airone rosso
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Franca (del 23/03/2008 @ 14:59:01, in Narrativa, linkato 349 volte)

Nell’anno che verrà

Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’, anche se mi domando a che serve ancora scrivere. E’ già stato scritto tutto. Non c’è proprio più nulla da aggiungere o da esplorare. Ogni produzione non è che un déjà-vu.
Ma perché, mi chiedo, impugno una penna ed allineo una parola dietro l’altra? Ma sì, lo so, rispondo ad un bisogno interiore. Voglio raccontare le mie emozioni. Vedi caro amico, ci voglio essere anch’io. E non mi basta trasferire moti profondi in pagine di quaderno per una raccolta segreta; se così fosse avrei un ripostiglio stipato di diari.
Non scrivo per me stessa ma voglio raccontare e nello stesso tempo desidero leggere il racconto di altri: a questo scopo non scriverò che lettere. Lettere indirizzate a te, sicura di essere letta e di ricevere una risposta…nell’anno che verrà.
Da oggi, dunque, è questa la novità, l’ipocrisia dello scrivere per me stessa è tramontata: scrivo per essere letta dagli amici poiché non oso presumere di aver titolo ad essere letta da persone sconosciute. Gli amici sono una gran panacea, ma qualcosa ancora qui non va.
Ogni sera mi riprometto una migliore condotta per l’indomani credendoci fino in fondo.
Domani ridurrò la quantità di calorie della mia dieta. Uscirò e farò del moto. Una camminata ad andatura sostenuta, sarà ciò che farò, procurandomi del benessere al corpo ed allo spirito.
La mia meta potrebbe essere Venezia, dove c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra.
La sera non mi balena mai l’idea di levarmi di buonora con il solo obiettivo Venezia. Sono pigra.
La sera non penso che a distendermi sul mio letto per darmi alla lettura. Leggo. Si sta senza parlare per intere settimane. La lettura è la mia anfetamina contro la paura del sonno.
Concentrata su un romanzo evito pensieri angosciosi. Mi immedesimo in quelli dell’autore di turno. Cerco di capirlo in profondità di scavare nelle sue remote e forse inconsce motivazioni del raccontare. Uno scrittore racconta pur sempre se stesso che lo voglia o meno. Così conosco gente. La mia libreria è un circolo culturale cartaceo piegato ai miei ritmi relazionali, alla mia volontà e capacità di entrare in sintonia con i contenuti letterari.
Con la lettura fuggo dall’ingombrante assillo della quotidianità. Fuggo dalle banalità consolidate di un pensare convenzionale. Fuggo dal pregiudizio. Fuggo da fraintendimenti e risentimenti di una comunicazione frettolosa, spesso malata. E fuggo anche da me stessa eludendo la difficoltà del rapporto con l’altro. Mi rintano sul lettone tutte le sere. Tre, quattro, cinque, sei ore. Dipende dalla tensione. In compagnia dei miei autori preferiti a volte. Spesso con nuovi, per ricevere emozioni e riscoprire altre interpretazioni del mondo. Interpretazioni da condividere o semplicemente da rispettare. Fuggire attraverso la fantasia degli autori che mi porta in ambiti sconosciuti. Solo così posso cedere all’incognita del sonno e passare una buona notte.
Buonanotte!
E’ di nuovo giorno.
Sono sopravissuta.
Esco di casa.
Non vado a Venezia.
Ho il mio Pepo al guinzaglio e procedo nel parco cittadino seguendolo lentamente. Assecondo la sua natura di sniffatore di ogni ciuffetto d’erba e di ogni radice arbustiva che incontra. Ha voluto inoltrarsi nel nudo e stretto sentiero che taglia in due l’area ovest del parco della Bissuola. Un sentiero formatosi dal calpestio di trasgressori della viabilità predisposta. Rimane un po’ nascosto dalle alte chiome delle robinie.
Mentre sosto in attesa che il Pepo soddisfi il suo olfatto, noto una figura appartarsi furtivamente presso un arbusto. La mossa repentina mi incuriosisce. E’ una donna che alza l’ampia gonna sulla schiena e scopre la parte inferiore del corpo. Piega il busto a portafoglio scomparendo oltre la ruota della gonna. Flette appena le ginocchia. Sono calamitata dalla inaspettata scena che osservo da lontano, ma non troppo. Disto una quindicina di metri. La vedo bene da quel sentiero dove il passaggio è frequente. Forse lei non lo sa.
La donna così piegata perde la sua qualità di essere umano. E’ una creatura zoomorfa. Ciò che di lei appare è il bianco ed enorme bacino solcato dall’ombra villosa del sesso. Un fagotto con il culo per aria! E fa ciò che la premessa promette: defeca.
Defeca, una raffica di escrementi color cacao. Defeca come una mucca. Nel contempo razzola del fogliame dal suolo, in fretta. Si netta.
Ma la televisione ha detto che il nuovo anno/ porterà una trasformazione/ e tutti quanti stiamo già aspettando/ sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno.
Strattono il mio cane per potermi allontanare da lì. Intanto la donna si ricompone. E’ una brunetta dal viso scarno, grazioso. Indossa sopra la gonna una camicia di viscosa bianca a grandi fiori rossi. Ad osservarla ora, non posso capacitarmi del fotogramma che di lei, un attimo prima, si è impresso nella mia mente. Prosegue, verso di me, con portamento disinvolto, quasi distinto. Quelle natiche, lattescenti e pingui, sproporzionate al resto del corpo, sembrano essersi dissolte sotto le vesti.
Ogni Cristo scenderà dalla croce/ anche gli uccelli faranno ritorno.
Che io abbia sognato? Che le continue letture influenzino la mia percezione della realtà? La brunetta cammina svelta e ci sorpassa proseguendo nel suo cammino.
Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno. E si farà l’amore ognuno come gli va.
Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico.
Lotto contro l’infelicità. Mi aiuto con lo scrivere per ritrovare l’armonia interiore. Così facendo trovo la pace e posso sentire il sussurro della natura che proviene dal giardino.
L’hai conosciuto giovanetto. Ora è diventato un piccolo bosco e mi parla attraverso l’abete dove sfrigolano i ramuncoli della cima carica di pigne. Poco più in basso, nel folto della chioma, c’è un nido di tortore ben rintanato. Un altro si trova nel ventre del pruno selvatico. Innumerevoli cannaiole vivono nella macchia di canne di bambù, sviluppatasi a dismisura attorno al contatore dell’acqua. E, guarda caso, esso è pure il rubinetto generale dell’impianto idraulico di “la casina”. Ogni volta che serve chiuderlo o riaprirlo ne esco avviluppata di ragnatele e fogliame. Nel ripensarci provo un brivido di raccapriccio lungo il corpo e sicuramente anche in loro, le canne, scorrerà la repulsione verso la mia intrusione.
Un rospo “bufo bufo”, enorme, ha la tana sotto i vasi di terracotta. Quando piove esce.
I merli si cibano di ficoni e di prugne. Qualche settimana fa gozzovigliavano con le marasche. E poi c’è un via vai di coleotteri, api ed altri insetti che ronzano. Infine… zanzare & zanzare…un’industria!
Dalla veranda-zanzariera ce la faccio a stare all’aperto, spazio cinto ormai da una vegetazione rigogliosa e disordinata che crea un’atmosfera selvaggia. Mi sento fuori dal mondo.
E come sono contenta di esser qui in questo momento
Vedi vedi vedi
Vedi caro amico cosa si deve inventare
Per poterci ridere sopra
Per continuare a sperare.

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Di Franca (del 16/02/2008 @ 13:06:20, in News, linkato 263 volte)
Cultura

Da tempo c’è un appassionato ed innamorato del nostro mondo deltizio che con le sue sole forze diffonde cultura. E’ Paolo che promuove incontri d’arte e di letteratura nel Granaio della sua Cà Cornera. Il tema è sempre il Po ed il suo Delta. Sembrerebbe una cultura locale e circoscritta. Non è così. Gli artisti ed i letterati che visitano Cà Cornera con le loro opere, sono apportatori della cultura del mondo nella quale, a pieno diritto, vi abita quella del nostro territorio e della nostra civiltà. 
http://www.cacorneradeltapo.it  - Anticipazioni
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Di Franca (del 14/02/2008 @ 16:36:03, in News, linkato 252 volte)

Franca Fusetti scrive:

Indignazione

Il Delta del Po gioiello naturalistico acchiappato dagli artigli di nefandi esseri, che nessuna categoria del regno animale contempla.
Ho visto e sentito un esponente sindacale al TG3 che si è pronunciato assolutamente a favore del rigassificatore. Un altro, un amministratore di qualcosa che non ricordo, che diceva: basta che la ricchezza che esso produrrà, venga ridistribuita nel territorio e non intascata da qualche ente, così almeno gli abitanti ne ricaveranno qualcosa anche loro. Ma il tono del discorso suonava: così se ne staranno buoni!
…. Dio del Delta, se ci sei, manda un fulmine nella testa dei nefandi esseri che non possono sopportare la tua divina natura! Non basta ed avanza la centrale dell’Enel. La provincia di Rovigo, ma in basso, lungo la costa, futuro polo energetico!!!

( polo = concentrazione di impianti )



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Di Franca (del 13/02/2008 @ 11:47:49, in News, linkato 246 volte)

Mi è giunta voce che dei vicini di Mamo, si adoperano a non fargli mancare l'indispensabile alla sua vita quotidiana e alla salute.

Bravi! La generosità dei deltini non è tramontata!

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Di Franca (del 01/02/2008 @ 15:21:32, in News, linkato 270 volte)

tam tamblog

Un articolo tratto dal BEHABLOG che fa riflettere su quanto bene sia per la Nazione andare ad elezioni anticipate e quanto lo sia per i partiti. (franca)


"UNA LEGGINA “BIPARTISAN” DEL 2006 STABILISCE CHE I PARTITI INCASSINO I RIMBORSI ELETTORALI ANCHE SE LA LEGISLATURA DURA MENO DI 5 ANNI – IN BALLO 300 MILIONI…
Mariolina Sesto per “Il Sole 24 Ore” (tratto da Dagospia.com)
C'è un motivo per il quale il voto anticipato conviene a tutti i leader nessuno escluso: se si andasse alle urne i partiti incasserebbero fino al 2011 rimborsi elettorali doppi. Sia quelli maturati per la quindicesima legislatura che quelli relativi alla sedicesima.
Per le forze politiche la fine anticipata della legislatura si trasformerebbe in un business finanziario, per lo Stato in un aggravio di costi pari a circa 300 milioni di euro. E a poco vale a questo punto il taglio del 10% al fondo annuale per i rimborsi scattato con la Finanziaria: l'aggravio per lo Stato sarà di 270 milioni anziché di 300.
I fondi elettorali di Camera e Senato ammontano infatti a circa 50 milioni di euro ciascuno e sono costituiti calcolando la cifra di 1 euro per ogni avente diritto al voto. Per le elezioni di aprile 2006 gli aventi diritto al voto erano precisamente 50.098.305 (47.258.305 gli aventi diritto al voto in Italia e 2.840.000 quelli all'estero). Da questo fondo ad ogni partito è attribuita una quota sulla base delle percentuali di voto ottenute.
Una leggina ad hoc approvata con voto bipartisan a inizio 2006, poco prima di andare a votare, sancì il diritto dei partiti a continuare a incassare i rimborsi anche in caso di voto anticipato. Da qui l'affare: se la legislatura si esaurisce prima della sua naturale scadenza lo Stato deve comunque pagare le somme già maturate per tutti e cinque gli anni.
Proprio in base a questa leggina Forza Italia ha potuto cartolarizzare i contributi che deve ancora riscuotere. Ed anche il Pd potrebbe avere la sua convenienza: Ds e Dl continueranno a incassare le risorse relative alla XV legislatura; il Pd avrà i fondi della XVI.
«È evidente che se si fosse abolita la norma inserita nel febbraio 2006 si potevano risparmiare circa 100 milioni all'anno, che invece saremo costretti a spendere se le Camere verranno sciolte a giorni – calcola Silvana Mura, deputata dell'Idv –. Cosa che avevamo ampiamente annunciato e che per ben due volte abbiamo cercato di evitare con degli emendamenti alla finanziaria 2007 e 2008». «Purtroppo –commenta con amarezza Mura – questo non è stato possibile per l'ostilità di tutte le altre forze politiche».


Commenti: vedi il Blog di Oliviero Beha www.behablog.it

E già che ci sei anche anche quello di chiarelettere www.voglioscendere.it di Marco Travaglio

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Di Franca (del 14/01/2008 @ 17:34:29, in Narrativa, linkato 372 volte)



La sposa Nara

autrici: Giovanna per il testo in corsivo -   Franca per il testo ordinario

Dalla finestra aperta entra, col sole, anche il brusio continuo del fiume di persone che passa là sotto, in ogni stagione. Ma non si vede nessuno, neanche a sporgersi, perché le stanze sono all’ultimo piano del palazzo, proprio sopra il tetto, e una larga parte sporgenti di questo chiude la visuale della strada. Gli occhi rimangono invece poco sopra la copertura del Corridoio de Vasari, che corre da Palazzo vecchio a Palazzo Pitti, , e poi, alzandosi, abbracciano uno spicchio delle colline: verso sinistra San Miniato al Monte spicca nel verde con i marmi bianchi della facciata come una figurina ritagliata, e poi il Forte di Belvedere, che per fortuna non è mai stato chiamato a difendere la città, perché sembra messo lì più per farsi guardare, che non per la guerra.
Si vede anche l’Arno, da quelle finestre, e così Nara l’acqua ce l’ha anche ora, sia pure in una cornice così diversa.
Ma Nara qui sta bene dentro casa, quella casa in cui il suo Gigi è nato ed è stato sempre, anche quando è rimasto solo dopo la morte dei genitori, e non sapeva dove mettere le mani per tenere ordine e cucinare. Quelle mani così abituate a fare un lavoro delicato e minuto, in cucina riuscivano a rompere i piatti, a versare acqua per terra, a mettere di sghimbescio la tovaglia sulla tavola.
Fa l’orafo, il suo Gigi, e ha il laboratorio proprio a due passi, sotto l’arco, insieme ad altri artigiani come lui. La sua fantasia e le sue dita fabbricano lavori d’oro lievi e traforati come un ricamo.
Un’altra cosa che fa Gigi è andare in bicicletta, ed è stato proprio durante una gita a Venezia con il gruppo dei suoi amici, che si è fermato a chiedere di riempire la borraccia d’acqua presso una casa isolata fra due canali, due bracci del delta del Po.
L’acqua gliela data una ragazzina smilza, bruna e silenziosa, e mentre Gigi risaliva in bicicletta quel cosino ha alzato gli occhi a guardarlo. Occhi fondi, che vedevano fuori e si aprivano allo stesso tempo come una finestra per farsi guardare dentro. Ci si scopriva il verde di piante palustri, che nello specchiarsi e perdersi nell’acqua rendevano verde anch’essa. Ci si scoprivano sogni di chissà che cosa, forse sogni di sogni. Ci si poteva perdere, in quegli occhi, tirati dentro da una magia sottile, buona e dolce, come la carezza dell’acqua nella corrente lenta e senza sosta.
Ha sorriso, e a Gigi quel sorriso gli è rimasto dentro per tutta la gita, gli è rimasto dentro come la luce di un faro che segnala in mezzo al nulla un riferimento sicuro, una presenza umana, l’intimità di uno spazio caldo e raccolto.
Ha preso l’automobile, quindici giorni dopo, per tornare a cercarla, riandando a memoria per quello spazio grande e piano. Lei, l’ha vista da lontano, seduta sull’argine alto, ma non l’ha chiamata, è andato diretto verso la casa.
Un uomo sul retro, seduto su di un tronco tagliato, gonfiava le gomme di una bicicletta.
“E’ lei il babbo di quella ragazza che si vede lassù?”
“Nara? Sì.”
Gigi gliel’ha chiesta, semplicemente, gliel’ha chiesta in sposa. E se prima non l’ha detto alla ragazza non è stato per mancarle di rispetto; era sicuro anche per lei.
L’uomo lo ha guardato senza stupirsi, con gli occhi liquidi al fondo come quelli della figlia, ma qui non c’erano sogni, c’erano fatica e fatalità. L’ha guardato a lungo, in silenzio, e poi ha detto sì, va bene, e gli ha teso la mano. Un contratto fra uomini, prima che davanti al prete.
Così, Gigi si è fermato i giorni necessari, e dopo la messa e la festa sul prato se l’è portata via, ancora col vestito di sangallo bianco indosso. Se l’è portata a casa, a Firenze, e le ha messo nel palmo della mano le chiavi, come in un rito.
Sono passati quasi quattro mesi, ormai. Nara, quassù sui tetti, si sente la regina di un pezzetto di paradiso. Lucida, cucina, canta verso il cielo le canzoni della sua terra. Gigi, quando rientra, la stringe forte, e lei si rannicchia dentro quelle braccia lasciandosi andare alla corrente delle emozioni che le arrivano dal tocco, dall’odore, dai sussurri del suo uomo, come un tempo si faceva prendere dai profumi e dai colori del fiume e dalla vita che vi scorre dentro e accanto. Lui la sente vibrare, ed è una bella canzone.
***
Nara, da giorni, sente il suo corpo cambiare, una tensione premere dal suo ventre, dai suoi seni, Gigi le sfiora le labbra, fattesi più dense e morbide, con indefinito stupore.
In fondo agli occhi della sua sposa vede ora una luce calda ed avvolgente come gli assolati tramonti in Sacca, da lei più volte descritti, quando la palla di fuoco avvampa la laguna, e vede una nuova consapevolezza riaffiorare. Stordito, Gigi, la lascia, come ogni mattina, per recarsi al lavoro.
Quel giorno non riesce ad applicarsi sui suoi delicati gioielli. Dovrebbe completare una spilla a cui manca d’incastonare un rubino, ma inutilmente: il rubino è riottoso, non entra nel castone gli scivola dalle pinze; forse dovrà ripetere il taglio della pietra o, più ragionevolmente, riadattare l’incavo in quella lavorazione a filigrana che lui sa eseguire con perfezione…si vedrà? Per il momento ripone gli arnesi, si toglie la lampada appoggiata alla fronte assieme alle lenti d’ingrandimento e si sofferma a rimuginare su ciò che gli sta capitando. Più riflette e più si va rafforzando in lui la certezza di un’imminente rivelazione da parte di Nara.
L’ama tanto, Dio solo lo sa, ma un bambino no, spera di no con tutto se stesso: non è pronto a diventare padre perché troppo giovane, o forse troppo egocentrico; sicuramente non ancora maturo.
Da quando i suoi l’hanno lasciato ha dovuto cavarsela da solo nel gestire il piccolo patrimonio ereditato, così come per le incombenze quotidiane. Non è stato facile, soprattutto quando ha affrontato il matrimonio. Ha dovuto rivedere da solo l’arredamento della casa per renderla funzionale alla nuova vita di sposi. E’ stato necessario eliminare qualche pezzo della vecchia mobilia, cara ai genitori scomparsi: recidere legami affettivi con le cose, con i ricordi. Nara era lontana e solo il pensiero di lei lo sosteneva in quello spoglio affliggente. Poi Nara è arrivata, condotta da lui, ed ogni cosa, ogni sentimento hanno ripreso la giusta connotazione ed un nuovo valore. La sua vita ha cominciato a nutrirsi di un’energia sconosciuta che rendeva lieto lo scorrere dei giorni.
Mentre sale le scale, all’ora di pranzo, sente il fiato mozzarglisi in petto per via dell’ansia causata dai suoi timori.
La cucina è inondata di luce ed un buon profumo di cibo appena cotto intriso di aromi mediterranei gli sgombra la mente ed attenua la tensione.
Nara termina di apparecchiare la tavola senza tralasciare un piccolo fiore di abbellimento, come se ce ne fosse bisogno! Lei è un fiore che dà ornamento a tutta quella casa ed alla loro esistenza! Gigi non manca di dirglielo: - I fiori vanno bene Nara! Ma sappi che te tu sei il fiore per me! – Sono uno stupido! – Si ripete Gigi mentalmente. – Perché ho così tanta paura di un bimbo? Ma sì, mi sto preoccupando per nulla! – Cerca di convincersi – Ma per un figlio è ancora presto, presto anche per Nara! –
***
La corriera delle quattro e mezza si ferma, là fuori, giusto il tempo di far scendere un passeggero.
- Toh, è tornato prima il Tonin, oggi – pensa.
Tonin, il figlio di una delle tre famiglie che abitano lì, in quel gruppetto di case, è l’unico che lavora al paese, alle Poste, e va avanti e indietro ogni giorno. Gli altri, nei campi o a pescare, oppure se ne vanno appena possono. A cercare lavoro altrove, che di continuare la vita dei loro vecchi non ne hanno voglia. O forse, chissà, non sopportano i silenzi, il vuoto, la nebbia. Bisogna amarla molto questa terra per esserle fedeli. Oppure se ne vanno per sposarsi, come la sua Nara, che ancora così bambina le è stata portata via, lontano.
Lo sa che Nara è amata e rispettata, che ha una casa dove è regina. Anche lei ama e stima suo genero, ma le manca la sua bambina, le manca. E’ circondata solo da uomini ormai, il marito e gli altri tre figli. Mentre fra loro donne anche se non hanno mai sprecato parole c’era già un’intesa, un muoversi uguale e insieme.
- Mamma, sei qui? –
- La voce la sorprende alle spalle, i pensieri che brulicano per la testa l’avevano distratta. Si volta di scatto, ed eccola lì, figuretta ritagliata nella luce della porta.
Sembra un miracolo, un’evocazione del pensiero, ma nel tenerla stretta stretta nell’bbbraccio sente bene che è qui davvero, la sua Nara.
La ragazza rimane per un attimo sorpresa, sua madre non è mai stata usa a lasciarsi andare a tante manifestazioni di tenerezza, ma capisce subito il suo stato d’animo, e l’abbraccio si fa ancora più forte.
- Stai bene? Come mai questa sorpresa? –
L’ha scostata ora, la madre, e la guarda attentamente un poco accigliata, tesa a cogliere sul viso della figlia segni rassicuranti. Poi, d’improvviso, una luce negli occhi, un sorriso gioioso, un’espressione di sollievo.
- Sei incinta, bambina mia. –
- Come lo sai? –
- Lo so e basta. Vieni, siediti e racconta. –
Così si mettono accanto, le mani nelle mani. Rimbalzano dall’una all’altra sintomi e sensazioni, domande e consigli, ricordi e timori. Una confidenza tutta nuova.
- Sai, mamma, sono rimasta così sgomenta! Non ho avuto neanche il coraggio di parlare con Gigi. Lui ha capito che c’è qualcosa che devo dirgli, e penso anche che immagini cosa, e se non gli ho detto niente è perché l’ho sentito spaventato come me. Ma ora che sono qui, non ho più paura. Nascerà a maggio, il mio bambino, e voglio che sia qui, nel letto dove sono nata io, e anche tu, mamma, e la nonna prima di noi. Così voi mi aiuterete. Crescerà a Firenze, come è giusto che sia, nelle cose belle e nel rumore della città che anch’io ho imparato ad amare. Ma gli occhi li deve aprire qui, e le prime cose che vedrà devono essere i canneti, e l’acqua, e le distese di terra, e tutto quel mondo che io ho sempre dentro così forte. –
Rotti gli argini come un tempo facevano le piene del Po, i pensieri si quietano, hanno uno spazio largo su cui procedere.
Si è fatto quasi scuro, e non se ne sono accorte, il lume non è acceso. Gli uomini tornano, tutti insieme.
- Non si cena stasera? –
Entra in cucina il maggiore dei figli, sempre il più affamato. Guarda stupito e preoccupato alla tavola neppure apparecchiata, mentre la madre è sempre così pronta al loro rientro. Non si è accorto delle due donne vicine, nell’angolo.
- Pane e formaggio – è la risposta franca e decisa che gli arriva.
La mattina dopo, Nara è in oiedi appena fa giorno, ansiosa. Non vuole che sia troppo presto per non spaventarlo, ma neppure troppo tardi che sia già uscito al lavoro, per telefonargli.
- Gigi, mi manchi. Mi vieni a prendere domenica? -
***
Gigi raggiunge il casolare la domenica pomeriggio.
Ora che sta per diventare padre, suscita un sentimento di stima e solidarietà nella famiglia di Nara, che lo accoglie con accresciuto affetto.
Il ragazzo percepisce un atteggiamento quasi di protezione. Vorrebbe chiederne spiegazione a Nara. Ma lei non accenna ad appartarsi, dato che tutti sono riuniti nella grande cucina per l’imminente cena. Con lo sguardo gli comunica teneramente di pazientare accennando alla madre indaffarata presso la stufa dove la polenta ed i “bisati in tocio” sono quasi pronti.
Intanto Gigi viene calamitato da Riccardo, il fratello maggiore di Nara che vuol saper tutto sul viaggio. Sebbene stanco, non vuole deludere l’entusiasta curiosità del cognato e non lesina i particolari né le impressioni che lui stesso ne ha colto.
Si è messo in cammino di buonora, quando la città era ancora immersa nel sonno. Le vie e le piazze erano deserte, appena delineate dai primi albori. I profili dei palazzi, la torre di Palazzo Vecchio, la cupola di S. Maria del Fiore si stagliavano nette contro il cielo appena rischiarato. Alcuni scorci si presentavano in controluce come nere sagome minacciose.
Riccardo immagina la città scorrere nel riquadro del parabrezza come una pellicola cinemascope: i palazzi che si avvicinano, per fuggire subito via, uno dopo l’altro, di corsa; il Ponte Vecchio cingere l’Arno che è come il Po, ma più piccolo, forse come il Canal Grande a Venezia perché, anche là, c’è un ponte con botteghe orafe.
Gigi racconta di aver preso la strada che porta a Pratolino, Cafaggiolo, Barberino di Mugello, Passo della Futa, Pietramala, Passo della Raticosa ed infine giù verso Bologna passando da Monghidoro e Pianoro.
Una volta raggiunta Ferrara e Trisigallo gli sembrava di essere già arrivato, il paesaggio uniforme della campagna padana scorreva velocemente. Raggiunta l’Abbazia di Pomposa Gigi descriveva percorsi noti che fortunatamente quel giorno erano sgombri della solita nebbia. Nel tratto toscano che come si sa, è quasi tutto collinare, si incontrano vaste estensioni di vitigni e oliveti e le strade sono costeggiate da file di cipressi.
- Te la ricordi “Davanti San Guido” che fa: i cipressi che da Bolgheri alti e stretti/van da San Guido in duplice filar/quasi in corsa giganti giovinetti/mi balzarono incontro e mi gardar..? –
Riccardo rammenta di averla mandata faticosamente a memoria quasi tutta alle elementari e di aver mandato anche la maestra a quel paese più di una volta; però è bella e Gigi l’assicura che l’immagine è la stessa e che il paesaggio è poesia. Riccardo rimane colpito e sogna di poter, un giorno, percorrere quei luoghi con un mezzo proprio, magari con una lambretta che da tempo conta di acquistare.
-Pronti a tavola! – Annuncia la mamma con voce festosa.
Nara e Gigi prendono posto vicini. Finalmente possono stringersi affettuosamente la mano mentre la mamma scodella il brodetto di anguille accompagnato dalla polenta nel piatto.
La polenta è rigorosamente bianca con profumo più delicato rispetto a quella toscana. Prima che Gigi portasse qualche chilo di farina, in Borgo Polesinino, nessuno avrebbe potuto credere che potesse esistere del granoturco giallo.
Lorenzo ne aveva sentito parlare, quando era soldato, dai compagni del centro e sud d’Italia. Più di un’argomentazione si trattava di uno sfottò – precisa Lorenzo – loro chiamavano noi Veneti “polentoni” perché correva voce che non mangiassimo che polenta. Nel Meridione cresce bene il grano duro che serve per fare la pasta e il pane. Le nostre zone sono buone per il grano tenero ed il granoturco. La polenta ha preso il posto del pane fresco che costa troppo. E non solo. Abbiamo un forno inadatto a soddisfare una richiesta giornaliera. Al posto della pagnotta, qui si fa il “bussolà”, un pane a ciambella di un venti centimetri di circonferenza e circa cinque di diametro – come questo che puoi vedere in tavola - che ora è morbido perché appena cotto, ma che diventa secco e può durare per più di un mese. Si spezzetta nelle zuppe di verdura e nel caffelatte e si intinge in acqua per ammorbidirlo quando si consuma con fette di salame, in questo modo il forno ce la fa a rifornire tutte le famiglie del pane necessario.
E’ il padre che parla quasi sempre rivolto al genero che è il commensale di riguardo, il resto della famiglia ascolta rispettosamente. La madre interviene di tanto in tanto per assicurarsi che tutti abbiano cibo a sufficienza.
Gigi ascolta garbatamente ma è impaziente di restare solo con Nara. Lorenzo lo intuisce e fa in modo di non protrarre i tempi della cena pur avendo voglia di raccontargli della famiglia d’origine e dell’ umile storia che aveva caratterizzato la vita in Polesinin. Lo farà in un momento più favorevole.
Possono finalmente coricarsi. Gigi si sente indolenzito in ogni parte del corpo per la tensione accumulata durante il giorno e, sebbene accoccolato fra le braccia di Nara, non riesce a sgombrare la mente dall’assillo che lo accompagna ormai da qualche settimana. Il suo volto è tirato, pieno di ombre.
- Perché sei così pensieroso?
- Non sono pensieroso.
- Invece sì, si vede che qualcosa ti preoccupa.
- Non c’è niente che mi dia pensiero o forse sì…ma non è una preoccupazione, è qualcos’altro.
- A cosa pensi?
- Nara, ti vedo così cambiata!
- Cambiata come?
- Sei diversa, sei più…
- Più brutta?
- Nohoh!, ma che dici schiocchina! Perché dovresti essere diventata “più brutta”? Non sei e non sarai mai brutta.
- Allora, cosa sono “più”? Spiegami bene che intendi con quel “sei più”.
Nara lo sa che Gigi ha capito da tempo. Vorrebbe vederlo brillare di felicità e non comprende il suo riserbo. Desidererebbe sentirgli dire che diventeranno il babbo e la mamma più felici del mondo e che quel bimbo è la gioia della loro vita.
- Beh, ho notato che hai i lineamenti più dolci, ma nello stesso tempo più marcati e lo
sguardo…lo sguardo è più languido.
- Allora sono più bella?
- Ma no, cioè sì! Sei diversa, ecco tutto! Sei come…
- Una donna incinta?
- Già!
Alza il capo, si mette su un fianco e la osserva stupito o forse deluso. In silenzio le passa una mano fra i capelli in una carezza lenta, rilassata. Ora il dubbio è chiarito e l’ansia dell’incertezza svanita.
- Ti dispiace?
- No, e a te?
- Io sono strafelice e vorrei condividere con tutti la mia gioia, ma specialmente con te.
- Non dubitare, sono contento anch’io! Ma non mi spiego come possa essere successo.
Eppure abbiamo sempre fatto attenzione.
- Abbiamo fatto attenzione anche quella notte in cui siamo stati attenti due volte di seguito,
troppo vicine perché “loro” avessero già abbassato la guardia!
- Loro chi?
- Gigi…ti prego!
- Loro chi? Ti sto chiedendo?
Nara ingenuamente risponde.
- I tuoi semini, no?
- Ma quando è stato con precisione?
- E’ stato il tredici di febbraio e ti avevo ben avvertito che era un azzardo, ma in quel momento non ci hai creduto.
- E’ vero! Sì, ora ricordo!
Nara sapeva che era rischioso e lealmente lo aveva palesato ma desiderava così tanto un bambino, che contava molto in qualche semino superstite capace di colpire il bersaglio, come Dio ha voluto che fosse.

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Di Admin (del 13/01/2008 @ 10:46:17, in Immagini e poesia, linkato 248 volte)


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Di Franca (del 20/11/2007 @ 18:00:00, in Cenni storici, linkato 539 volte)

Borgo Polesinino nato nell'isola di Ariano Polesine

Una grande alluvione prodotta dalla rotta del Po a Ficarolo nel 1150 è l’ evento che cambia radicalmente l’assetto idrografico del Delta e che avvia una serie di mutamenti morfologici che ci conducono all’attuale configurazione territoriale.
Le acque alluvionali, di quella rotta, scesero al mare Adriatico attraverso il ramo delle Fornaci che, per effetti naturali, attribuibili alla forza corrosiva delle acque, incrementò notevolmente la sua portata, diventando il ramo principale del Delta del Po. Un considerevole costante apporto di depositi fluviali provocò, nel corso degli anni, difficoltà di navigazione alla flotta della Serenissima Repubblica. Le torbide del Fornace, depositandosi, colmavano i bassi fondali costieri della laguna veneta, tanto da indurre i Veneziani alla titanica deviazione del corso d’acqua.
Dopo lunghe trattative diplomatiche con i confinanti Duchi d’Este prima, e con lo Stato Pontificio poi, si dette l’avvio al manufatto che venne completato nel 1604. Un canale lungo sette chilometri, denominato Taglio di Porto Viro, fu realizzato escavando un letto artificiale di congiunzione fra il Po delle Fornaci nei pressi di Porto Viro (Cason Malipiero) e la bocchetta del Po di Gnocca o della Donzella qualche chilometro più a Sud.
Il nuovo alveo a Sud-Est, ed il Po di Goro a Sud-Ovest, provvidero velocemente in virtù dello stesso fenomeno di colmata, alla formazione di zone paludose aggettanti il litorale, formando i “Polesini”, territori via via acquistati dalle famiglie patrizie e borghesi della Repubblica Veneta che in quelle lande aveva giurisdizione.
E fu così che si formò l’isola di Ariano Polesine dove i miei ascendenti si sono insediati nei primi anni del secolo scorso, precisamente a “Polesnin” (piccolo polesine) poi divenuto Borgo, nel lembo meridionale di quel territorio.
Cenni storici di Franca Fusetti, tratti dalla lettura dei volumi Fra terra e acqua. L'azienda risicola di una famiglia veneziana nel delta del Po di Antonio Lazzarini e da Il Delta padano - note storiche di Piergiorgio Bassan.

foto di Mauruzio Dalla Via

foto di Maurizio Dalla Via

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Di Admin (del 20/11/2007 @ 13:16:46, in Immagini e poesia, linkato 268 volte)
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