure nelle condizioni più sfavorevoli cessa di lavorare. Un tempo lo si vedeva subito che uno voleva pensare – era l’eccezione! -, che voleva diventare più saggio e si preparava a pensare: si atteggiava il viso come per una preghiera e si tratteneva il passo: si stava per ore sulla strada, in silenzio, quando il pensiero « veniva » - su una o anche su due gambe. Così voleva « la dignità della cosa »”
Suppongo che la dignità perduta riguardi il comportamento, l’adattamento dell’uomo al nuovo sistema sociale che l’avanzamento tecnologico aveva introdotto.
La vita ha un ritmo accelerato. L’uomo non dipende più dallo sforzo delle sue braccia. L’abilità e la creatività personali sono alienate dalla macchina ideata per la prestazione veloce e seriale. L’ingegno dell’uomo si sviluppa nella progettazione e la supervisione delle nuove tecnologie. La mente è sottoposta al rullio dei motori e alla corsa delle macchine. Per stare al passo del nuovo regime di vita, non è più possibile seguire la forma tradizionale del pensare. Non vi è più la possibilità di sospendere l’ingranaggio e seguire una sola occupazione per volta come il meditare, ad esempio.
Un tempo, in ogni luogo, in ogni momento, era possibile fermarsi, dedicarsi al pensiero. Chi si predisponeva alla riflessione e alla meditazione lo si riconosceva quale saggio. L’ atteggiamento, il luogo, il tempo occupato dall’uomo saggio, era ritenuto degno di rispetto. Era un valore.
Non sono per nulla sicura che la mia interpretazione, che a me stessa sembra letterale, corrisponda all’intendimento del filosofo.
Chissà se a qualcuno piacerà aggiungere o aggiustare la mia riflessione, come vorrebbe “la dignità della cosa”.

 
Di Admin (del 14/02/2009 @ 00:08:15, in Filosofare, linkato 135 volte)

"Per questo documento si ringrazia il Dott. Antonio Rossin"

 Sommario della Fenomenologia della Mente di Hegel (1770-1831)

(A cura di Paul Trejo, Agosto 1993.  Traduzione Italiana di A.Rossin)

 

DEFINIZIONE

 

  1.  Il termine 'fenomeno’ si riferisce alle apparenze. È una parola greca usata da Platone per distinguere le apparenze, che sono solo temporanee, dai Noumeni eterni del regno dell’Ideale.  Lo studente di filosofia dovrebbe ricordare la metafora della caverna delle ombre dove le apparenze venivano prese per realtà.  I fenomeni sono apparenze. Ma allora, dove si trova la realtà?  Secondo la visione di Hegel, probabilmente unica nella filosofia occidentale, possiamo conoscere la realtà solo quando abbiamo piena cognizione delle apparenze, dal momento che le apparenze (i fenomeni, i Noumeni, il Geist) nascondono e rivelano parzialmente la realtà in un modo particolare.

 2.  Esistono gradi di realtà nei diversi fenomeni. Questo sta all’origine dell’idea di Hegel che esistono gradi di verità nelle proposizioni. Esistono fenomeni della materia e fenomeni della mente. Anche i fenomeni della mente parzialmente nascondono e parzialmente rivelano la realtà. Lo studio dei fenomeni è chiamato fenomenologia ed Hegel si applica ai fenomeni mentali, di qui il titolo di FENOMENOLOGIA DELLA MENTE.

 

INTRODUZIONE

 

 

   1.  La FENOMENOLOGIA DELLA MENTE è uno studio delle apparenze, delle immagini e delle illusioni attraverso la storia della consapevolezza umana. Più specificamente, Hegel presenta una evoluzione della consapevolezza.

 2.  Questo studio non è una storia cronologica. Non è una descrizione dell’evoluzione della vita. I fenomeni della mente iniziano quando l’uomo inizia a pensare.

 3.  La Consapevolezza si sviluppa attraverso molti livelli successivi. Questa idea è un po’ come la teoria Buddista dei livelli di maturità spirituale, da forme più basse a forme più elevate di consapevolezza, ma Hegel la esprime in una dimensione classica Europea. Non ci aspettiamo che molti filosofi europei traccino un percorso spirituale, ma in ogni caso l’approccio analitico e razionale di Hegel rende il suo pensiero ampiamente differente da quello del Budda.

 Spetta a te, lettore, decidere se Hegel ha qualcosa di importante da dire.

 I.  L’INDIVIDUO

 

     1.  Hegel traccia l’evoluzione della consapevolezza iniziando dalle sue forme primitive e selvagge. La sua prima forma (tipica dell’infanzia) è la CONSAPEVOLEZZA SENSORIA. Questa è una consapevolezza semplice del tipo ‘hai visto una cosa e le hai viste tutte.’ La realtà colpisce il bambino, insegnandogli che cose differenti hanno valori differenti, e che il valore più importante di tutti è possedere la conoscenza di queste differenze.

 2.  L’Esperienza costringe la Consapevolezza Sensoria a evolvere in una CONSAPEVOLEZZA PERCETTIVA. Qui il faro guida è Aristotele. Tutte le cose, tutti gli animali, tutti i minerali, tutti i luoghi sono accuratamente registrati e classificati in un sistema ordinato, la Scienza Naturale. Quando guardiamo gli oggetti, noi ora percepiamo la relazione naturale tra essi.  Incominciamo a comprendere il rapporto causa-effetto. Ma ci tormenta la sensazione che la Scienza Naturale non sia sufficiente. Una dimensione della realtà continua a sfuggirci: le nostre stesse menti. Come possiamo classificare una mente? Com’è costruita, per se stessa e in quanto tale?

 3.  Lo sviluppo della Scienza trascende la Percezione ed evolve nella CONSAPEVOLEZZA della RAGIONE. Qui il faro guida è Kant, la chiave di lettura è data dalla teoria kantiana della Ragion Pura. Kant ha mostrato i parametri basici della mente umana ed ha mostrato alla consapevolezza la sua propria immagine. Hegel ha esaltato gli assunti di Kant col farne la forza portante del suo sistema. La Consapevolezza della Ragione vede se stessa come un grande principio unitario, dove la molteplicità delle innumerevoli cose del mondo viene unificata nell’unicità del Sé Maggiore (appercezione trascendente). La strada maestra della logica è ora svelata, ed è un vero mistero il perché la più parte dei teorici di oggi non si accorgono che molto del loro lavoro è stato già completato duecento anni fa.

 II.  LA SOCIETÀ

 1.  In ogni caso anche la Consapevolezza della Ragione ha i suoi limiti. Nonostante la Teoria del Sé, quella di Kant è rimasta una teoria impersonale, dal momento che il Sé non possiede una personalità sua.  Gli manca la dimensione del reale,” pensò Hegel, che tracciò così un altro passo evolutivo, questa volta verso l’AUTOCONSAPEVOLEZZA. Oltre alla pura consapevolezza della mente, l’Autoconsapevolezza riguarda anche la consapevolezza della persona reale, perciò si sviluppa in sotto-livelli.

 2.  Qui Hegel ha fatto marcia indietro da Kant per tornare ai tempi antichi. L’autoconsapevolezza si è evoluta molto tempo fa nell’ambito della politica. Iniziando da una AUTOCONSAPEVOLEZZA del DESIDERIO, i primitivi avvertirono con forza solo la necessità di esaudire i bisogni propri e quelli delle proprie famiglie. Gli altri erano i nemici. Iniziarono le lotte. Per i loro interessi i primitivi si sono aggregati in gruppi. Iniziarono le guerre. Dopo molti secoli la consapevolezza si è sviluppata in due categorie maggiori: AUTOCONSAPEVOLEZZA del PADRONE e AUTOCONSAPEVOLEZZA del SERVITORE 

 3.  la AUTOCONSAPEVOLEZZA del PADRONE è la forma mentale di chi ci governa e gestisce le nostre domande e paure della vita di ogni giorno col farne stimoli al progresso. Ma il Padrone non può progredire, se no non sarebbe più il Padrone! Il suo compito è combattere e restare dominante, senza mai ringraziare nessuno e senza mai delegare nessuno, ma solo per mantenere intatta la sua supremazia senza possibilità di un qualsiasi sviluppo ulteriore. Così, tutto ciò che attiene allo sviluppo appartiene alla classe dei Dipendenti.

 4.  La AUTOCONSAPEVOLEZZA del SERVITORE non solo gli consente di sviluppare nuove scienze e tecnologie per servire il padrone, ma gli fa anche sopportare le proprie pene e tribolazioni, cosicché non solo la tecnologia, ma anche la stessa filosofia viene posta in fermento. Il dipendente produce tutte le sue idee ed invenzioni nell’ambito del lavoro, ma nella propria casa o nel proprio intimo se ne esce a formulare delle giustificazioni filosofiche per la propria posizione di servitore.

 5. Una delle prime giustificazioni filosofiche sviluppate dal servitore è la AUTOCONSAPEVOLEZZA STOICA, che è quella ideale per supportare un lavoro onesto e virtuoso. Ma la realtà insegna ai figli dello stoico che la virtù non viene sempre premiata e che il vizio non viene sempre punito, e che il duro lavoro viene solitamente solo sfruttato. Essi così svilupparono una AUTOCONSAPEVOLEZZA SCETTICA che trova sfogo solo nella sfiducia, nel cinismo, nella rassegnazione alla vita dura del servitore, e nella derisione dei teneri di cuore.

 6.  Anche se la temporanea verità dello scetticismo resta innegabile, la visione cinica rende la vita impossibile ai figli degli scettici. Essi così portano lo scetticismo un passo più avanti e respingono il mondo non solo a parole ma anche a fatti. Sviluppano così una AUTOCONSAPEVOLEZZA dell’INFELICITÀ, termine con cui Hegel indica tutto un complesso di atteggiamenti. Essi prima si ritirano completamente dal mondo, come fanno i monaci e gli asceti. Poi lasciano il mondo per la preghiera se sono credenti, o per la meditazione senza speranze se non lo sono. In entrambi i casi il loro premio è lo stesso. Se non ottengono altro, dopo anni di esercizio ascetico ottengono la gioia di aver sviluppato la propria volontà in una volontà d’acciaio. Raggiungono la verità del Libero Arbitrio, e lo vedono in una luce assai più chiara che qualsiasi altra persona.

 7.  Il Libero Arbitrio apre la strada al potere della mente e delle idee, e così fa emergere una AUTOCONSAPEVOLEZZA IDEALISTICA. In opposizione alla autoconsapevolezza dei Dominanti, dei Dominati e all’Ascetismo, i quali tutti riducono il mondo ad un’idea specifica, l’Idealismo trasporta le stesse idee - tutte le idee  - in una dimensione reale.

 8.  Tuttavia l’idealismo esclude la metà non-ideale della realtà, così gli manca la dimensione dell’Inclusività Totale. L’Idealismo Trascendentale di Schelling, guardando all’Inclusività Totale con la sua fede nella sostanza e nella Natura, ci ha dato non poco della nostra fede scientifica moderna. Questo è l’inizio della CONSAPEVOLEZZA RAZIONALE.

 9.  Con Schelling, l’Idealismo è dovuto venire a patti con la Natura, il grande Altro. Lo strumento che ha permesso questa correzione è la CONSAPEVOLEZZA EMPIRICA. Questa nega che la Ragione appartenga al soggetto e da questo si riflette nel mondo esterno. La Consapevolezza Empirica crede che la ragione risieda esclusivamente nell’oggetto, e si riflette solo in modo confuso all’interno della mente. “Attraverso l’osservazione empirica noi dovremmo arrivare al non plus ultra della Ragione,” così dicono gli Empirici.

 10.  Nella Consapevolezza Empirica il pensiero controlla sistematicamente se stesso usando la sperimentazione e la statistica. Anche la vita stessa diventa oggetto della scienza, in quanto Biologia. La Psicologia Empirica è deputata allo studio della mente umana.

 11.  Ma la Psicologia resta sempre più o meno ferma al livello della psicologia animale. Poiché la Consapevolezza Empirica cerca l’oggettività assoluta, proprio per questa semplice ragione lo studio del Sé soggettivo è ritenuto estraneo all’investigazione scientifica. La Psicologia Empirica resta perciò di parte, allo stesso modo del soggettivismo che essa rifiuta. Quando la mente viene studiata con questo metodo, viene studiata come mente-oggetto, come attività del corpo, come tessuto cerebrale, o (come ai tempi di Hegel) come protuberanze all’interno del cranio.

 12.  Un’Autoconsapevolezza che guardi a se stessa come allo scatto deterministico del ginocchio nei riflessi tendinei, nega di fatto la sua stessa certezza poiché vede la sua propria realtà all’esterno di Sé.

 13.  Possono i Comportamentalisti comprendere il proprio comportamento attraverso l’analisi del comportamento altrui? Sperimentano realmente se stessi solo come si fa con i riflessi delle gambe e della lingua? Questa è la replica fenomenologica alla sfida che il comportamentalista B. F. Skinner ha portato alla dignità dell’autoconsapevolezza.

 14.  Ciò non vuol dire che l’esistenzialista ha ragione nel ritenere che siamo totalmente liberi e che le nostre scelte sono arbitrarie. Questa considerazione però non ci farà abbandonare un estremo per l’alto. Noi non siamo solo ossa e riflessi condizionati, ma nemmeno siamo pura soggettività, slegata dalle condizioni naturali. Siamo sottoposti a certi gradi di condizionabilità e determinismo. Metà della nostra verità è “libertà”, l’altra metà è “la nostra realtà è un osso.

 15.  Scoprendo i limiti naturali della Consapevolezza Empirica arriviamo ad una visione più olistica. Usciamo dalla passività della pura osservazione. La nostra soggettività è altrettanto valida che la nostra oggettività, e così la Psicologia Empirica non può più offrirci la comprensione definitiva delle persone.

 16.  Quando noi oggettiviamo la nostra soggettività, passiamo dalla teoria alla pratica. Come soggetti oggettivi noi non siamo più individui isolati.  Come concreti Sé in una società concreta, noi condividiamo delle idee. Questo però lo sapevamo già, perché avevamo già condiviso una moralità locale sin dall’infanzia. Così, noi evolviamo dal caos e dalla noia della Autoconsapevolezza Empirica verso una AUTOCONSAPEVOLEZZA ETICA.

 16.1.  La Consapevolezza Etica inizia con l’evidenza immediata della Famiglia, senza la quale il Sé non esiste. Un bambino lascia la sua casa e spesso si marita, là dove il maschio e la femmina, entrambi antitetici, si uniscono in unione sintetica e producono prole per dare continuità ai valori della famiglia, dove la femmina è il regno della Legge Divina e il maschio lo è della Legge Umana, e dove la sintesi è una pratica etica che si espande a includere l’intera comunità.  [1]  La famiglia partecipa all’economia sociale, dove l’onestà, la parsimonia e l’affidabilità sono virtù altamente considerate.

 17.  In tale contesto, la nostra auto-immagine viene dipinta meglio dalla letteratura dell’eroismo. Le faccende pratiche sono facilmente esagerate nella letteratura, così il buon ragazzo è completamente buono e quello cattivo è completamente cattivo, e ciò rende le scelte semplici, gradevoli e partigiane. La coscienza perciò può fermarsi a questo livello di finzione.

 18.  Le persone di coscienza lottano per l’armonia sociale, talora fino all’estremo del puritanesimo. Esse sono sovente assai stimate, ma qualche volta si spingono troppo lontano e tentano di guidare il mondo verso la piccineria. La virtù dovrebbe essere consapevole anche dei modi del mondo, e vivere serenamente nel mondo con la tolleranza ed il perdono.

 19. La debolezza della Consapevolezza Etica viene dal fatto che qualche volta si oppone, sino all’estremo dell’arroganza morale, al parlare insieme della gente. Essa giudica male la persona allegra che interagisce con il mondo, che ingaggia il mondo in quella sfida di abilità e competenze che danno al mondo stesso un significato. Essa volta le spalle al soldato eroico che abbia commesso anche una solo minima infrazione.

 20. La Legge è l’istituzione che regola il nostro volerci imporre uno sull’altro. Le persone di coscienza devono imparare che anche gli altri hanno dei diritti. Arriviamo così alla AUTOCONSAPEVOLEZZA LEGALE.

 21. La Legge è necessaria, e coloro che vedono questo e capiscono che la legge non è arbitraria e nemmeno imposta da qualcuno che sta in alto, si trovano maggiormente a casa loro nella società. Il razionale della Legge sta nel suo volere sociale e oggettivo e nella sua relativa universalità, cioè in una Democrazia naturale.

 22.  Coloro che non comprendono questo, immaginano che le Leggi siano state inventate un qualche giorno da uomini potenti che hanno inventato la legge per la loro propria convenienza. Questa immagine è ingenua, dal momento che dalla preistoria ad oggi non c’è mai stato un momento in cui la Legge non sia esistita.

 23.  Attraverso la comprensione del Sistema Legale, la persona sociale che da un lato possiede desideri suoi e dall’altro ha rispetto per gli altri, arriva alla CONSAPEVOLEZZA SPIRITUALE, e comprende cioè che lo Spirito è oggettivo.

 24.  Con lo Spirito Oggettivo arriviamo alla autoconsapevolezza esplicita. Prima di ciò, noi abbiamo avuto esperienza solo di una autoconsapevolezza implicita. Ora l’individuo realizza che l’autoconsapevolezza non è solo puramente individuale, ma sociale, e con questa realizzazione acquisisce anche la consapevolezza di una propria responsabilità sociale.

 

II-A.  SOCIETÀ E CULTURA

 1. Il termine “Spirito Oggettivo” appartiene ad una mia cultura locale. Nelle parole di Hegel, è “un Io che è un Noi, e un Noi che è un Io”.

 2. Gli individui in un sistema di rapporti economici presuppongono una cultura, uno spirito oggettivo. Appena apro al mondo i miei occhi di bambino, vedo la mia gente che si muove già in qualche relazione sociale di produttività e di industria, come proprietari o impiegati. Io vengo al mondo dentro una relazione sociale.

 3. La mia cultura locale inizia con la mia famiglia natale. La prima lezione è una tragedia. Io voglio essere legale, ma ci sono richiami in conflitto con la mia legalità. I valori femminili e quelli maschili spesso si scontrano e la natura può scontrarsi con le esigenze mondane. È la CONSAPEVOLEZZA TRAGICA. La tragedia implica un dovere e un colpevole e non ha limiti di età. Dobbiamo noi testimoniare contro i membri della nostra famiglia? Un soldato che va alla guerra tradisce la propria vecchia madre rimasta a casa, ma il figlio che resta a casa a prendersi cura di lei sa che tradisce i suoi compagni in arme.  Non ci può essere vittoria nella tragedia.

 4.  La Tragedia viene cristallizzata come letteratura anzitutto nella cultura dell’antica Roma.  Nel sistema legale romano la persona legale è evoluta nell’Eroe della letteratura romana. Libero dalle tradizioni, la persona legale possiede un grado di liberazione che si basa sulla condivisione della libertà del Capo dello Stato.

 5.  Il Capo dello Stato è circondato da cortigiani e da una élite culturale. L’essere invitato in questa compagnia richiede la massima disciplina nella cortesia, nell’educazione e nel consenso. Solo il sacrificio del Sé - uno sforzo strenuo - o, in parole di Hegel, l’alienazione, può venir acculturato. Solo pochi possono conseguire la CONSAPEVOLEZZA dell’ALIENAZIONE.

 6.  Ovviamente, per Hegel la definizione di alienazione è diversa da quella dataci da Marx, cioè l’alienazione dell’operaio dai mezzi di produzione. Per Hegel l’alienazione è il surplus di lavoro necessario ad elevare la persona media ad un livello elevato di cultura. Ma per la persona media la cultura sembra lontana e irraggiungibile, un qualcosa che si libra al di sopra della persona media umiliandolo.

 7.  Coloro che passano attraverso il fuoco dell’alienazione entrano a far parte della classe acculturata, che è opposta alla classe media. A far da ponte tra le due emerge una nuova classe, quella professionale di dottori consiglieri educatori e così via, per incontrare la classe media a metà strada.

 8.  A causa di questa stratificazione, il linguaggio si sviluppa in due direzioni maggiori, verso l’alto e verso il basso. L’adulazione - cioè il parlare verso l’alto delle persone presumibilmente di maggior cultura, e l’arroganza - cioè il parlare verso il basso delle persone meno colte - si sviluppano a un livello di vera e propria arte. 

 9. Coloro che non appartengono alla classe media e non fanno parte dell’élite culturale sviluppano un loro proprio territorio, quello della CONSAPEVOLEZZA LACERATA del “bohemien”. Questi critici sociali, questi emarginati di talento, possiedono un ingegno che qualche volta diventa arte. Il bohemien poeta usa gli strumenti della cultura contro la cultura. Dove lo stato è razionale, il bohemien gioca con l’irrazionale. Dove lo stato è irrazionale, il bohemien è svelto nell’essere razionale. Collegando la moralità domestica alla moralità del lavoro, il bohemien ricorda allo Stato le sue manchevolezze.

 10. Il bohemien, irriverente razionalista, discute violentemente con il pio conservatore. “Alienazione e colpa sono troppo costose,” afferma il bohemien che così porta avanti l’Era dell’Illuminismo, la lotta tra fede e ragione che è stata molto ben rappresentata dalla Rivoluzione Francese.

 11. L’Illuminismo chiede libertà di ragionamento, libertà di sfiducia nei fantasmi e nei folletti, libertà dalla pazzia, compresa la pazzia dello Stato. Tutto il resto è superstizione, che dev’essere respinta per il bene di tutti. Il suo traguardo è rivoluzionario, e cioè che la ragione umana deve conquistare il dominio su tutta la natura e su tutti i poteri del mondo.

 12. Nella utopia ottimista dell’Illuminismo, la gente è sostanzialmente perfetta, ma il sistema della Chiesa e dello Stato frustrano questa nostra perfezione sostanziale. Secondo questa utopia, noi si dovrebbe arrivare alla distruzione dello stato e al raggiungimento dell’anarchia, perché così la nostra sostanziale bontà sarebbe libera di emergere.

 13.  La Rivoluzione Francese ha vinto. La Chiesa e lo Stato sono stati distrutti con la forza e la ghigliottina. L’anarchia ha prevalso. Ma l’utopia illuministica non si è realizzata, anzi, la criminalità organizzata è emersa come un incendio selvaggio, l’assassinio si è diffuso nelle città e il terrorismo ha governato le contrade. È sorto il Regime del Terrore. Qual’è stato l’errore? L’Illuminismo è stato ingenuo nel credere che il solo utilitarismo, combinato con un contratto sociale, avrebbe realizzato la sua Utopia. Non ha funzionato. Quando le istituzioni sono state rase al suolo, è andato perso qualcosa di imprevisto.

 14.  In retrospettiva, diventa ora chiaro che la religione è assai più complessa, assai più ricca di storia, assai più profonda nella psicologia, che un semplice trucco di preti. Il senso del peccato è assai più profondo che la dottrina del peccato originale, dal momento che noi non siamo capaci di realizzare la nostra piena potenzialità, così un certo grado di colpa esistenziale è inevitabile, indipendentemente dal clero. Inoltre, la stratificazione sociale è assai più complessa e radicata che un semplice trucco di governanti per ottenere ricchezza e potere. Il Regime del Terrore ha impartito all’Illuminismo una dura lezione.

 15.  Migliaia di anni di storia umana giacciono dietro le istituzioni della Chiesa e dello Stato. l’Illuminismo, invece di tentar di capire il reale motivo della loro esistenza, la loro reale natura, ha optato per una risposta facile ed irriverente. La letteratura della chiesa e dello stato non include la letteratura della psicologia profonda e della sociologia. Queste istituzioni non possono sapere il perché della loro esistenza, e sono abbastanza oneste nel dichiarare che la loro esistenza è un grande mistero. Una mente veramente scientifica dovrebbe iniziare da questo punto.

 16.  Napoleone ha guidato la Riforma, risolto il Terrore e calmato l’Illuminismo. È stato raggiunto un compromesso che resta valido ancor oggi. La religione sopravviverà, ma ora deve fare i conti con le esigenze dell’Illuminismo. La religione deve accettare la critica teologica, l’analisi testuale, il metodo storico e le motivazioni archeologiche. Per contro, l’Illuminismo deve riconoscere il ruolo importante che la religione può sostenere nella ricerca sociologica, nell’analisi della condizione umana e nei programmi sociali.

 17.  In definitiva, la religione e l’Illuminismo devono trovarsi d’accordo su almeno un assioma, quello che una CONSAPEVOLEZZA del DOVERE è vitale nelle faccende umane di qualsiasi dimensione. Il post-Illuminismo stringe le mani con la religione per celebrare la Consapevolezza del Dovere. Con l’idea del dovere noi otteniamo anzitutto una completa auto-certezza, perché il dovere reale per me non sarà mai un estraneo, ma un’immagine perfetta della faccia interiore propria di ciascuno di noi.

 18.  Il mio senso del dovere e l’auto-certezza s’incontrano col mio libero arbitrio, e si combinano nel supportare la mia CONSAPEVOLEZZA della LIBERTÀ. Io metterò in palio la mia stessa vita sulle politiche della libertà per me e per la mia comunità. Ma il Dovere può cozzare con la Libertà. Il dovere controllerebbe ogni cosa se appena potesse. La libertà non vuole esser controllata. Esiste lo spirito ed esiste la carne. Questi sono entrambi dentro di me, ed è una tragedia che si debbano combattere dentro il mio petto.

 19.  Se uno raggiunge l’equilibrio tra libertà e responsabilità sociale, la sua sarà una grande vittoria. È la più grande per un individuo maggiormente responsabile in uno Stato veramente libero. Questa persona spesso diventa la guida dello Stato. In questa persona, il Dovere e la Libertà diventano aperti a tutti, all’élite acculturata e al popolo medio. Con la Chiesa liberale e la Repubblica libera, noi definiamo i diritti inalienabili di tutti in una sacra Carta dei Diritti.

 20. Anche con tutto questo, non tutto è perfetto. Il problema del male e del crimine non è scomparso. Dopo secoli di tentativi, il maggior successo nell’adattamento al lato buio della nostra natura umana viene finalmente raggiunto in una CONSAPEVOLEZZA del PERDONO. Nel perdono, Dovere e Natura possono coesistere pressoché ad ogni livello. 

 21. Tutte le morali, etiche, leggi e politiche sono finalmente arrivate a questo: che abbiamo stabilito una Repubblica della Libertà e una Carta dei Diritti, e poi siamo ritornati vittoriosi ad una vita di Consapevolezza del Perdono, avendo compreso che possiamo fare poco, oltre che migliorarci su queste basi che abbiamo raggiunto vincendo così tanta battaglia.

 

III.  La  CHIESA

 1. Ovviamente, con tale scoperta abbiamo dedotto l’esistenza di una CONSAPEVOLEZZA RELIGIOSA. E a questo punto Hegel ci porta di nuovo indietro nella storia per sviluppare appieno tale tema. Anche se l’umanità è arrivata alla nostra comune Consapevolezza Religiosa solo nel Medioevo, tuttavia esistevano sacche di pensiero avanzato anche prima del Medioevo. Hegel torna ai tempi veramente antichi per iniziare.

 2. Egli inizia la sua analisi da una CONSAPEVOLEZZA RELIGIOSA NATURALE, intendendo con queste parole le prime emozioni di religiosità nelle menti che vedevano la natura come un Dio, o come una serie di divinità. I popoli primitivi adoravano la Natura in quanto sole, luna, stelle, vulcani, animali e così via. Ci sono ancor oggi delle religioni che conservano un minimo di riverenza per certi animali o certi elementi nei loro riti.

 3. Tuttavia, evolvendo nel tempo, gli umani sono risultati più interessanti degli animali, e il sole è risultato meno influente sugli affari umani di quanto si era sperato. Acquista spazio la pietà. Ciò che è veramente sacro – questa fu la conclusione - sono le persone sacre e le loro attività consacrate. Fu cercata la religione nelle grandi opere della mano dell’uomo come lo stesso Tempio e nella scienza ed architettura che lo crearono.  Anche nelle arti del Tempio, come la scultura e la pittura (idolatria), la musica, la danza e il teatro, e in incredibili delizie culinarie: queste sono diventate le sementi di un nuovo sviluppo, la CONSAPEVOLEZZA RELIGIOSO- ARTISTICA. Quelli che hanno dimestichezza con la storia dell’arte, sanno che Arte e Chiesa coincidono in molti punti.

 4. Per Hegel, come per Aristotele, esiste una gerarchia delle Arti in cui la musica e la letteratura occupano un posto preminente a causa della loro stretta rassomiglianza con la consapevolezza. La letteratura rivela in maniera squisita e sottile lo stesso mondo, il pensiero, le idee, per tutta la durata della lettura. E non solo le idee, ma idee chiare, personalità, relazioni, conflitti, anche i conflitti sacri e le idee sacre, ben oltre il mezzo letterario. Attraverso questo mezzo, la letteratura sacra, l’umanità scopre la più alta consapevolezza religiosa, la CONSAPEVOLEZZA della RELIGIONE RIVELATA. In questo livello di consapevolezza, oltre la religione naturale, oltre la religione artistica, la Parola è il massimo, la Moralità è il massimo, l’Amore è il massimo, con la relativa promessa di armonia, risoluzione, sintesi, cooperazione e un sentimento positivo ben oltre la coesistenza pacifica.

 

IV.  IL FILOSOFO

 1. Con quest’ultimo livello di evoluzione, si può pensare che Hegel abbia completato il suo studio, dal momento che la Cristianità, il culmine della Religione Rivelata in forza della sua propria auto-opinione, è fine a se stessa e quello è tutto.

 2. Ma questo è il punto dove Hegel confonde i suoi seguaci, e li divide in una Destra e in una Sinistra. Hegel ha visto un livello di consapevolezza ancora più in alto della Consapevolezza della Religione Rivelata, e così, in una certa misura, ha trasceso la religione, la qual cosa ha convinto alcuni novizi che lui era un ateo, ed ha convinto alcuni altri che la sua visione di Cristo era più alta di quella di un sacerdote medio.

 3. Ecco com’è andata. La Religione cerca il più Alto dell’Alto, ma il metodo espressivo che usa per farlo non è il più alto. La religione è gravata dal suo metodo che ha mutuato dalle Arti, e cioè dal linguaggio immaginoso.

 4. La Religione procede con il linguaggio immaginoso delle immagini e dei dipinti, e così funziona molto bene con la mitologia, le raffigurazioni ed il teatro. Questo metodo va benissimo per raggiungere le masse, i bambini e i vecchi, ma non è molto preciso come pensiero concreto.

 5. Quando si ricerca la chiarezza delle idee concrete, si trascende la metodologia della religione e così si raggiunge una CONSAPEVOLEZZA SPIRITUALE o, forse, CONSAPEVOLEZZA DELL’ESSERE  (Geist).

 6. Lo SPIRITO in questo contesto non è quello mistico o religioso della scuola di catechismo. Noi parliamo liberamente di Spirito Scolastico, di Spirito Comunitario, e di Spirito di Gruppo, ed è proprio questo che Hegel intende con tale termine. Lo Spirito è una realtà invisibile, soprattutto importante nelle organizzazioni sociali, ed è probabilmente rappresentato meglio dal leader del gruppo sociale. È certamente soggettivo, anzi intrasoggettivo, ma è anche oggettivo proprio perché è condiviso da molti. È la sintesi del soggettivo e dell’oggettivo, l’auto-contenuta risoluzione di entrambi, e pertanto si avvicina a qualsiasi definizione dell’Assoluto molto di più di qualsiasi altra che noi si abbia finora potuto considerare.

 7. Ora, diventare consci dello Spirito significa aver scalato le vette della consapevolezza umana. Significa aver conquistato la filosofia della virtù, dell’ascetismo e della ragione, esser diventati leader della propria società sulla base della virtù, aver raggiunto la moralità, cioè l’amore per la società e la volontà di servire – tutte cose queste che qualcuno potrebbe definire altruismo e condannare - e apprezzare il potere di quella forza invisibile che si chiama Spirito di Comunità.

 8. Ma possedere lo spirito comunitario è una cosa, e possederlo in misura eccellente è un’altra cosa. Per essere eccellente uno dev’essere capace di comunicare agli altri i dettagli della propria consapevolezza, e spiegare ai bambini la ragione delle decisioni di Stato. A questo livello uno dev’essere molto più che un esempio. Per essere un leader sociale superiore uno deve essere anche capace di spiegare le proprie azioni, motivazioni e visioni nei dettagli - ma con parole semplici. Per fare questo, uno deve salire ancora una volta ad un livello di consapevolezza ancora più elevato, la CONSAPEVOLEZZA FILOSOFICA.

 9. Si può obiettare che anche gli stoici e gli scettici erano filosofi, e che essi si collocano molto più in basso in questo elenco. La risposta di Hegel è che gli stoici e gli scettici erano interessati soprattutto a spiegare la loro propria auto-consapevolezza. La consapevolezza religiosa è più elevata proprio perché si applica all’intera società con una certa sollecitudine, saggezza, tolleranza e comprensione sociale. La consapevolezza filosofica si afferma sopra questa guida sociale semplicemente mettendo a disposizione la propria componente intellettuale. E quando l’amore della consapevolezza religiosa si unisce all’analisi della consapevolezza filosofica, il luminoso risultato è la massima consapevolezza, la CONSAPEVOLEZZA ASSOLUTA.

 10. Con la Consapevolezza Assoluta uno può avvicinarsi ai cieli. Amore, Armonia, Saggezza, Responsabilità sociale, Esperienza - queste convergono tutte in un’unica consapevolezza dove uno può scorgere la Fine del Tempo, il significato e la dimensione che sta al di là delle mere apparenze, la dimensione che sta oltre i fenomeni. L’obiettivo della Fenomenologia è allora raggiunto, quindi, nella trascendenza dei fenomeni e nel conseguimento dei Noumeni, del Geist, dello Spirito, dell’Assoluto. E cos’è l’Assoluto? È Amore Consapevole.

 11. Come si esperimenta tutto questo? Come “Fine del Tempo.”  Bene: allora per esperimentare questo uno deve semplicemente morire? No. Per avere la visione di questo uno deve girarsi attorno e guardare ancora i fenomeni della storia umana che sono davanti ai suoi occhi, e testimoniare che l’umanità è cresciuta dietro di lui, crescendo verso la medesima visione, chi più vicino, chi più lontano, ma tutti convergendo verso una sola visione, la visione di Dio, dell’Armonia Universale, dell’Assoluto: è la soddisfazione massima possibile. Solo allora uno vede la verità assoluta – il mondo dei fenomeni non sparisce quando lo si trascende, ma continua a procedere.

 12. La CONSAPEVOLEZZA ASSOLUTA non nega i fenomeni, ma piuttosto li assimila, e così coesiste pacificamente con questi. La consapevolezza assoluta consegna ai suoi membri solo la responsabilità sociale che viene con la saggezza. Uno deve ora imparare ad amare il mondo intero, aiutare tutte le persone che incontra lungo il loro percorso verso il loro prossimo livello di consapevolezza.

Questo saggio, nella versione originale inglese,  è uno dei molti scritti di filosofia pubblicati da English Server, una cooperativa no-profit gestita dalla facoltà e dagli studenti laureati del Dipartimento di Inglese alla Carnegie Mellon University.

Traduzione italiana a cura di Antonio Rossin per conto di Educazione Dialettica, http://www.educazionedialettica.it

 
Di Admin (del 22/01/2009 @ 16:50:27, in Filosofare, linkato 137 volte)

Riflessione

di Franca Fusetti

Siamo solo dei punti di intersezione di rette che si incrociano, si stagliano: in quel punto vi e' una fusione. Non ci è dato di sapere altri dati precisi. Siamo dei punti dell'universo. Tutto il resto e' la favola che ci raccontiamo ogni giorno. I pessimisti chiamano cio' menzogna. Io credo che davvero sia una favola che tiene la nostra vita al guinzaglio con tutti i risvolti esistenziali ai quali sono state date un sacco di definizioni. Si tratta solo di accettarla. A me pare che sia l'unico gioco possibile. E' un pacchetto confezionato da chi è venuto prima di noi, che era esattamente come siamo noi e cioè incapace di felicità. Nell'incontro, ancora oggi, con tutta l'analisi e psicoanalisi conosciuta, perdiamo noi stessi. E non c'è fonte più certa di infelicità. L'incontro, io lo intendo con le altre persone, con le loro volontà , ma può essere inteso anche incontro con le cose, con il pensiero, con il nostro chiederci i perché, quindi incontro nel significato ampio di incontro con l’io e il mondo.

Io penso che se le domande non ci portano ad essere più felici e' meglio non porle. La fonte di insoddisfazione puo' essere una domanda alla quale non e' possibile rispondere e se non è possibile rispondere significa che la risposta non c'e'. In quel caso si deve cambiare domanda, oppure cessare di porla. Non sempre la mia volonta' si accorda con il mio pensiero, provo spesso una ribellione quindi non mi sento felice, ma quando la ribellione e' domata da un pensiero che cerca l'equilibrio, allora trovo la felicita'. Pare che anche il mondo sia soggetto a questa legge.

Dire di essere punti dell'universo, secondo me e' la giusta prospettiva di quel che siamo. Tanti punti a formare rette che per forza diventeranno semirette e via via segmenti in una fittissima rete di linee sempre piu' brevi e punti sempre piu' grandi fino a perdere l'individualita' di punto. Saremo un unico e solo punto pensabile, ma non conoscibile nella sua esistenza, in quanto tutto cio' e' soltanto il prodotto di un'idea: i punti non esistono, sono un'astrazione logico-matematica…E noi?

 

 

 
Di Admin (del 02/12/2008 @ 17:36:38, in Filosofare, linkato 225 volte)

Tratto da "La pagina di Rosetta " rivista di E.P. del CTP di Mestre.
 
Nel laboratorio di filosofia continuano le letture del libro: La repubblica di Platone, che hanno suscitato questo dialogo immaginario di  Luciano Niero


Note:
Adimanto, Glaucone, Trasimaco sono discepoli di Socrate.
Anito, Meleto, Licone sono gli accusatori di Socrate di empietà.
Santippe è la moglie di Socrate.

Socrate

S. - Sostiamo ora un poco.
Abbiamo sin qui considerato il pensiero di alcuni maestri sull’Arché il “principio di tutte le cose” che vi riassumo brevemente: per Talete di Mileto fu l’acqua, per Anassimandro l’àpeiron, l’illimitato, per Anassimene l’aria.
Ma ora mi interessa di più conoscere anche la vostra opinione; Adimanto, mio attento amico, che ne pensi sul principio di tutte le cose o sugli dei che le generano?
A. - Ci proverò anche se sarà difficile.
Io penso che gli dei che hanno generato tutte le cose finite debbano essere infinitamente superiori ad esse e debbano essere perciò onnipotenti ed immortali e anche senza un inizio e una fine, come l’àpeiron di Anassimandro, e ci sia anche un “Uno” a loro superiore come dicono altri maestri.

S. - Sì hai detto bene senza inizio e fine, e l’Uno deve essere anche “senza forma” e non potrai definirlo di qualsivoglia qualità sia essa di bellezza, di intelligenza o altro, perché ognuna di esse gli darebbe una forma, un limite.

A. - Deve essere proprio così: dell’Uno si può dire solo quello che non è.

S. - I nostri antichi sapienti descrivono l’universo composto da innumerabili astri, dalle sfere celesti, il sole, le stelle e i pianeti e vedono in loro delle divinità.
Orbene tutti questi, siano essi grandiosi come la terra o piccolissimi come l’indivisibile atomo di Democrito, tutti hanno una forma e dei movimenti e quindi un limite finito e il loro insieme costituisce un “Tutto”.
Ora considera questo Tutto, esso occupa una posizione finita nello spazio il quale è vuoto e senza interruzione, e non ha un centro, un sopra, un sotto, e nella sua unicità è disponibile a contenere ogni cosa ed è un Nulla senza termine perché se lo avesse non sarebbe tale, e qualsiasi sia la forma e la dimensione del Tutto questo è sempre poca cosa rispetto al Nulla che lo contiene.
Di questo Nulla assoluto dobbiamo obbligatoriamente affermare che esso É e non può non essere, sei d’accordo?

A. - Non posso che convenire con quanto dici, se ben ricordo, sempre Parmenide, affermava che l’essere É e non può non essere e probabilmente egli voleva significare quello che tu hai detto cioè che il Nulla É.
Pare a me che esso sia molto simile all’Uno, al “senza forma” e che possa essere lui “il dio”.

S. - Per Zeus! Il sole è già verso il Pireo, riprenderemo domani questa ardua discussione, ora rientriamo che la brava Santippe avrà pronte le lenticchie e un buon bicchiere con i quali colmeremo il nulla nel nostro stomaco.
Glaucone Trasimaco venite anche voi?

Il mattino seguente.

S. - Riprendiamo la nostra riflessione sul Nulla assoluto che Adimanto pensa essere “il dio”.
Abbiamo detto anche che esso è disponibile a contenere il Tutto e quindi sembra dotato di amore, attenzione però, se proseguiamo a definirlo ulteriormente, entriamo in contraddizione con quanto inizialmente affermato, ovvero la mancanza di qualsiasi qualità.

A. - Mio chiarissimo Socrate a questo punto non ci capisco più niente. “Il dio” è il senza forma ed è senza qualità perciò questo Nulla è anche senza volontà, ma in assenza di una Volontà non può essere possibile la generazione del “principio di tutte le cose”.
Temo a questo punto di dover concludere che il Nulla non può essere “il dio” che opinavo e che, a maggior ragione, non lo sono tutti gli dei della teogonia di Esiodo e del nostro Stato. Socrate aiutami!

S. - Dobbiamo prendere atto di quanto hai detto. Per non lasciare insoluti i nostri ragionamenti e inquieto il nostro animo, si può solo dire che il Tutto E’ e il Nulla che lo contiene, anch’esso E’, e che gli dei del nostro Stato non sono che il frutto della fantasia umana, utili solamente per spiegare ai bambini i misteri della vita e della natura.

A. - E’ interessante quanto ci hai detto, mi sorge però una nuova preoccupazione. Quando Anito e i suoi focosi amici Meleto e Licone sentiranno queste affermazioni, e soprattutto che i loro dei non esistono, si irriteranno.

S. - Questo sarà un loro problema e non mi riguarda.

A. - Lo spero vivamente… senza dubbio si irriteranno, perché il credere all’esistenza degli dei, vincola il popolo al rispetto delle leggi.

S. – Cari amici, siete qui con me costretti da qualcuno o per qualche vostra aspirazione?

A. – Certamente per il desiderio della conoscenza che, come insegni, è soprattutto quella di se stessi e delle virtù.

S. – Orbene, vi chiedo, l’uomo deve tendere alla virtù per paura delle punizioni degli dei o …

A. – Sicuramente no!

S. – E una delle virtù è il non violare le leggi dello stato come è l’onorare le regole dell’ospitalità altrui.

A. – Certo, ho inteso. E’ per la Virtù che dobbiamo rispettare le leggi e non per l’esistenza o meno degli dei.

S. – Si, è così, la Virtù non deve avere un fine egoistico ma va perseguita per se stessa.

 



 
Di Admin (del 02/12/2008 @ 17:36:01, in Filosofare, linkato 175 volte)

Io e consapevolezza
di Luciano Niero 

Alla nascita l’uomo ha in sé un io elementare, primordiale, non distinto dalla natura. Nella primissima infanzia progressivamente si accumulano le esperienze, le relazioni, si manifestano i sentimenti, gradualmente compare la consapevolezza di essere, e lentamente nasce il pensiero: “io sono”, nasce l’individualità.
Poi l’io umano si espande, si trasforma in “ego” allargandosi al possesso, al “mio”. Egli si identifica sempre più con le “cose” che gli appartengono e ne diventano parte: la casa, la macchina, gli “oggetti”, e si lega persino a quello che gli altri pensano di lui; come le propaggini di una piovra che, senza soluzione di continuità, si estende con l’ambiente con cui interagisce.
Tutto quanto lo influenza, lo condiziona, diventa parte dell’io; anche il denaro che permette il fare, il potere e pure la fantasia o la schizofrenia che può far sentire smisuratamente importanti come un re e onnipotenti come un dio.
Come una stratificata cipolla l’io sembra essere diffuso in tutto ciò che ci attornia. Ma la coscienza dell’io non è nelle cose possedute, non è nell’aspetto, non è negli organi del corpo, nelle gambe, nelle braccia o in altre parti sostituibili dalle protesi.
Ancora, non è nei sensi: nella vista, nel tatto, nell’udito, ecc., l’io esiste anche senza di loro, benché ne siano una componente, come dimostrano i casi drammatici delle persone che vivono totalmente coscienti, ma con il corpo praticamente diventato una “cosa” e che vengono alimentati artificialmente.
Diverse zone cerebrali dedicate ai sensi e a taluni istinti, non sono quindi indispensabili per l’esistenza della consapevolezza dell’io, che dimora come in un’isola, nel cervello.
-
Si può pensare all’io isolato, da solo esistente, anche nei casi di meditazione profonda come avviene agli asceti nel raggiungimento dell’estasi (ex-stasi), o samadhi per i mistici dell’oriente.
In questo acme, nel totale distacco dall’ego, dalla fisicità, dalle sensazioni,esiste solo la mente, l’io avulso dal corpo, la mente che “vede” se stessa.
Il conscio allora “illumina” l’inconscio, insieme non più duali, e scopre la sua in/coscienza primordiale, collettiva, (cosmica o divina).
L’io finalmente conosce il Sé nella sua globalità…-
Ma dove è l’essenza dell’io, la consapevolezza, cioè il pensiero che pensa se stesso?
L’essenza dell’io, a quanto affermano i neurobiologi, dovrebbe essere in qualche parte non ancora definita del cervello: il sistema limbico, la corteccia frontale, l’amigdala, ecc.
Di sicuro essa è nella complessa rete costituta da un numero enorme di neuroni e dalle loro mutue connessioni, le sinapsi, che uniscono tali elementi, e dipende dal grado evolutivo; infatti anche in alcuni primati, ad esempio l’orango, è dimostrato un discreto livello di coscienza di essere ( semplicemente perché essi si riconoscono allo specchio); invece in una rete di neuroni primitiva, poco evoluta, con poche connessioni come un organismo monocellulare, un’ameba, l’io non compare; c’è la vita, l’individualità, ma non la consapevolezza di essere…

 
Di Admin (del 20/11/2008 @ 20:41:00, in Filosofare, linkato 274 volte)

Citazioni da:

Meditazioni del Chisciotte

di José Orthega y Gasset

Sulla moralità

Io non disdegno la moralità a beneficio di un frivolo giocare con le idee. Le dottrine “immoraliste” che fino ad oggi ho conosciuto mancano di senso comune. E, a dire il vero, non dedico i miei sforzi ad altro che a tentare di possedere un po’ di senso comune. Ma, per rispetto dell’ideale morale, è necessario combattere i suoi maggiori nemici, che sono le moralità perverse.
A mio giudizio – e non solo mio -, perverse son tutte le morali utilitarie. […] Dopo tutto, qualsiasi morale non cessa di essere utilitaria se l’individuo che la adotta la usa utilitaristicamente per rendersi più comoda e facile l’esistenza.*

*Pag.36

***

Sulla comprensione

 

Ogni etica che ordini la reclusione perpetua del nostro arbitrio in un sistema chiuso di valori è ipso facto ( per il fatto stesso) perversa. [….] Perché il bene, come la natura, è un immenso paesaggio in cui da secoli l’uomo avanza in esplorazione. Cosciente di ciò Flaubert scriveva: “L’ideale è fecondo – si intenda moralmente fecondo – solo quando si lascia entrare tutto in esso. E’ un compito d’amore non di esclusione”. [….] E’ forse troppo oneroso questo imperativo della comprensione? E capire una cosa, non è forse il meno che possiamo fare per essa? E chi, che sia leale con se stesso, sarà sicuro di fare il più senza essere passato per il meno? [….] Sappiamo tante cose che non comprendiamo! [….]Le milleduecento pagine della Logica di Hegel sono solo la preparazione per poter pronunciare, con tutta la pienezza del suo significato, questa frase: “L’idea è l’assoluto”. Questa frase in apparenza così semplice, possiede in realtà un senso letteralmente infinito. E se la si pensa debitamente, tutto questo tesoro di significazione esplode di colpo, e di colpo ci si schiarisce l’enorme prospettiva del mondo. E’ questa grandissima illuminazione che io chiamavo “comprendere”.*

 

 

 

 

*pagg.: 36, 37 e 38.

 

***

 

L’essere, secondo il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset

 

Note di Franca Fusetti

 “Io sono io e la mia circostanza”

 

L’essere di Ortega è un uomo concreto calato nel mondo materiale.

Ha una visione laica (non ideologica) dell’uomo. Filosofo anticipatore dell’esistenzialismo. Per Ortega la vita é relazione fra un Io e una Circostanza.

“Ciò che veramente c’è ed è dato è la mia coesistenza con le cose, insomma questo fatto assoluto: un io nella sua circostanza (se non salvo la circostanza non salvo neppure me stesso).

La circostanza è l’accadimento originario per cui l’uomo si trova catapultato fuori della sua intimità a vivere un’esistenza oggettiva delimitata spazialmente e temporalmente dalla circostanza”.

Non gli resta che dare un senso al suo io più circostanza perché le cose circostanziali gli sono straniere, ostili e le deve piegare ai bisogni del suo vivere.

Un senso può venire dalla cultura e dai suoi fondamenti che sono basati sulla ragione. Non la ragione fredda ed astratta del razionalismo, che pretende di dare leggi alla vita, ma la ragione che è al servizio della vita, quella ragione che crea teorie che la chiariscano.

 

 

 

 

 


 
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