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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
MARTA & LILLY
Una sera a cena gli mostrò alcune foto che si era portata da casa tra le quali alcune di suo figlio da piccolo. Alcune di queste le scorreva fra le mani velocemente, su altre soffermava lo sguardo allungandole di scatto a Flavio. «Lì ha tre anni.» «Ah… in questa… è con sua nonna… .» «Poveraccia lei è morta da poco… era la mamma del mio ex marito, ma a lei c’ero affezionata anch’io.» «Invece… qui è con una mia amica.» Gli mostrò altre foto, scatti di alcune feste nel locale notturno che gli aveva rivelato di aver diretto per un certo periodo. Sfilavano davanti ai suoi occhi foto di attori, uomini e donne di televisione, personaggi sportivi o di vita mondana, ritratti da soli o in sua compagnia. Quelle foto da gossip sui giornali del settore, tipo: «T’ho beccato con…» Gli sguardi quasi sempre tirati dall’ora tarda, da quella mistura di esposizione solare, fondo di lampada abbronzante e ceroni vari, nonchè dalle immancabili escursioni nel mondo “alcolico & polveroso” che caratterizzava quell’ambiente. Marta ora descriveva quasi ogni foto come un fiume in piena, incalzando le frasi una dopo l’altra come sua abitudine. Flavio la ascoltava mentre lei si passava fra le mani quelle foto una ad una; trovava difficoltoso seguirla, doveva associare la descrizione precedente alla foto che ora aveva in mano ascoltando la spiegazione di quella che avrebbe visto successivamente. Alcune le aveva mancate, allora le guardava distrattamente non ricordandosi la descrizione. Si era distratto. Fu la prima volta che la vide immersa in una sorta di “album dei ricordi” e ciò, manco a farlo apposta, avveniva in quel posticino tranquillo con tavolini isolati da gentili separè e fiori che predisponevano la concentrazione sulla persona che si aveva innanzi. Un locale scelto a caso fra i molti. A lui piaceva vederla mutare d’espressione, cercando allo stesso tempo di carpirle qualche elemento che potesse indicargli anche i più piccoli frammenti del suo percorso di vita, così difficile da intuire come ricostruire un mosaico di microscopici tasselli andato distrutto. Dopo aver puntato la sua attenzione sull’ennesima foto avuta fra le mani, alzando lo sguardo su di lei, fece una pausa. La guardava mentre ora imitava questo o quel soggetto, sorseggiando dal bicchiere preso senza distaccare lo sguardo dalle foto, le guardava il roteare degli occhi, l’ondulazione dei capelli, il modo di muovere e di gesticolare con le foto in mano, intuiva le variazioni di posizione delle gambe sotto al piccolo tavolino, il loro assecondare il resto del corpo. Le ascoltava i cambi di tono della voce che modulava foto per foto, imitazione per imitazione. Alcune Marta le escludeva, anche in rapida successione. Stabiliva lei quelle che… si potevano far vedere e quelle no. Flavio, dal carattere già poco invadente, rispettava la sua decisione senza obbiettare nulla ma, nello stesso tempo, arrivava a provare una qualche sofferenza lontana, come se ogni volta vedesse ricostruirsi quel muro immaginario che lei erigeva fors’anche senza accorgersene. Così facendo, Marta interrompeva quella ricostruzione del mosaico che allora Flavio, pazientemente riprendeva attraverso nuove parole e nuove immagini. Lui ripensò in seguito quell’episodio, perché di episodio si trattò. Lo ripensò perché ad un primo esame poteva apparire insignificante ed invece, proprio da quegli insignificanti gesti emergeva una certa supremazia caratteriale che Marta possedeva nei suoi confronti.
Ora non poteva non ammetterlo, non poteva più ignorare quel tarlo che si era ricavato una tana dentro il suo corpo e che continuava a scavare e scavare. La sentiva questa dolce spina che si faceva strada e che soprattutto chiedeva strada come l’avvicinarsi lento del suono di una sirena d’ambulanza nel caotico traffico della città. Flavio si era innamorato di Marta.
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Trascorso del tempo dai loro primi incontri poco casuali poichè governati dalle leggi della domanda e dell’offerta, in modo goffo, mettendo assieme insicure parole e spezzoni di frasi appena compiute, stavolta era riuscito a parlarle. Aveva scelto, o meglio, si era sentito improvvisamente di riuscire a parlarle a bordo dell’auto sulla quale viaggiavano quella sera, diretti dopo cena alla residenza lavorativa di Marta. L’auto probabilmente lo faceva sentire più sicuro nell’esprimersi. La posizione affiancata e l’obbligo a guardare avanti lo escludevano dal “faccia a faccia” che per lui sarebbe stato difficoltoso sostenere. Ripensò in seguito anche a questo piccolo ma importante particolare. Questa volta era riferito a se stesso ed al suo eterno problema di erigere preventivamente ogni qualsiasi “difesa” potesse approntare prima di un qualunque “attacco”. Una certa qual forma di codardia o più semplicemente la paura del rifiuto, non in quanto tale ma da intendersi come conferma, per lui, di uno stato d’incapacità a rapportarsi sentimentalmente e di accettarne le conseguenze. «Marta ti devo dire una cosa… .» «Devo dirtelo per… correttezza verso te… verso di noi… e perché… magari… comunque sappi che… qualunque sia la tua risposta… .» «Insomma… io mi sono innamorato di te.» Non la guardò neanche di striscio, non voleva cogliere alcuna espressione del suo viso, tirò dritto, oramai aveva iniziato e doveva concludere. «Sento… o almeno mi sembra di essere ad un bivio e… prima di prendere una certa strada… che te magari… .» «E vorrei sapere se… può essere anche la tua strada.» «Dovevo dirtelo e… non so… .» La risposta di Marta non si fece attendere anzi, arrivò ad interrompere l’incerto Flavio che, fra pause, parole dette a metà, aveva oramai finito le energie in suo possesso. Scaricava così quel filo di tensione che si teneva da tempo, non riuscendo a cogliere mai il momento a suo giudizio idoneo per mettere le carte in tavola, per porsi in gioco, per chiarire ciò che peraltro, gli si leggeva in volto. La timidezza cronica che lo affliggeva non gli aveva consentito di fare tutto con scioltezza e consumato distacco ma al contrario, con macchinosa apprensione e costruita casualità. Quello pronunciato da Marta fu un “si” dalla esse tipica del suo modo di parlare. Lei, del resto, da come lui aveva iniziato biascicando quelle frasi, sicuramente lo aveva capito. Girò lo sguardo su di lui, lo guardò incalzando ancora con due si consecutivi, incastrando contemporaneamente le dita della sua mano sinistra con le dita della mano destra di Flavio, stringendogliela forte, portandosela al seno e tenendola così per un lungo tempo stretta a se anche con l’altra mano. L’auto oltrepassava un ponte sopra la ferrovia, poco traffico nelle strade della sera di mezza settimana. Un po stordito Flavio guardava l’ora di un grande orologio a numeri rossi su di una torre. Lo aveva attratto come un qualcosa di terreno al quale in quell’istante attaccarsi. «Ventidue e trenta.» Si sentiva diverso, come se avesse cambiato pelle, avvertiva delle sensazioni mai provate prima d’allora. Lei ora gli sorrideva. Era la splendida Marta. Mentre prima lo aveva in qualche modo voluto, ora si trovava costretto a guardarla solo di lato per dover badare alla strada. Aveva un’espressione che a Flavio, guardata per pochi istanti distratti alla guida, appariva in un qualche modo liberatoria, come se uno dei due avesse finalmente rotto quell’ultimo esile diaframma che li separava, ed ora fosse tutto più semplice per entrambi. Le mani di Marta stringevano forte l’unica mano libera di Flavio che, per non perdere la magia di quella stretta, si destreggiava con la frizione e l’acceleratore, simulando a volte la guida di un’auto automatica. Accanto a lei, nell’abitacolo della sua piccola auto gialla, aveva il cervello in rapida lavorazione, lo sentiva “resettare”, ripartire, “riconfigurare” tutta la sua vita e “resettare” nuovamente. Flavio a ridisporre tutto e tutti facendo passare Marta avanti nella fila degli affetti in quel momento più profondi. Marta in cima alla lista. Non si parlarono più per quasi tutto il resto del viaggio. Quell’atmosfera era durata lo spazio utile a renderla autentica, palpabile, udibile, registrabile e basta. Sarebbe stato compito loro prolungare quell’effetto. Forse il silenzio contribuiva a non spegnerlo, anche perché era un delitto farlo ma in realtà lo avevano già fatto. Chiuso lui nei suoi castelli ora dalle forme fatate, arrampicato nei suoi ragionamenti, nelle sue domande e nelle sue risposte. Chiusa lei in chissà quali riflessioni dettate forse da ciò che era successo su quel ponte sopra la ferrovia, o forse a pensare più praticamente alla spesa che avrebbe dovuto fare al supermarket la mattina seguente. Ecco la razionalità che qualche chilometro dopo quel ponte ricompariva in Flavio immerso fra i castelli fatati. Subdola, traditrice, rompiscatole. Quella razionalità fatta di modi di vedere le cose sotto quella luce ed in nessun’altra che non fosse quella. Flavio già la malediceva. No! Non gli importava nulla di quello che avrebbero potuto pensare gli altri, del mare mosso nel quale si stava tuffando, nella storia forse impossibile che aveva costruito e che ora aveva trovato conferma proprio nella persona desiderata. Quella persona a lui tanto cara e tanto difficile da raggiungere. Paradossalmente, ora più di prima. Ripensando a quei momenti, Flavio avrebbe voluto si fermassero li. Scolpiti nel tempo. Quel tempo che al contrario, avanzava arrotolando gli episodi uno dopo l’altro come i fotogrammi nella pellicola di un film che veniva proiettato alla platea degli irrazionali.
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Lui possedeva nel suo ideale di donna una immagine ben distinta che sapeva provenire dalla sua fanciullezza, si chiamava Lilly. Il giovane Flavio con lei passò numerose estati e fu la prima grande infatuazione d’amore impossibile e specialmente, mai confessato. Al tempo Lilly era una ragazzina di forte personalità, veniva da Milano. Una milanese sua coetanea ma anni-luce avanti a Flavio che si trovava arretrato in fatto di sviluppo generale. La figura di Lilly bambina, ragazzina e poi ragazza lo aveva seguito da sempre accompagnandolo negli anni della crescita, aggiornando di lei l’immagine estate dopo estate, frequentazione dopo frequentazione sino all’ultimo anno nel quale trascorse ancora con lei presente un periodo di alcuni giorni. Lilly era la rappresentazione della gioia della vita, dei contrasti d’umore, delle pazzie, dell’irrazionalità. Lui la vedeva anche bella ma non lo era particolarmente. Flavio la studiava già da allora, senza saperlo. Ne apprezzava il modo di vestirsi, lo affascinava il modo di parlare; quell’accento condito ogni tanto dall’intercalare di parole e parolacce tipiche del suo dialetto. Lei lo catturava in ogni cosa facessero che fossero giochi, gite, piccoli viaggi, giri in bicicletta per il paese oppure fino alle più vicine cittadine animate dai negozi e dai bar dove spesso consumavano quelle coppe di gelato, con gli ombrellini e le bandierine infilati nella immancabile guarnitura di panna e amarena. Le gite sul carro del vecchio contadino trainato dalla mula, fino al casolare abbandonato a mezza collina e su, fra i rami a mangiare more e fichi fino al mal di pancia. Sul carro Lilly cantava. Dalla casa del contadino alla strada fino alla piazza del paese e poi su per quella mulattiera a raggiungere il vecchio casolare in mezzo agli alberi. Un canto alla vita che da subito contagiava tutti gli altri sopra il carro, compreso Flavio che si scopriva a cantare con gli altri nei pomeriggi di quel sole di fine estate. I dischi e poi le prime cassette di musica da ragazzi più grandi, le canzoni di Neil Young, degli Eagles, ascoltate piano, dopo pranzo, quasi di nascosto dai “grandi” nelle camere di sopra a riposare. Stazionavano nella cameretta accanto alla grande cucina, mentre Lilly canticchiando piano i motivi, ripassava con meticolosa bravura lo smalto nelle unghie, ed a lavoro finito, le faceva vedere una ad una a Flavio, sorridendogli ad ogni suo cenno affermativo. Con lei Flavio giocava il ruolo di finto bastian contrario. Era un ruolo che si era ritagliato addosso e ci si trovava bene. Lilly proponeva e lui disfava, spesso attraverso battute di vario genere, scuse assurde, finti rimproveri, attivando le insistenze di lei che infine otteneva ciò che aveva in mente di fare, che fossero scherzi od impossibili “imprese” da proporre ai grandi dai quali poi, ottenevano spesso il rifiuto. Parlavano un po di tutto, della scuola, degli amici, di musica, delle prospettive che al loro ritorno li attendevano nelle rispettive città. Lilly cavava da Flavio le parole come fossero “estrazioni di denti”. Lui pensava sempre di avere poco o nulla da descrivere di se e dell’ambiente nel quale viveva, preferendo ascoltare lei che allora tirava sempre fuori qualcosa di nuovo. Sovente lo faceva ridere scimiottando le amate-odiate cugine che la accompagnavano quasi sempre nei periodi estivi. Di esse aveva una opinione molto critica, spesso motivava ciò con la presenza dei genitori di queste ultime che a suo giudizio erano retrogradi. Flavio concordava nel giudizio di Lilly avendo assistito più volte alle discussioni familiari di quei rumorosi parenti. Lei le criticava dal modo di vestirsi, fino agli atteggiamenti. Riferiva a Flavio le discussioni che gli sentitiva fare fra loro, oltre che quelle burrascose fatte con lei stessa che, anche per loro, era comunque la “capobanda”.
Nella mente di Flavio un frullato di sensazioni e di ricordi. Un dolce frullato, dal sapore di more e fichi, con le dita delle mani appiccicaticce e le magliette perennemente macchiate sul suo fisico già troppo robusto. Lilly, se si sporcava, non gliene fregava un’accidente. «Tanto qui, chi mi conosce?» Gli diceva con una smorfia.
Fu una sera, alcuni anni dopo, l’ultima sera. Si trovarono parcheggiati a bordo della piccola utilitaria verde della mamma di Lilly, a mezza collina, sopra quei paesini della pedemontana veneto-friulana teatro da sempre delle loro vacanze, ad osservare il panorama ascoltando la musica gracchiante ed incerta dell’autoradio, parlandosi sottovoce. Era già sera inoltrata e l’ottima visibilità contribuiva a rendere struggenti le luci vicine e lontane della pianura. Quella sera lui sentiva per la prima volta materializzarsi la consistenza di un rapporto fuori da ogni dimensione reale. Oltre a questa dolce sensazione, avvertiva contemporaneamente, inspiegabilmente, la fine dello stesso. Per Flavio e forse anche per Lilly, scorrevano sovrapposti a quel panorama illuminato, i titoli di coda della parentesi di vita da ragazzi. L’apice di un sentimento, per lui in alcuni momenti anche drammatico e struggente, che coincideva con la fine “fisica” dello stesso, per entrare di li in poi nella dimensione del ricordo. Flavio non fissò nella mente chi volle quell’improvvisato giro con l’auto per finire proprio lì, quella sera, in quel posto lontano dalla vita di pianura. Con tutta probabilità fu Lilly a proporlo. Lei che in fatto di idee dell’ultima ora non era seconda a nessuno, in quell’occasione aveva involontariamente dato uno sfondo ed avviato la sigla finale. Ricordò invece che in quella fine d’estate, il ritorno verso casa fu per lui profondamente triste. In particolare quel viaggio in auto con il resto della sua famiglia. Si girò spesso a guardare i monti sempre più lontani. Avvertiva distintamente l’allungarsi, chilometro dopo chilometro, della distanza che lo avrebbe separato da lei. Rendendosi conto che non ci sarebbe stato più un tempo come quello, scandito da quei soggiorni passati con Lilly nella vecchia casa di campagna, a conquistare ora dopo ora la sua compagnia perché lei solo poteva dare un senso alle sue giornate.
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Ecco chi aveva ritrovato dopo più di vent’anni. Lilly! Era Marta che del carattere di Lilly possedeva il centodieci per cento. Un condensato di fascino, pazzia, espressività, mistero e simpatia che combinati come erano, per Flavio formavano un insieme esplosivo. Bionda, statura media, truccata per l’ora e la circostanza. Vestita elegantemente perché Marta sapeva essere elegante al di là di quello che portava. Le calzature con il tacco in modo da slanciarla, il seno corposo che l’anticipava nel suo incedere e l’andatura calcolatamente traballante, così da doversi appoggiare sovente a Flavio, stringerlo più forte, poter stabilire un più saldo contatto fisico. Così quasi sempre la vedeva Flavio in occasione dei loro incontri. La voce un po roca le apparteneva di natura e forniva quel contrasto con l’aspetto da “bambola” che le forme del fisico ed il viso le avevano regalato. Una persona contrastante Marta. Ciò che Flavio aveva carpito erano le sue origini che sapevano d’appartenenza popolana; del resto il suo linguaggio più immediato a volte lo denunciava. Poi però poteva avvenire la sua mutazione improvvisa in donna fine, quasi una sofisticata manager, sicura di se, spontanea o impostata che fosse. Il risultato di questa mescolanza di caratteristiche non finiva mai di sorprenderlo. Ogni volta che si ripetevano le circostanze lei sfoggiava questa che, a parere di Flavio, era una delle sue doti migliori.
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Improvvisamente esclamò: «Brava! Fagliela vedere a quello li!» Mostrando un accenno di pugno per aria. Flavio squadrò Marta e arrossì. Lei lo guardò e gli sorrise. «Marta lascia stare. Sono affari loro… dai non immischiamoci.» Mentre le parlava guardò di striscio l’uomo che si stava pulendo la giacca dalla fetta di torta alla crema e dal vino rosso che colavano incontrollati verso i pantaloni e più giù fino a terra. Marta avvicinandosi a Flavio con un filo di voce. «Mi stava antipatico… sono sicura che ha ragione lei, non hai sentito prima? L’ha presa in giro per cinque anni… poveraccia.» Seduti al piccolo tavolino per due con i portavasi di fiori di fianco che li dividevano dagli altri tavolini per due. Vicino loro una coppia che cenava, erano già seduti quando Marta e Flavio arrivarono al locale. Dapprima parlarono normalmente ma in seguito, usarono toni ed espressioni sempre più accesi tanto che anche Flavio ad un certo punto se ne accorse. La donna un bel momento, evidentemente esasperata dal colloquio, prese il piatto del dolce e lo scaraventò sull’uomo urlandogli delle parolacce, versandogli in seguito il vino rosso contenuto nella caraffa, alzandosi ed incontrando con lo sguardo la faccia di Marta che già la applaudiva. Marta ora diventava la protagonista, più della donna che aveva scatenato quell'improvviso ma annunciato “ambaradan”. Era fatta così Marta, l’esatto contrario di Flavio, tanto che gli avventori del locale intero oramai osservavano lei che parlava alternativamente con Flavio e con la donna del “fattaccio”. Marta che gli batteva le mani soddisfatta. Flavio rosso in viso, si puliva alcune macchioline dalla camicia, guardando con tutto il disprezzo possibile quella donna che si affrettava a scusarsi con lui ed a spiegare a voce alta agli altri clienti presenti nella sala il perché del suo gesto. Era ininfluente, o almeno così pareva in quanto Marta oramai aveva il centro del palco. Forse alcuni non capivano l’eventuale intreccio fra quei quattro, forse alcuni ipotizzarono degli strani incroci. Nel frattempo l’uomo, in silenzio, tutto macchiato, si alzava portandosi verso la toilette. Marta dialogava già con il proprietario del locale, accorso nel frattempo per vedere cosa stava succedendo, e con altri clienti. Rivolta alla donna che stava andandosene le diede un ultimo consiglio. «Mollalo quel cretino… dai retta a me, fagliela pagare!» Scaturì l’applauso di quasi tutta la sala condito da qualche risata ed un certo apprezzamento per quello che era divenuto un gustoso fuori-programma da raccontare agli amici. Recuperata in seguito l’intimità dei tavoli, Flavio attaccò Marta ricordandole il fatto non secondario, che loro non ne sapevano nulla dei due e che giudicare l’accaduto da poche battute non era corretto soprattutto nei riguardi dell’uomo. In realtà Flavio non voleva grane. Non si era mai trovato in situazioni simili e temeva magari che l’uomo silenzioso volesse in seguito spiegazioni da loro o peggio, da lui. L’uomo silenzioso uscì invece dalla toilette scuro in volto, dovette attraversare la sala e gli sguardi dei commensali improvvisamente ammutoliti ad osservarlo. Fece per andare a pagare, e Marta non mancò l’occasione. «Si! Vai…vai a pagare str… che figura di m… .» Lo disse a voce bassa, sicuramente per rispetto di Flavio che allora, con un senso di liberazione dipinto in faccia, finalmente le sorrise. Sorrise anche lei, come una bambina che sapeva di averne combinata una delle sue. Raccolse le ultime foto che ancora stavano sul tavolo, con il dito ne pulì una che aveva una macchia del dolce lanciato poco prima. Bevendo l’ultimo resto di vino bianco che aveva nel bicchiere non coinvolse più Flavio nella faccenda appena accaduta, si limitò a guardarlo a lungo, in silenzio, sorridendogli e sospendendo quel sorriso per degli istanti che consentirono a Flavio di fissare quel volto per sempre, così come lo vedeva davanti a lui, a pochi centimetri dal suo viso. Lui le accarezzò la guancia con il dorso della mano, una, due, tre volte. Non voleva finissero mai quegli istanti, avrebbe voluto ancora una volta fermare il tempo. Poco più tardi, uscendo dal locale ridevano tutti e due, lei stretta a Flavio che era intento già da un po’ a cercare le chiavi dell’auto nell’ampia tasca del giaccone pesante. Fuori faceva molto freddo, pioveva forte da alcuni giorni e continuava ancora. Anche il pomeriggio di quella giornata era diventato sera. Repentinamente il tempo lo riportava all’interno della sua macchina vuota sulla via del ritorno. Il buio, quel faro spento toglieva luce alla strada che doveva percorrere. La musica di prima che ripartiva da dove l’avevano arrestata, il freddo pungente anche in auto, la sua solitudine, la nostalgia che già lo prendeva per i momenti che avrebbe dovuto archiviare. Dentro Flavio scoppiava l’estate ed il desiderio di lei.
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Qualche tempo dopo in una casa di campagna, davanti ad una cucina economica che borbottava avveniva questo colloquio.
«Hai vissuto a quarant’anni una storia da quindicenni.» «Dici?» «Dico.» «Il fatto è che ci credevo.» «Oh… ma certamente. Ma non è questo il punto.» «E qual è?» «E’ l’onestà con se stessi, lo sviscerare la verità sul come ci si è posti in essere durante quel particolare periodo.» «Ma io provavo davvero quei sentimenti, ero preso in pieno dalla storia, ero entusiasta, andavo a mille all’ora, non mi fermava nulla e nessuno.» «No, non ci siamo. E poi… me ne sono accorto! Il punto è che hai perso ogni considerazione per te stesso. Mi spiego meglio, non hai colto alcun segno evidente di ciò che tu facevi per lei e ciò che lei ti ritornava… capisci? Ricordi quel primo maggio?» «Vabbè… era per il suo lavoro o… non so chè.» «Vedi che tendi ancora a giustificare. In realtà giustifichi te stesso. Non ricordi le promesse che ti aveva fatto? I proclami? Tutte parole!» «Vero.» «Ti è venuta a mancare ogni più lontana obiettività nel giudicare dei fatti che avrebbero fatto… incazzare chiunque. Ma come! Prima tutte quelle “pugnette” del tipo, andiamo di qua, andiamo di la, e poi…» «Ricordo che aveva da fare o forse c’era suo figlio di mezzo. Io però c’ero rimasto male. Insomma… poteva farmi una telefonata, dirmelo prima.» «Invece nulla, nisba, niente di niente. Come se non esistessi. Però nell’altarino che si era costruita su di te, quando lei voleva, magicamente ritornavi quella icona dalla quale non si sarebbe separata mai.» «Come se attivasse a comando un sentimento che poi, finito l’orario, metteva da parte.» «Si! Ci siamo. Lei appartiene ad una particolare categoria di persone per le quali le baggianate che sparano, sono talmente verosimili che diventano, ai loro stessi occhi, verità pura e semplice. Con la riserva di incanalarle in particolari settori della loro vita da attivare o disattivare a loro piacimento.» «Quindi è scontato pensare che lei non provasse in realtà nessun sentimento, almeno per il sottoscritto.» «Non è esattamente così, o meglio, forse ha provato un sentimento di affetto, anche forte, anche e non ultimo per una certa forma di riconoscenza nei tuoi confronti, visto quello che hai fatto per lei.» «Ma di più no?» «Son persone che hanno già parecchia esperienza alle spalle, probabilmente anche tante delusioni, insomma… sono munite di una certa corazza che può essere scalfita, anche rotta ma… non da te, e non in quel caso.» «Comunque non si può esserne sicuri al cento per cento. Io ho troncato, senza mi venisse detto nulla. Voglio dire… non mi ha scaricato lei.» «Non ricascarci! I fatti, quelli contano. A parole era una maestra ma ti ripeto, per te ha fatto il minimo del minimo, prova a rifletterci e concorderai con me.» «Si.» «Vedi, quello che non capivo di te allora, era quello che ti dicevo prima e cioè come facevi a non farle presente la tua delusione per le cose dette e non fatte, per le buone intenzioni sfociate nel nulla. E questo è successo non una volta ma più volte.» «Un coglione.» «Non esageriamo. E’ il sottoconsiderarsi che non va mai bene. Implica una debolezza caratteriale. Agli occhi dell’altra parte assumi le sembianze di uno zerbino sul quale pulirsi le scarpe, senza darne troppo conto proprio perché lo zerbino è fatto apposta per quell’uso.» «Speravo che capisse da sola, contavo sul fatto che si sarebbe resa conto e in più di un’occasione è stato così.» «Dimmi un po’, a parole vero?» «Si, in parecchie occasioni mi diceva che non aveva mai fatto nulla per me, che io ero persino troppo buono nell’accettare lei e la sua vita incasinata, come la definiva.» «Faceva parte del gioco.» «Dici che mentiva?» «No. Intendo, per lei no. Si calava talmente nella parte del mea culpa che ci credeva davvero ma, a te cosa restava? Ti cambiava qualcosa?» «No.» «Vedi… .»
Nel silenzio che seguiva, il posacenere veniva svuotato nel lento fuoco della cucina economica dietro il tavolo. Fuori le avvisaglie di un nebbioso inverno di pianura. L’aggiunta di un corposo pezzo di legno a garantire il mantenimento del calore. Un pomeriggio che era già sera, una stagione che era già un’altra, una vicenda che era già storia, passato. Perché tornarci sopra?
«Cosa ne dici… è stata un’esperienza?» «E che esperienza! Guarda che ti capisco, lei era davvero esuberante. Quando l’abbiamo conosciuta è stata divertentissima, forse un po troppo protagonista ma… la serata è stata divertente per le sue continue battute, insomma… un personaggio.» «Mi piaceva la sua autoironia, quel modo di prendersi in giro anche per quello che faceva, ma un pò per tutta la sua vita.» «Alla quale non avrebbe mai rinunciato. Credimi.» «Veramente a me parlava delle sue prospettive di allontanamento da casa, magari per venire a stare qui. Voleva tranquillità e serenità. Mi parlava di programmi, possibilità lavorative, della sua incompatibilità con la madre che la esasperava.» «Non avrebbe rinunciato a nulla della sua realtà. Neanche a sua madre. Fa parte di ciò che prima ti ho detto, della para-realtà che lei creava attorno a se stessa, coinvolgendo anche te in un vorticare di volontà e di buone intenzioni, le “pugnette” vere nella loro espressione lessicale ma senza alcuna azione pratica che le seguisse.» «Non si sarebbe mai mossa da li?» «Assolutamente no. Dalla sua rete di conoscenze, dalle sue abitudini, dalla sua vita oramai consolidata da anni ed anni.» «Io non sarei così drastico.» «Allora vuoi proprio che te lo dica. Per te no.» «E ci risiamo, nessuna chances.» «Per altre persone forse si, forse per un’amore travolgente, per una storia che le modificasse realmente la vita, ma nel tuo caso… . E poi tieni sempre conto di quello che ti ha dato rispetto a… . Non ti basta ancora?» «Mi diceva che con me passava le ore più belle e rilassanti delle sue settimane, che attendeva i fine settimana con piacere perché c’ero io con lei. Mi diceva che avevo un carattere che a lei la completavano, che la facevano sentire bene.» «L’altarino.» «Mi chiedo come una persona possa dire cose così belle che mi riempivano di soddisfazione e di forza. Contavo così tanto per una persona che amavo.» «Anche qui ti capisco, ed è la parte meno bella di tutta la faccenda.» «Si. Perché queste cose dette con sentimento, ripetute più volte e riportatemi anche da altre persone che la conoscevano bene, mi hanno lasciato oltre al vuoto, quella piccola finestrina aperta che con gli anni spero di poter chiudere. Sai… da quella piccola apertura a volte soffia un vento freddo.» «Il tempo farà anche quello ma specialmente ti aiuterà a riflettere su quello che ti dicevo all’inizio delle chiacchere. Ricordi il discorso sull’onestà con se stessi? Sviscerarsi addosso la verità su come ci si è posti per trarne un’utile insegnamento.»
La gatta miagolava insistentemente, emettendo dei suoni che diventavano lamenti. Da un po girava li attorno, aveva fame. Il piattino a lei riservato veniva riempito con il resto del cibo nella scatoletta di latta rossa. Lei vi si gettava con un breve verso che sembrava essere un ringraziamento ed un sollievo. L’avevamo trascurata, presi dal botta e risposta. Fuori l’oscurità. Non era tardi ma sembrava lo fosse.
«Sono stato un “pataca”!» «Sei stato un “pataca”. Perché non ci scrivi sopra? Prova a trarne qualcosa, tenendo un profilo onesto con te stesso. E’ fondamentale perché altrimenti diventa tutto un piagnisteo che finisce per non interessare nessuno, anzi.» «Viene da “fare il tifo” per lei.» «Peggio! Diventi “pataca” due volte.» «Si, “pataca” tante volte quanto il numero di capitoli.» «E tu fanne il meno possibile!»
Davanti al cancello di legno. La serata di nebbia fredda ed umida. Mi apprestavo ad andarmene, un piede in macchina ed un’altro a terra, la porta dell’auto aperta ed i vetri appannati.
«Scrivi in prima persona anche se è difficile… lo riconosco. Comunque mettiti in gioco, e poi… il contesto. Descrivilo il contesto nel quale ti muovi perchè esiste anche quello. Guarda che è importante perchè è quello che avviene contemporaneamente alla tua storia. E’ li che si completa il quadro. Mi hai capito?»
La nebbia pian piano si ritirava, ora faceva freddo e si vedevano distintamente le stelle nel cielo scuro. Faceva freddo davvero. Avevo tentato di dare delle spiegazioni, di giustificarmi ma a poco a poco mi rendevo conto che importava solo il consiglio che mi veniva dato, non avevo nulla da giustificare né da scusare. Forse avevo qualcosa da scrivere.
L’altra sera, sul terrazzo di casa… ripassavo mentalmente un motivo musicale. Accompagnava le parole che mi venivano in mente un temporale lontano che rischiarava il cielo a tratti.
Uranio puro ________________________________________________________________________________
Mai nessuna meraviglia potrà più toccarmi mai nessuna comprensione potrà mai guarirmi mai nessuna punizione sarà più severa mai nessuna condizione sarà mai più vera
Se il mio cuore avesse fiato correrebbe ancora e invece resta lacerato dentro una tagliola quale grado di stupore potrei superare quale tipo di dolore potrei consumare
È un altare di ricordi questa stanza nera sacro luogo di promesse per la vita intera quanto nitido rancore dovrò cancellare quale livido silenzio dovrò sopportare
Sono fragile perché sono un nido caduto sono fragile perché non ho più te sono fragile perché sono seta nel fuoco
Non ho più te, sono solo al mondo non ho più te, buio più profondo
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Marta mi aveva donato l’uranio. Ricordo la forza di alcune sue frasi sulla mia persona, gli esatti istanti nei quali me le esternava, il luogo ove ci trovavamo, il clima che c’era. Ricordo il mio sbilanciamento nel sentirle, la mia celata gioia, il pudore con il quale registravo quelle parole, una dopo l’altra. L’effetto dirompente del dopo, quando nel ripensarle, provavo una intensa emozione. Marta mi aveva donato l’uranio; una forza dirompente che rigenerava forza, che andava ad aggiungersi, ad accumularsi, ad aumentare. Ancor oggi a distanza d’anni, quella forza continuo a sentirla. Superati da un pezzo i quaranta, non ho mai più risentito frasi così. Lasciata Marta, non ho perso la carica di quell’uranio che la sua persona sprigionava ai miei sensi. Guardo il cielo della sera e avverto la forza dei lampi di un temporale lontano, non sento il fragore dei tuoni, ma intuisco la forza testimoniata da quei continui bagliori. Allora penso a Marta. Il ricordo di lei. Ripercorro in pochi istanti, le inclinazioni del suo viso, gli occhi, il suo gesticolare, la bocca mentre articola le parole. Le nuvole avanzano, ora mi è più chiara la sua sagoma e sento la carica che mi trasmette. Marta mi ha donato l’uranio. L’uranio “buono”, non quello degli uomini ma quello interiore. Quella forza inesauribile mi accompagna. Ora capisco quel che mi è successo: Marta è il mio uranio. Lo conservo come suo regalo personale. Non importa dov’è lei, dove son’io, importa ciò che di lei conservo ed una tale presenza, son sicuro, mi resterà sempre cara. Ogni spinta che sentirò, rivedrò lei che con un sorriso mi stimola e con una espressione severa mi ammonisce. Quel che mi resta? Uranio puro. E’ il regalo di Marta.
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ma il ricordo di un amore viaggia nella testa e non c'è una ragione quando cerchiamo quel che resta è come un vento di passione o una rosa rossa il ricordo di un amore ci cambia e non ci lascia
Se avessi avuto almeno un'occasione adesso che so trovare le parole ma il ricordo di un amore continua a viaggiare nella testa
Il ricordo di un amore lascia in bocca il sale ed arriva dritto al cuore senza nemmeno avvisare è in una lettera d'amore è nel canto del mare il ricordo di un amore ci parla e non ci passa
Se avessi avuto almeno un'occasione adesso che so capire le parole ma il ricordo di un amore continua a viaggiare nella testa
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Due testi, due piccole perle della recente discografia, nel mezzo uno sfogo. Si! L’autore doveva proprio dirlo, cavarlo fuori da dentro quello che sentiva. Collocare questo sfogo fra la meravigliata consapevolezza di una fine e la sensazione di un qualcosa che non passa. Lo immaginava sarebbe andata così, avvertiva da subito questa sensazione. Sapeva che quel periodo per lui non sarebbe andato mai in archivio, non avrebbe subìto alcuna sovrapposizione ma sarebbe risultato chiaro, nitido come il cielo dopo un temporale. Questo cielo chiaro oggi contribuisce a dissolvere le nebbie della vita dell’autore. Dissolve le incrostazioni che si formano nel suo cuore, è vita pulsante nelle sue vene, acqua pura nella siccità dei giorni estivi, coperta nel freddo dell’inverno.
L’autore ringrazia Marta per quei momenti, per le inclinazioni del suo viso, per i suoi occhi, per il suo gesticolare, per la sua bocca mentre articola le parole. In cielo non ci sono più nuvole, il temporale ha esaurito la sua forza, l’autore si sente bene, appoggia la penna sul tavolo e si riguarda questi fogli. Ora sente che può riposare
Una breve premessa
“Rimini” cosiccome “Sanremo” ed altri, sono parte di una serie di racconti-esperienza che l’autore fece a cavallo del cambio di secolo. Si parla di racconti-esperienza poiché l’autore, in quel periodo, uscì da un certo “guscio esistenziale” nel quale si trovava da sempre e si trovò finalmente in gioco. Conclusione a parte, quella esperienza fu certamente unica in quanto, oltre ai sentimenti, vi furono una serie di frequentazioni d’altre persone, di luoghi e situazioni che innescarono la voglia di fermare nel tempo i fatti che visse. Lo fece attraverso quello che l’autore stesso definì come un “registratore di pensieri”. Il valore, se di ciò si può parlare, forse sta proprio nel fatto che tanti degli episodi descritti furono da subito fissati sul foglio, “a botta calda”. Solo in un secondo tempo furono riportati con le dovute aggiunte ed un minimo di sceneggiatura, conservando però le sensazioni uniche di quella prima scrittura, sensazioni del resto, autenticamente provate dall’autore che si cimentò nel riportarle in forma scritta. Tanto a maggior chiarezza per chi avrà la pazienza di soffermarsi su questi racconti, ottenendo forse in cambio la possibilità di rifletterci o di riflettercisi. Occorre però precisare che i giudizi, le considerazioni, le riflessioni sugli episodi descritti sono frutto unicamente dei pensieri di Flavio, della sua personalità, del suo porsi in gioco. Non abbiamo la versione della controparte. Perciò lo scritto non vuole essere in alcun modo un pretesto per giudicare un comportamento o peggio, metterlo a confronto con l’altro. Ne uscirebbe un vincitore ed un vinto e non è questo lo scopo. Ma ora è già tempo di augurare quella che spero sia una buona lettura.
Rimini
“Guarda che siamo in anticipo!” fece Marta guidando nervosamente l’auto. Rimini, un giorno di metà inverno, il traffico locale nei pressi della stazione, Flavio guardava dai vetri dell’auto di Marta quella cittadina tanto evocata nei “media”. Gli appariva invero poco diversa dalla sua. Il medesimo caos provinciale, le stesse code ai semafori, la gente alle fermate in attesa dell’autobus, identiche situazioni di una qualunque cittadina della provincia italiana. Il lungomare malinconico delle giornate d’inverno, le sedie accatastate da mesi e ricoperte dai teloni antipioggia, le scritte illuminate dei pochi locali aperti e le tante scritte spente che sembravano formare un gigantesco e continuo luna-park chiuso. Poi la zona antica di là del canale, anch’essa riservava un che di “chiuso per ferie”, quasi anche li si risentisse della stagione morta, l’inverno. Quindi la Rimini dei viali con i moderni hotel, anch’essi trasmettevano a Flavio un’aria a “mezzo servizio”; alcuni con gli alberi vicino alle entrate avvolti nel nylon per preservarli dalle gelate. Era quella la Rimini più recente. L’ennesima svolta dell’auto a sinistra con semaforo oramai sul rosso. Marta guidava così. Quasi sempre al limite del codice, spesso oltre. Accelerate improvvise, frenate all’ultimo momento, suonate di clacson ed espressioni colorite tipiche della zona. Flavio disse a Marta che non voleva rubarle altro tempo. Lo sentiva Flavio quando il tempo per lui scadeva e con Marta scadeva presto. Era una sensazione che si diffondeva nell’aria, un impulso che suo malgrado Marta generava, non potendo controllare di sé anche quello; infatti quello era il suo lato debole con Flavio che invece, sensibilizzato dai sentimenti, avvertiva in ogni piccolo insignificante particolare il cambiamento. Lei insistette dicendogli che avrebbe aspettato parecchio il prossimo treno, potevano fare un altro giro verso il centro, o sedersi a bere qualcosa in un locale… ma lui capì con il cuore che non c’era più tempo pensando che solo chi ragiona di cuore coglie queste sfumature. Marta era maledettamente e disgraziatamente pratica. Fra loro non prevaleva quasi mai la spontaneità pur essendo lei molto estroversa con tutti e nelle più svariate situazioni. Lui si fece lasciare subito davanti la stazione e le disse, scendendo dall’auto, che non serviva l’accompagnasse. Lei gli fece una espressione strana, allora lui affacciatosi dalla porta aperta dell’auto abbozzò una battuta per stemperare quello strano clima. Gli riuscì. Lei sorrise. L’aveva smascherata un’altra volta poiché lei, impostato il “programma: saluti con sorriso smagliante”, lo baciò immediatamente, quasi meccanicamente, in fretta e furia gli raccomandò farfugliando le parole di mandarle un messaggio quando sarebbe arrivato. Intanto gli suonò anche il telefonino (che serve sempre a quelli che vogliono far credere di non avere mai tempo). Come una consumata attrice di “soap-opera” fece finta di ignorare l’aggeggio che continuava a gracchiare per poi, esaurito il “programma: saluti con sorriso smagliante”, prenderlo dal sedile posteriore e rispondere sgommando già veloce verso il viale li vicino. Flavio si voltò verso l’auto già lontana, fece cenno con la mano ma si fermò subito, non la vedeva già più. Gli venne un nodo alla gola, attraversò la strada passando la zona riservata ai taxi in attesa, andò verso l’entrata della stazione sfiorando un nugolo di personaggi di colore e coloriti, entrato dall’unica porta funzionante si mise in coda per il biglietto. Il timido sole di quella giornata calò in fretta. Passò e ripassò più volte con lo sguardo le pareti del bar della stazione, le vedute di Rimini, i saluti da Cattolica ma anche da Cortina, i trulli di Alberobello, una veduta di Firenze. Immaginò, seduto al tavolino imbrattato di caffèlatte, le innumerevoli storie estive consumate e legate a quella città. Quanti addii, soprattutto li alla stazione. Ne vide alcuni anche quel giorno mentre passeggiava di fianco ai binari. Entrando nei w.c. pubblici, pensò che agli addii o agli arrivederci concorrevano almeno due persone e che lui, se lo avesse voluto avere un arrivederci come si deve, avrebbe dovuto chiederlo a qualcuno perché oramai da tempo era solo. Seduto su di una panca di marmo, ascoltò per una mezz’ora due ferrovieri che vicino a lui, dibattevano di questioni sindacali. Lesse e rilesse su foglioni ingialliti gli orari di partenza e di arrivo nel tabellone fiocamente illuminato. Guardò più volte il suo cellulare, si sarebbe aspettato almeno un messaggio da Marta, solo per il fatto d’averla accompagnata fin li facendole da autista, con la sua macchina poiché lei non si fidava di guidare in autostrada, dovendo lui fare ritorno in treno. Fu sempre lui che, giunto dopo alcune ore a Bologna, fece un messaggio, giusto mentre ripartiva con l’altro treno che lo avrebbe portato a casa. Non ricevette alcun cenno di risposta e non ebbe risposta neanche la sera tardi quando arrivò a destinazione e salutò Marta con un secondo messaggio che fece mentre camminava verso casa un poco indolenzito dalla posizione assunta in viaggio. Le giornate con Marta finivano sempre con un niente di fatto. Non lo voleva ammettere ma ci restò male. Camminava assorto nella strada quasi deserta. Giunto a casa ripassò il viaggio di andata: il ristorante felliniano dove avrebbero dovuto mangiare ma che trovarono chiuso, le cose programmate e disfatte da Marta in pochi istanti. Maledì una volta di più se stesso e la sua passività e sfuggevolezza mentre lei proponeva di stare assieme ancora un po’. Sentiva che il vuoto veniva a poco a poco sostituito dalla rabbia, verso sé e verso lei. Non riusciva ad addormentarsi, mangiò due arance che trovò nel frigo assieme ad uno yogurt. La solita incertezza con la quale oramai conviveva. Non restava che il ricordo delle ore precedenti, della piadina mangiata in quel bar dove Marta si era rovesciata addosso il ripieno, ridendone fra una maledizione e l’altra, cercando di ripulirsi con il risultato di aver esteso oltremodo la macchia che sulla sua maglia era diventata un disegno astratto. Si, l’avrebbe certamente sentita la giornata successiva ma per pochi istanti. Non avrebbe fatto a tempo, come puntualmente avvenne, a descrivergli i ritardi che il primo treno subì e che gli fecero perdere la coincidenza a Bologna; l’attesa successiva ed il conseguente ritardo sul ritardo che lo fece arrivare di notte. Ma Marta che ne sapeva? Lui il giorno dopo tentò di dirglielo ma lei lo interruppe subito, gli parlò d’altro, archiviando la giornata precedente in modo sbrigativo. Annullò così tutta la parte ironica che Flavio aveva in serbo e che forse l’avrebbe divertita. Quel fantozziano viaggio in un treno di un giorno qualunque che aveva compiuto per larga parte in piedi, nel corridoio della carrozza, con le mani ad una occasionale presa superiore, come negli autobus fra una fermata ed un’altra. Aveva ascoltato i colloqui dei viaggiatori di quei vagoni, storie che avevano i più svariati argomenti, dal lavoro, alle cotte per i compagni di scuola, dalle micidiali prove di suonerie dei telefonini fra ragazzi alle ricette spiegate e rispiegate fra colleghe d’ufficio. Restò Rimini, la stazione, i ferrovieri alle prese con le problematiche degli orari del personale, le vedute della Puglia con il sole e di Cortina con la neve. Rimini così come si presentò a Flavio in quella giornata con Marta. Lui filtrò tutto attraverso la presenza di Marta che si fondeva con l’intorno. E fu così che Rimini a Flavio non disse assolutamente niente senza Marta, ma essendoci stata anche lei, Rimini fu la città più bella che avesse mai visto.
Sanremo: Il festival della canzone.
Lo vide distrattamente negli anni seguenti. Ogni anno apparve ai suoi occhi sempre più come un vecchio teatrino in disuso. Ma quella sera, guardando la tv in una delle puntate del festival, fu per lui un continuo martellare di alcune note di una canzone. Arrivò seconda quella canzone e lui pensò che avrebbe ricordato per sempre quelle note perché era l’anno in cui si era trovato li, a due passi dalla pedana esterna al teatro. Qualcuno aveva detto che, andare al festival della canzone non voleva dire necessariamente andare al Teatro dove si svolgeva la manifestazione, ma anche e solo respirare l’atmosfera che si diffondeva a Sanremo in quel periodo particolare per la città. Flavio lo provò ed ora ripensandoci, si disse che era comunque valsa la pena l’averlo fatto, anche se il comportamento di una sorpresa Marta fu contraddittorio ed a tratti offensivo. Aveva la sua seicento gialla con il serbatoio pieno ed un sabato mattina partì verso Sanremo con il cuore che batteva, un certo timore che non si sapeva spiegare ed il piede schiacciato sull’acceleratore. Marta lavorava lì quel fine settimana. Fra un mistero ed un altro glielo aveva detto. Gli disse al telefono che aveva avuto una “dritta” (come le chiamava lei), dall’agenzia con la quale era in contatto nella sua città. Assieme alla sorella Giulia, dopo un viaggio a suo dire apocalittico, ora si trovava nella città dei fiori, in pieno festival. Flavio stabilì subito un record personale: arrivò in poco più di quattro ore, trovò sulla strada il ghiaccio, la neve e persino la nebbia! La nebbia nella riviera ligure. Al casello d’uscita di Sanremo riuscì a scorgere una scritta a caratteri cubitali che diceva: “Benvenuti nella città dei fiori!” Immerso nella nebbia com’era, non ne vide uno di fiore ma si sentiva comunque elettrizzato all’idea di essere lì a respirare quell’atmosfera. Marta quando si capacitò (dapprima non ci credeva, era una sorpresa), del fatto che Flavio era effettivamente a Sanremo lo riempì di insulti. Flavio non credette alle sue stesse orecchie, lì per lì rallentò un poco poi rallentò ancora, finchè fermò l’auto in parte alla strada. Un autobus di linea gli strombazzò dietro. Quella era una fermata! Rimise in moto e si spostò, nel frattempo gli si era attaccata alle mani una strana convulsione, il cuore gli batteva aumentando l’ansia. La scena (nel dramma di Flavio), fu in realtà comica poiché lui ora sentiva distintamente anche Giulia, la sorella di Marta, che in sottofondo insultava la stessa: “..aho Marta.. che ‘glie stai a dì?” “.. ma è Flavio?.. stai a scherzà?.. Marta.. ma nun t’accorgi..”, “.. era ‘na sorpresa che voleva ‘fatte..”. Flavio allora si imbufalì. Difeso da sua sorella? Chiuse la chiamata non prima di avere comunicato a Marta che se ne andava via, poi click. Mise in moto l’auto e sgommando invertì la marcia, nuovamente in direzione dell’entrata all’autostrada. Voleva spegnere il cellulare ma non lo fece. Non rispose alle chiamate continue ed esasperanti di Marta. In un paio di chilometri compiuti all’inverso, gli tornarono in mente tutti i sacchetti dai marchi firmati che Marta la settimana prima raccoglieva dalla sua auto. Erano pieni di vestiti, scarpe ed accessori vari che Flavio si era premunito di comperarle; l’aveva sentita incerta sul cosa mettere a Sanremo e.. detto, fatto, aveva come mai intaccato pesantemente il portafoglio affinchè Marta avesse tutto ciò che desiderava “…’Sta stronza…”, “…E no che non ti rispondo… vaffan…”. Si! Non sarebbe più tornato indietro. Stavolta era deciso. Marta non lo voleva tra i piedi. Stando a quel pur breve colloquio, Flavio le aveva invaso la vita. No! Non lo fece. Non tornò indietro. Rivelò invece a se stesso tutta la sua debolezza. Rispose alla ennesima chiamata, si rifermò nuovamente con l’auto al lato della strada. Marta lo implorava di scusarla, di tornare in città che si sarebbero visti ed in qualche modo spiegati. Qualche minuto più tardi parcheggiò su di un largo marciapiede del lungomare di Sanremo, sotto le palme, in divieto di sosta (con rimozione permanente), strisciando la macchina su di un paracarro a sinistra e sfiorandone un’altra sulla destra, ma aveva già fatto di peggio. Aveva chiesto ad un vigile dall’aspetto severo se poteva invertire la direzione della macchina per avviarsi in un senso unico vietatissimo. Per apparire più convincente si spacciò spudoratamente per uno dell’organizzazione del festival. Il vigile, visto l’individuo dalla faccia stralunata ed osservata l’auto gialla del tipo “antinebbia” gli credette al punto che fermò il traffico congestionato di quell’ora e fattagli strada, fece ampi gesti a Flavio di passare (?). Sceso dall’auto, chiese ad un turista straniero dove fosse il teatro, il festival della canzone e questo, con una certa sorpresa gli fece un segno poco convinto. Si avviò velocemente verso quella direzione, nervoso, con un senso di nausea, le mani di nuovo tremanti ed il presagio di qualcosa che non sapeva ben definire, forse perchè tutto gli faceva presagire uno scontro od un finale alla storia. Incontrò Marta vicino alla nota passerella allestita per l’occasione proprio davanti al teatro. La cosa fece contrasto. L’atmosfera di festa del luogo, i drappeggi, le scritte luminose a colori e, per contro, l’arrivo di Marta che, decisa, indifferente a tutto e tutti lo puntava. Lei lo salutò freddamente e andò subito all’attacco definendolo un pazzo. Spiegandogli che, in un primo momento, quella faccenda le aveva fatto una bruttissima impressione. Fango su di lui. La mossa di Flavio gli era sembrata di puro controllo sulla sua persona e che per questi motivi lei se l’era presa. “Ecco il presagio di prima…” Pensò Flavio mentre gli batteva forte il cuore e faceva di no con la testa a Marta. Lei, dura nelle sue posizioni, continuava a parlare e parlare ancora. La musica diffusa all’esterno del teatro apparve come una colonna sonora, Marta era l’attrice di un malinconico film. Flavio ad un certo punto guardò da un’altra parte. Si scostò un poco da lei che allora si fermò nel parlare e lo osservò strana. Lui allora interrompendola, le disse che ripartiva, che lei non aveva capito nulla. Marta allora passò alla seconda fase del suo piano: la provocazione, l’incidente probatorio. Gli chiese a bruciapelo se per lui la storia fra loro fosse importante o no! Per lui! Senza lasciare a Flavio la possibilità di rispondere, affermò che per lei lo era importante… e tanto, affermando poi che questa vicenda non doveva intaccare per nulla la loro storia. Dopo la ramanzina fatta al “discolo” Flavio, Marta lo aveva evidentemente “perdonato” per quella “maracchella” che le aveva combinato. Lui, spossato, le rispose con una certa sufficienza che valutasse lei la cosa. Gli disse con un calmo timbro di voce di considerarlo per ciò che le aveva fin lì dimostrato e se non fosse bastato quello... allora… pazienza. La notte prima, lui l’aveva vista in televisione, nel dopofestival. Lei faceva la parte di una falsa spettatrice che “casualmente” formulava una domanda ad un cantante ospite; il tutto ovviamente preparato a tavolino dalla regia. A notte fonda, lui che aveva capito il trucco, le aveva mandato un messaggio di complimenti per come aveva ben “recitato”. Marta poco dopo gli aveva risposto che era contenta che lui l’avesse vista, che anche sua madre l’aveva chiamata, le chiese se per caso lui l’aveva registrata ma lui non sapendo di questa partecipazione di Marta all’evento televisivo, non aveva predisposto nulla. Ma già la solita domanda ed i dubbi si ripresentavano nella testa di Flavio. Questo episodio di Marta in televisione se lo ricordò solo la sera, in auto mentre tornava verso casa; avrebbe voluto chiedergli delle cose a proposito della trasmissione, curioso di sapere come era andata a finire che se l’era ritrovata a tutto schermo, con un vestito che non ricordava di avergli mai visto addosso. C’era invece cascato, un’altra volta. Si allontanarono dalla passerella fuori dal teatro. Fecero due passi per Sanremo, su invito di Marta stessa che ora concedeva qualche minuto del suo prezioso tempo a questo spento Flavio. Lei al contrario, zampettante sui suoi tacchi, sorridente come da copione (ricordate l’attrice di prima?), vestita com’era da hostess di una compagnia telefonica in lancio. Ecco cosa era andata a fare con la sorella a Sanremo, ecco la “dritta” di cui gli parlava con un certo fare misterioso nei giorni precedenti.
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Come sempre per Flavio tutto finì in un lampo, la classica bolla di sapone. Lei parlò di un periodo di vacanze, aveva intenzione di passare un po' di tempo con lui, gli chiese addirittura di informarsi per una certa località della quale aveva sentito parlare, ci sarebbero andati insieme. Marta in realtà se lo girò e rigirò nella griglia come una salsiccia, condendo il piatto con battute ed improvvisazioni, se lo lavorò con la consueta consumata esperienza di donna di mondo. Flavio, lasciandosi andare, le elargì un contributo in denaro, aveva previsto già dalla mattina che lei ne avesse bisogno. Lei nell’accettare, ricevette una sberla morale da Flavio. Lo capì Marta? Lo capì mai? Nel frattempo era passata quasi l’intera giornata. Lui si ritrovava ora sulla strada del ritorno ed aveva una certa fame ma al mangiare non ci pensava affatto. Lo alimentarono i sentimenti contrastanti, i pensieri biforcuti che iniziavano in un modo per finire in un altro, le sue incertezze cosmiche intervallate da prese di posizione nette, sicure ma false. Era Marta, la doppia Marta. La Marta che davanti al Teatro affermava che quella storia con lui per lei era molto importante, e la Marta che al telefono una mezz’ora prima lo copriva di insulti. L’auto di Flavio superò i monti dell’appennino raggiungendo le colline più in là verso la pianura. Lui vide un’uscita dell’autostrada con le scritte di paesi a lui ben noti, paesi dove correva sudato e felice con la sua bicicletta solo l’estate prima. Lo assalì il magone ed i nervi gli cedettero. Ebbe uno sfogo, spuntarono delle lacrime. Provava vergogna di se stesso, vergogna per quello che si era fatto dire da Marta senza aver la forza di contrastarla più di tanto. Eppure la mattina mentre correva verso di lei pensava di fare una bella cosa… pensava ad una sorpresa che avrebbe costituito un motivo in più di unione con Marta. Superò la crisi, si sentiva comunque innamorato di Marta, solo non gli era andato giù quello sfogo della mattina. Durante l’intero viaggio di ritorno, Marta (attraverso i messaggi al cellulare), sfoderò il più ampio repertorio di scuse, di attestati d’amore, di fiori e fioretti da addobbarci una chiesa per un matrimonio culminando alla fine con un classico e sacrosanto: “…non ci crederai ma… non mi era mai capitata una cosa così bella… ti assicuro ‘Flà…”. A questa conclusione in grande stile di Marta seguì un orgasmo di sensi di Flavio, non nuovo a queste pullulazioni mentali ed inoltre già ridotto ad uno straccio per le tensioni vissute quel giorno. Anche se la stanchezza lo prendeva sempre più non aveva alcuna importanza, vedeva davanti a se Marta che comperava rose per regalargliele, quella Marta che lo abbracciava forte premendosi su di lui, guardandolo con occhi espressivi, quella Marta che cercava il suo sostegno quando non si sentiva bene, quella Marta che ora, malgrado quello che era successo, gli era ancora piantata nel cuore. Il festival? Quella restò per Flavio l’ultima edizione.
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09/09/2010 @ 7.30.49
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