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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Franca (del 20/09/2008 @ 11:28:00, in News, linkato 192 volte)
- Ringrazio Alberto Barini per avermi segnalato il libro di Marina Bertoncin
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- Marina BERTONCIN, Logiche di terre e acque. Le geografie incerte del Delta del Po, Verona, Cierre Edizioni, 2004.
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Nel volume Logiche di terre e acque. Le geografie incerte del Delta del Po, Marina Bertoncin ricostruisce con rigore e amore i percorsi di territorializzazione del Delta, disegnando il modello di una geografia in cui lo spazio nel tempo e i tempi dello spazio interagiscono e i fatti storici hanno un' importanza fondamentale nella creazione dell' organizzazione territoriale. Nella lunga e continua storia di domesticazione dell' ambiente fisico che 1' uomo ha condotto attraverso i secoli, ripercorsa dall' Autrice sulla base di larga e sicura informazione, la volontà dominati va dello Stato moderno e 1'azione dei proprietari privati, ora di comune accordo ora in contrasto, hanno svolto un ruolo decisivo nel definirsi del territorio deltizio, ma la natura ha avuto un peso altrettanto determinante come attore protagonista nell'edificazione territoriale. Estendendo la sua analisi sino ad oggi e alla progettazione del Parco, la Bertoncin, con gli strumenti dell' analisi scientifica formula un giudizio critico circa la realtà del Delta come periferia troppo a lungo dimenticata, ma nello stesso tempo è intelligentemente propositiva nel suggerire linee operative ispirate ai valori originali dei luoghi, alla promozione di logiche di autogoverno, alla ricerca, alla formazione di professionalità: il tutto finalizzato alla riappropriazione del territorio da parte degli attori locali. "E' tempo di girare il cannocchiale dal luogo dei possibili alle possibilità dei luoghi", secondo logiche di terra e di acque che conducano alla costruzione di un territorio condiviso. Il libro di Marina Bertoncin è certo un felice passo avanti nella direzione da lei stessa indicata .
( Recensione riportata dal sito "Monselice, premio Brunacci 2004" )
Di Franca (del 17/09/2008 @ 16:15:00, in News, linkato 415 volte)
Danza
Da il quotidiano Il Piccolo di Trieste: PERSONAGGIO. ALLIEVO DELL’ACCADEMIA ARTINSCENA
Selezionato a Vienna il ventitreenne danzatore-atleta
Matteo Carvone  TRIESTE C’è anche un giovane triestino, il ventitreenne Matteo Carvone, tra i sei danzatori-atleti selezionati recentemente, a Vienna, dal prestigioso «Cirque du Soleil». La grande impresa circense, fondata negli anni Ottanta in Canada, attingerà anche da questa rosa di professionisti per i cast dei propri spettacoli di prossima produzione, realizzati in varie parti del mondo, tra i suoi tanti circhi permanenti ed itineranti. Danzatore contemporaneo, Matteo Carvone è uno dei «figli artistici» dell’Accademia internazionale Artinscena di Trieste. Ha infatti iniziato giovanissimo il suo percorso nella danza con Maria Bruna Raimondi e Doriana Comar, figure professionali di spicco di Artinscena, e ha poi perfezionato la propria formazione diplomandosi, l’anno scorso, con il massimo dei voti, all’Accademia del Teatro Franco Parenti di Milano. E la sua prima audizione da ballerino professionista è stata appunto con il «Cirque du Soleil». Attualmente Matteo è in tournée, con la compagnia di Susanna Beltrami, accanto a Giorgio Albertazzi e Luciana Savignano, con lo spettacolo «La forma dell’incompiuto» e, di recente, alla Biennale di Venezia, ha partecipato anche al progetto «Choreographic Collisions», per la direzione artistica di Ismael Ivo. «Ho sempre amato le tante forme espressive dell’arte – racconta il ballerino – e sin da bambino ho praticato la ginnastica artistica. Poi, un giorno, vedendo uno spettacolo con le coreografie e la regia di Maria Bruna Raimondi, ho capito che la strada veramente giusta per me, per dare corpo alla mia voglia di esprimermi, poteva essere quella della danza». «Sono un grande sognatore – continua Matteo – però i miei sogni sono anche molto concreti. La vita del ballerino è faticosa, richiede molti sacrifici, da quattro anni vivo stabilmente a Milano e si può dire che ho visto pochissimo della città, tanto sono stato impegnato nello studio e nel mio perfezionamento. Però amo moltissimo la strada che ho scelto, e che mi sta dando tante soddisfazioni. Appena diplomato, nelle audizioni ho voluto puntare in alto. Ora sto per trasferirmi a Roma per prendere parte ad un bellissimo progetto firmato dalla grande Pina Bausch, che ha voluto investire nella formazione ad alto livello di giovani talenti. Sono molto orgoglioso di essere stato scelto per partecipare a questo progetto: siamo in 28 ragazzi, scelti in tutto il mondo, e 15 verranno selezionati per formare, nel 2009, una compagnia stabile». «Il mio obiettivo ideale - spiega Carvone, - sarebbe di poter lavorare un giorno con le più importanti compagnie di danza contemporanea mondiali, come il "Cullberg Ballet" di Mats Ek, o con il grande coreografo Jiri Kylian». «Matteo – spiega Maria Bruna Raimondi, direttrice artistica dell’Accademia Artinscena - è un ragazzo che unisce al grande talento e al grande impegno anche delle bellissime qualità umane, e sono tutti aspetti importantissimi nel professionismo. Artinscena ha tra i suoi obiettivi primari proprio la formazione di giovani talenti, anche attraverso i numerosi laboratori e stages con professionisti di altissimo livello come Carlos Gacio, Ranko Yokoyama e Manuel Frattini. Siamo quindi felicissimi del percorso di Matteo, che continua a collaborare con noi, e che ha partecipato, con ruoli di rilievo, anche alle nostre più recenti produzioni, come gli spettacoli “Oz & Oz” e “Musical Vaudeville”, presentati sia al Rossetti che nell’ambito della rassegna Serestate, nonché alle coreografie presentate nell’ambito della sfilata “Diamonds – Hair spray” organizzata al Salone degli Incanti l’autunno scorso in collaborazione con Confartigianato».
Annalisa Perini
da Il Piccolo di Trieste, 9 Settembre 2008 video: http://www.youtube.com/watch?v=U8IIv6Lk91w
Di Franca (del 17/09/2008 @ 11:33:01, in News, linkato 157 volte)
Ed ora spettacoli teatrali!
Tiziano Scarpa
Noto romanziere, drammaturgo e poeta
L'Ultima Casa, un'opera teatrale di T.Scarpa, messa in scena dalla Compagnia Pantakin da Venezia, regia di Michele Modesto Casarin, ha vinto il premio "Chi è di scena" per il miglior testo alla Biennale Teatro di Venezia del 2007.
Come tutte le rappresentazioni, è altra cosa vederle dal vivo. Ho assistito alla Prima in Campo S. Trovaso a Venezia, in un'atmosfera coinvolgente. Un video può solo dare l'idea, anticipare una serata a teatro.
Buona visione: http://it.youtube.com/watch?v=6Uml2qVUD-4
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Di Admin (del 09/09/2008 @ 23:29:42, in Scrivere, linkato 254 volte)
"UN CAMERIERE DI TUTTO RISPETTO" di Mouscardin
Tito dovrebbe essere un cameriere al servizio di una coppia di signori milanesi divorziati. Per consuetudine, egli trascorre l'inverno con l'uomo nella metropoli lombarda e l'estate con la donna, nella sua villa in Costa Azzurra. Ho detto dovrebbe essere un cameriere a ragion veduta, in quanto il suo comportamento è un po' originale. Intanto occorre dire che proviene dal Salvador e quindi ha abitudini di vita non propriamente dinamiche. In villa, presso l'anfitrione, dove sono stato ospitato per un paio di giorni, ho scoperto che si alza sempre intorno a mezzodì. Per fortuna anche noi non siamo molto mattinieri e quindi ci accontentiamo di una prima colazione molto frugale ed assolutamente autarchica (nel senso che ci facciamo il caffè tra uno sbadiglio e l'altro e poi ci tuffiamo in piscina per svegliarci). Quando Tito si desta, porta il cane a passeggio per i prati del parco, sbocconcellando qualche biscotto e sorbendo una bibita tropicale con l'aiuto di una cannuccia, tenendo la bottiglietta nella mano libera dal guinzaglio. Dopo, fa una partitina a tennis con me o con la signora e quindi si dedica al pranzo. Non volevo credere ai miei occhi e alle mie orecchie, quando, seduto a tavola con noi, al desinare di ieri mattina ha cominciato a criticare l'ottimo riso della padrona di casa, delicatamente condito con limone e parmigiano, che lui aveva servito con grande stile ed eleganza. Insisteva nel dire che il limone era troppo e che avrebbe aggiunto un po' di zafferano. Dopo qualche timida replica, lei decise di non proseguire nella discussione, assicurando che, la volta successiva, avrebbe seguito i suoi consigli. Poi spostò il discorso su Chavez, affermando che si trattava di un galantuomo e non c'era motivo per accusarlo di brogli alle elezioni. Nessuno di noi aveva motivo di replicare seriamente alle sue argomentazioni e quindi annuimmo silenziosamente, dichiarandoci completamente d'accordo. La mia amica, prima di procedere nel pasto, mi fece presente che per educazione familiare e scelta culturale, Tito non serviva mai il secondo e non provvedeva neppure a cuocere sul barbecue la carne che lei compra, abbondante ed assortita, per consentire ai propri ospiti la massima comodità di scelta. Tito si alzò, infatti, dopo di noi, che avevamo provveduto ad una prima cottura e, scartando le fettine di vitello, che aveva selezionato, si mise ad arrostire una bella fetta di manzo, che divorò rapidamente, tracannando con gusto due bei bicchieri di vino francese. Al termine del pasto, si alzò ed indugiò un poco per togliere i piatti dal tavolo, con estrema nonchalance. Facemmo appena in tempo a chiedergli cortesemente di prepararci un caffè e, dopo, non lo vedemmo più, fino a tarda sera, quando ci salutò mentre consumavamo qualche piatto freddo, annunciandoci peraltro che sarebbe andato a sentire Gloria Gaynor nel locale più in della zona. Non ho avuto più il coraggio di chiedere chiarimenti alla mia amica, né lei si sentì in dovere di darmene, ma capii che forse era un argomento imbarazzante e feci finta di nulla per tutto il resto del mio soggiorno, comunque molto gradevole ed interessante, anche grazie ad un collaboratore familiare carismatico e degno del massimo rispetto.
Di Franca (del 09/09/2008 @ 14:33:26, in News, linkato 144 volte)
Impressioni
Nel breve soggiorno sulla costa sarda ho ritrovato, pur dovendo farmi largo tra la folla e dovendo cercare punti di osservazione insoliti per un vacanziere, la civiltà degli isolani. La civiltà che ho conosciuto anch'io nel mio Borgo Polesinino durante la mia infanzia. Nel dire questo non intendo generalizzare. Altre isole mi hanno ospitata, dove, per difetto di comunicazione reciproca, non ho percepito lo stesso sentimento.Il termine "civiltà" esprime un concetto molto ampio della vita di una popolazione, ne racchiude tutta la storia ed è la somma di tutte le vicissitudini intercorse nel tempo: questa è materia degli studiosi. Però...però provo il desiderio di comunicare il sentimento di civiltà che ho recepito, il quale, sento intimamente, di aver scambiato con le persone incontrate. Basta uscire, per un attimo, dai prevedibili percorsi dei più, come spostarsi con il pullman di linea o fare una camminata in paese durante le ore del mattino, quando tutti sono stesi, in pieno sole, in riva al mare. Una ragazza, una bella ragazza come lo sono tante donne sarde, aspettava anche lei, l'arrivo del mezzo per Olbia. Non le piace S. Teodoro e -mi racconta- appena può va a Olbia. Lei passa le vacanze sulle montagne del nuorese. Non che non le piaccia il mare, ma la spiaggia della Cinta è sempre troppo affollata. I bagni lei li va a fare solo all'isola di Tavolara. Quanta ragione! Non sono stata in quel luogo bellissimo, benché abbia avuto un carissimo amico che me lo suggeriva quasi ogni giorno! Ritornerò! Ma anch'io ho un suggerimento in serbo. Sono stata testimone di un fenomeno straordinario, proprio nella bella cornice della Cinta. Un tardo pomeriggio, ho aspettato che l'arenile spopolasse prima di immergermi nel bel mare verde smeraldo. Ero sola nell'acqua calma, cullata da un'onda lunga e lieve: una risacca carezzevole! Il sole era già nel tramonto. I venti si scambiavano il dominio. Nella stasi, la voce del mare prevalse. Un sospiro pieno e profondo risaliva dagli abissi verso la riva della Cinta che risuonava in tutta la sua estensione come in un anfiteatro: echeggiò un canto! Credo di ever udito ciò che i marinai degli antichi velieri hanno definito: il canto delle sirene. Un incantesimo di breve durata, sicuramente il tempo occorso ai venti per il naturale assetto. Osanna al Creatore! E grazie a questa terra dai toni aspri e dolci, con ancora molte ricchezze intatte. La sua natura trapela attraverso la civiltà delle genti. Le persone sono misurate nei modi, nelle espressioni. Precise e sempre in sintonia con l'altro. Non un fraintendimento, ma sempre una corresponsione di intenti, di sguardi: gente d'onore e onorabile! La sconosciuta ragazza, il conducente del pullman, il pasticcere, la venditrice d'abbigliamento, la farmacista, l'ottico: tutti i protagonisti del tessuto sociale incontrati, ognuno nel proprio ruolo, rappresentante della buona vita, basata sul rispetto reciproco e l'accoglienza. Un pensiero speciale vorrei dedicare al sentimento dell'amicizia, la quale,corredata dei succitati valori, ho riconosciuto in un uomo di profonda cultura, che ho avuto il privilegio di incontrare. Ha saputo rapportarsi a me ed alla mia famiglia con semplicità, una dote che solo le persone di animo sensibile e nobile posseggono. Un uomo che ama la sua Sardegna come io amo il Borgo Polesinino: un'affinità che ci unisce. Gli aspetti turistici della regione sono divulgati in ogni agenzia di viaggi e dagli enti preposti. Ho visitato tutta la costa nordorientale fino a Santa Teresa di Gallura, compreso l'arcipelago di La Maddalena. Non basteranno dieci ritorni per visitare per bene questa regione. Per chi pensasse di soggiornare più di una settimana consiglio di trasferirsi, per ognuna, in zone diverse.
Franca Fusetti
Di Admin (del 14/08/2008 @ 15:52:12, in Scrivere, linkato 326 volte)
"UN TECNICO IMPRUDENTE" di Mouscardin
Venne da me un tecnico, che consideravo assolutamente equilibrato e competente, persona versatile nell'arte di arrangiare. Doveva quel giorno verificare soltanto la linea interna del telefono e mentre si affaccendava in alcune prove, mi venne in mente di continuare il mio lavoro, per il quale ero necessitato ad utilizzare il fax per l'invio urgente di un documento. Malauguratamente, il rapportino d'invio non perveniva, in quanto la macchina non era ben impostata. Fidando nella sua manualità ed inventiva gli chiesi se poteva correggere la relativa directory, considerando che il mio senso estetico m'impedisce di occuparmi di questioni meccaniciste, per le quali sono assolutamente refrattario e che qualsiasi opuscolo -contenente istruzioni sul funzionamento di qualsivoglia aggeggio - viene, fin dall'acquisto, immediatamente archiviato in luoghi, che diverranno irraggiungibili per la mia memoria, quasi si trattasse di un esorcismo diretto a mettermi al riparo da cattive sorprese. Il buon tecnico, ignaro delle conseguenze del proprio gesto, sollevò di buon grado il coperchio della macchina, accortosi, nel frattempo, che la pellicola d'inchiostro si era esaurita, impedendo la stampa del report - opzione, grazie a lui, ormai introdotta tra i comandi del fax. La sindrome ossessivo - compulsiva, unita a quella d'accaparramento, mi aveva portato ad accumulare, in tempi ravvicinati, tre o quattro scatole di ricambi; e, pertanto, trovai naturale porgergli il rotolo per la sostituzione di quello già utilizzato. Nessuno potrà mai credermi, ma l'operazione - apparentemente semplice - si tramutò in una serie di tribolati e vani tentativi per sfociare in un’imprevedibile diabolica situazione, dalla quale non si poteva uscire, a causa dell'impasse in cui si dibatteva la pellicola, reiteratamente ostile a stampare perfino un infinitesimo carattere e propensa invece a spezzettarsi impietosamente in tanti filamenti, in un harakiri inusitato ed inquietante: il maledetto rapportino, invocato con mille accorgimenti, era d'improvviso divenuto un oggetto indefinito ed irraggiungibile... Il mio guru affermava a quel punto - con indeclinabile decisione -che il prodotto fornitogli non era quello appropriato, ma apparteneva ad un altro modello di macchina e si risolse, quindi, ad utilizzare la propria coltivata abilità - coltello e tagliere alla mano - per adattare la vite alla bacchetta della pellicola e, di seguito, sostituire l'asta di trascinamento con quella già usata, nella vana illusione di riparare il congegno, anche a costo di mutilare di un dente l'indispensabile accessorio. Rien à faire, rien ne va plus... Dopo abbondanti perdite di energie psico-fisiche, mentre il perito stava per arrendersi, morso dalla serie di altri appuntamenti non rispettati - a causa dell'incauta disponibilità ad aiutarmi - mi venne l'idea di osservare attentamente le sigle e le illustrazioni all'esterno della scatola della pellicola, constatando con sorpresa che non sussisteva difformità alcuna rispetto all'originale dei ricambi in mio possesso, ma che un errore di posizione del rotolo aveva invece annientato tutte le prove consumate fino a quel momento. Il mio deus ex machina, insomma, aveva invertito con deprecabile sicumera rulli e viti, probabilmente fagocitato dalla fretta, dalla scarsa conoscenza del mio ineffabile fax, e dall'ansia da prestazione... Finalmente riuscimmo, a quattro mani, a compiere l'operazione corretta, ottenendo l'insperato risultato. Dopo, ci salutammo frettolosamente, farfugliando frasi di circostanza e ripromettendoci, in cuor nostro, che non ci saremmo mai più rivisti.
Di Franca (del 13/08/2008 @ 20:54:00, in News, linkato 195 volte)
Escursione nautica alle foci del Po
Escursione alle foci da non perdere e da non rimandare, come ho fatto io per tanti anni! Negli anni giovanili andavo in spiaggia nell’Isola dei Gabbiani, luogo frequentato, in quei tempi, esclusivamente dai nativi. Noi stessi, non abbiamo mai esplorato la zona costiera dei canneti. Dunque non ne sapevamo nulla. La conoscevano bene i raccoglitori di piume palustri e i pescatori; mestieri svolti dai padri e dai nonni. Esiste ancora qualche anziano pescatore solitario ma i giovani si sono organizzati in cooperative. Percorrendo il Po si incontrano gli appassionati della pesca al bilancino. Dalla barca si estende un’asta che regge una rete quadrata annodata a quattro raggi di ferro convergenti ad una carrucola su cui scorre la corda che solleva e rilascia la rete sul fondo del fiume. Riescono a catturare grossi cefali e branzini. All’alba, la vicina Sacca degli Scardovari, si popola di circa millecinquecento pescatori di vongole. E’ pomeriggio, noi non li vediamo. Il lavoro si svolge nelle prime ore del mattino e troviamo una laguna vasta, silenziosa dai toni verdi e azzurro pastello. Alcuni di noi stanno facendo il bagno nell’acqua placida e salatissima. Più tardi abbiamo percorso la riva ricca di conchiglie e vegetazione. Ho assaggiato la salicornia, una pianta grassa verde e salata, che vi cresce abbondante e che in autunno diventa vermiglia come il tramonto. E’ ottima per insaporire un’insalata mista. Sono partita con un’idea vaga della zona e ne sono tornata con la piena consapevolezza della sua particolare bellezza. Scenari d’acqua ampi e variegati. Il fiume che incontra il mare; la laguna e il vasto canneto che racchiude vie d’acqua e laghetti dove vi abitano le molte specie di uccelli marini. L’aria è intrisa di profumi salini; effonde riverberi di luce che ti ammantano nell’ebbrezza della corsa in barca, prima nella corrente calma del fiume, poi nella placida Sacca e quindi procedendo ancora sulle onde del fiume a ridosso del mare in un abbraccio possente e tumultuoso…poi, il rientro quieto verso il punto d’imbarco. Il nostro accompagnatore è Alberto Barini socio della cooperativa e promotore della attività di pesca-turismo. E’ figlio di traghettatore e pescatore. Dal padre ha appreso molta conoscenza di tutte le attività svolte nel territorio. Lo conosce profondamente e ne è ben radicato, tanto da non aver mai voluto abbandonarlo, come tanti di noi! C’era anche Consuelo, la moglie di Alberto, bella e intelligente! Sono una coppia giovane e si sa che i giovani trasmettono allegria. C’era anche una bella famigliola: papà, mamma e bambina con atteggiamento di apprezzamento per la bella ed insolita gita. Tre ore di favola da custodire gelosamente nei ricordi. Franca P.S. Nel ringraziare Alberto che sa accompagnare la visione dei luoghi con notizie di natura storica, geografica, paesaggistica e, soprattutto, naturalistica, riporto la sua più dettagliata descrizione per dovere di informazione:
ITINERARIO TURISTICO
Punto d’incontro presso le località di Gorino Sullam e Santa Giulia con imbarco in prossimità di uno dei pochi ponti rimasti in chiatte galleggianti, che ancora adesso, nell’attraversarlo, suscita antiche emozioni e ricordi di tempi passati. Si naviga il ramo del Po di Gnocca trasportati dal corso del fiume verso la foce, costeggiando le rispettive rive e golene: zone uniche per la loro biodiversità, ricche di avifauna e regno per gli amanti di birdwatching. Arrivati presso località Bacucco attraversiamo una diga a porte vinciane, costruita per fermare la risalita del cuneo salino. Da qui, navigando un canale interno, ci tuffiamo nella Sacca degli Scardovari: la più grande laguna del Delta del Po e regno della pesca alle vongole, cozze, ostriche. Con i nostri barchini o “batane” a fondo piatto, costruiti da noi pescatori, appositamente per navigare in bassi fondali, entriamo in contatto con la vita dei “vongolari”, provando con loro le varie tecniche di pesca. Dalla Sacca, attraversati gli scanni, lingue si sabbia naturali, che dividono la laguna dal mare: dove si mescola l’acqua dolce con l’acqua salata dando origine ad una linea continua come un confine naturale che corre lungo la foce. Dalla foce ci inoltriamo nel cuore della valle. Il bonello del Bacucco, un dedalo di canali ( i paradei ), laghetti ed ex posti di cacciagione, l’habitat ideale per l’avifauna con specie visibili, quasi esclusivamente, solo in questi siti. Non passa in secondo piano il tipo di vegetazione alofila, tipica di queste zone umide e salmastre: come la salicornia, la ruchetta di mare, i giunchi, lo sparto pungente, l’iris d’acqua, il mughetto selvatico e l’eringio di mare. Dalla valle ci dirigiamo verso l’isola dei gabbiani e l’isola dell’amore, alle foci del Po di Goro, il ramo attivo situato più a sud, che funge da confine naturale, dividendo il Veneto dall’Emilia. Sosta al faro di Goro dove c’è un bar ristorante, passeggiata lungo la spiaggia e ritorno, risalendo il ramo principale.
Barini Alberto Info: 3389730072 E-mail: escursionineldelta@yahoo.it
video: http://www.youtube.com/watch?v=OQCXaWNhrJg
Di Franca (del 12/08/2008 @ 09:32:39, in News, linkato 187 volte)
Invito Invito a leggere l’articolo di Oliviero Beha, pubblicato sul quotidiano L’Unità dell’11 Agosto (www.behablog.it). Fa una profonda riflessione sulle Olimpiadi in corso a Pechino e la guerra in Ossezia, il titolo: Fine dei giochi. Cita un verso della poesia “A quelli nati dopo di me” di Bertold Brecht, scritta in tempo di guerra, che riporto integralmente.
“A quelli nati dopo di me”
Veramente, vivo in tempi bui! La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia indica insensibilità. Colui che ride probabilmente non ha ancora ricevuto la terribile notizia. Che tempi sono questi in cui un discorso sugli alberi è quasi un reato perché comprende il tacere su così tanti crimini! Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada forse non è più raggiungibile per i suoi amici che soffrono? È vero: mi guadagno ancora da vivere ma credetemi: è un puro caso. Niente di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi. Per caso sono stato risparmiato. (Quando cessa la mia fortuna sono perso.) Mi dicono: "Mangia e bevi! Accontentati perché hai!" Ma come posso mangiare e bere se ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete? Eppure mangio e bevo. Mi piacerebbe anche essere saggio. Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio: tenersi fuori dai guai del mondo e passare il breve periodo senza paura. Anche fare a meno della violenza ripagare il male con il bene non esaudire i propri desideri, ma dimenticare questo è ritenuto saggio. Tutto questo non mi riesce: veramente, vivo in tempi bui! Voi, che emergerete dalla marea nella quale noi siamo annegati ricordate quando parlate delle nostre debolezze anche i tempi bui ai quali voi siete scampati. Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe, attraverso le guerre delle classi, disperati quando c'era solo ingiustizia e nessuna rivolta. Eppure sappiamo: anche l'odio verso la bassezza distorce i tratti del viso. Anche l'ira per le ingiustizie rende la voce rauca. Ah, noi che volevamo preparare il terreno per la gentilezza noi non potevamo essere gentili. Ma voi, quando sarà venuto il momento in cui l'uomo è amico dell'uomo ricordate noi con indulgenza.
Di Admin (del 10/08/2008 @ 20:51:00, in Scrivere, linkato 316 volte)
“CLIMAX E CONDOMINIO” di Mouscardin
In un piccolo condominio nel centro storico di una bella città d'arte, con l'approssimarsi dell'estate si presenta un problema di non facile soluzione, neppure per amministratori piuttosto esperti nell'applicazione dei regolamenti e nel dirimere controversie complesse, legate alle quotidiane interrelazioni tra condomini. Che cosa succede durante la primavera e l'estate? Si aprono le finestre. Non sempre - durante il giorno - prima del mese di giugno e, diuturnamente, da giugno a settembre. L'antico palazzo che ospita alcune famiglie ruota tutt'intorno ad un cortile e ad un giardino interno, su cui si affacciano i vari appartamenti. Sicché per chi vi sosti o si protenda all'esterno, o lasci soltanto semisocchiuse le tende, durante le ore della calura o nelle notti afose, è abbastanza facile carpire suoni, voci, rumori, brani di conversazione, cinguettio di uccellini in gabbia, linguaggi di animali domestici. I proprietari sono persone tranquille. Professionisti, anziani, piccoli nuclei familiari. Ma all'ultimo piano, da qualche tempo, l'abitazione è stata data in affitto ad una giovane ragazza di neppure venticinque anni. Appariscente, mora, formosa, dallo spiccato e cristallino accento veneto, la quale non si sa bene che lavoro faccia, conducendo vita da single e restando fuori di casa una buona parte della giornata.Per fortuna. Perché per fortuna, vi chiederete? Perché, se così non fosse, episodi, come quelli lamentati dai vari abitanti del palazzo al capo condomino, sarebbero molto più numerosi e fonte di ancora maggiori imbarazzi, disagi psicologici e dubbi giuridici. Il tema è delicato, nonostante il femminismo galoppante e l'affermarsi ovunque, sul pianeta, delle teorie di W.Reich. La liberazione della donna, d'altra parte, può altresì comportare inconvenienti, turbamenti e messa in pericolo dei diritti dei terzi. La privacy, inoltre, ha fatto passi da gigante in ogni campo. Ormai in teoria non potrebbe neppure chiedere l'ora al vicino, se non sono state prese le opportune precauzioni. Figuriamoci quanto può accadere in campo sessuale... La giovane dell'ultimo piano non si fa notare, se non quando esce o rientra nel proprio alloggio. E’ una donna tutto sommato riservata. Però... Sussistono per la fanciulla alcune serie difficoltà di ordine fisiologico, connesse al funzionamento dei suoi floridissimi ormoni, e al suo entusiastico atteggiamento nelle relazioni intime. Sta di fatto che puntualmente, dopo reiterati episodi accaduti l'estate dello scorso anno, con l'arrivo dell'ora legale, la questione si è riproposta in termini eclatanti, producendo inquietudine e nervosismi diffusi tra i proprietari. Una signora, abitante al pian terreno dello stesso edificio, aveva da sistemare il suo piccolo giardino, adiacente al cortile, sul quale prospettano le finestre dei vari piani, compreso l'ultimo dell'inquilina veneta. Per sistemare un oleandro, erano stati chiamati un giardiniere e suo figlio, allo scopo di potare qualche ramo troppo pesante, e provvedere alla sua sistemazione, dopo l'incurvamento del fusto, sotto il cumulo della neve caduta abbondantemente nelle settimane precedenti. I tre sono piuttosto indaffarati , ma, pian pianino, mentre sono all'opera e alacremente si procede alla ripulitura delle foglie secche e delle parti già eliminate, provenienti dal cielo, si avvertono gemiti indistinti, moti di stupore, parole d'incitamento, mugolii, gridolini, che diventano , via via, sempre più percepibili, con suoni modulati ed alcune specie di vocalizzi.E poi, articolazioni sulla vasta gamma delle note musicali, fino a tradursi in vere e propria urla, amplificate dal volume ristretto del cavedio e dall'inequivocabile significato d'incondizionata approvazione sensuale, di lì a poco, pronta a concludersi in ripetuti, prolungati ululati, dai toni profondi e caratteristici di una raggiunta beatitudine psicofisica dai contorni inequivocabili. Si può ben immaginare lo stupore e il disagio dei tre personaggi, nel frattempo, intenti alla cura della pianta. Sentirsi piovere in testa una tale cascata di musiche ed interpunzioni, puntini di sospensione, interrogativi, parentesi, virgole ed esclamativi, avrebbe scosso anche il più flemmatico degl'inglesi, inducendolo quantomeno a sollevare un monocolo al di sopra della palpebra, per comprendere meglio l'inconsueto concerto dodecafonico. Facendo leva su tutta l'attenzione, che le foglie dell'oleandro potevano suscitare, ed affrontando tipici argomenti britannici sullo stato del tempo e sulle previsioni meteorologiche delle settimane a venire, i tre astanti nel giardino riescono ammirevolmente a fuorviare l'udito e lo sguardo su soggetti del tutto insignificanti, ma sicuramente provvidenziali per il superamento dei gravosi momenti d'impasse subiti. Raccolgono, quindi, frettolosamente, guanti ed attrezzi e si accomiatano l'una dagli altri con reciproco sollievo. Prima di rientrare nella propria abitazione, la signora del pian terreno volge lo sguardo verso l'alto e vede esposti ai davanzali i suoi coinquilini, irrevocabilmente tesi con lo sguardo degli occhi e della mente verso le persiane dell'ultimo piano, dietro le quali s'intravede la chioma corvina dell'esuberante circe austroungarica, finalmente in stato di relax. La prossima assemblea, straordinaria, indetta urgentemente dal condominio, reca, ora, all'ordine del giorno, un oggetto inequivocabile: "richiamo al rispetto del regolamento per evitare i rumori e il disturbo della quiete". Non si sa quale esito potrà avere la discussione e quali delibere potranno essere adottate dall'amministratore.
Racconto pubblicato nella raccolta antologica del concorso letterario Trifolium 2008- II Edizione -Caravaggio Editore
Nara e Pepo
Autori: Franca Fusetti testo normale Claudio Spadoni testo corsivo
Fermare l’attimo. Comprendere che quello, veramente, è tutto quanto ci è dato di vivere nella nostra vita. L’attimo che non appena ne abbiamo consapevolezza è già trascorso e di cui non rimarrà che memoria. E’ mezzanotte passata. Nara è sottocasa con il cane Pepo per l’ultima uscita giornaliera. L’aria è frizzante, quasi pungente. S’intravede un fazzoletto di cielo stellato attraverso un piccolo squarcio della gialla illuminazione notturna. Le fa bene respirare l’aria vivida della sera. Non sente freddo; è bene avvolta nella giacca a vento, con in testa calato un berrettone di lana. Il cane Pepo è sempre pronto, lui, vestito del suo manto fulvo. E così agghindati, i due s’incamminano nel viottolo che attraversa la zona erbosa di un prato di discreta ampiezza anch’esso illuminato. Il cane la segue trotterellando sulle corte zampette chiare. E’ un po’ buffo quel Pepo, con gli arti corti, sproporzionati rispetto al tronco. Pure il suo musetto bianco fin sopra alle arcate oculari è troppo pronunciato. Nella sua stranezza sembra una maschera di carnevale con la bautta bianca da cui gli risaltano due occhini scintillanti ed il naso nero, polposo e tumido. Per un nonnulla, sventola la spavalda e irsuta coda. Nara sta bene con il suo Pepo. Si sentono in simbiosi, loro due. Si capiscono. Soprattutto nei momenti di crisi e di profonda insoddisfazione. Si può dire che il cane Pepo sia colui che meglio la comprende. Normalmente i due obbediscono ai propri bisogni. Il Pepo alle sue necessità corporali ed istintuali, Nara ai bisogni emotivi ed esistenziali che la inducono a rimuginare sulle cause del proprio agire e circa le vicende della sua vita. E poi, come se non bastasse, è incline a filosofeggiare, ricercare la vera natura delle cose. Il cane Pepo lo tiene al guinzaglio, armai sono abituati così. All’inizio, quando l’ha raccolto dalla strada, anzi dalla campagna del delta padano, è stato necessario trattenerlo alla cavezza perché si comportava da animale libero e rincorreva tutte le femmine in calore fino a perdersi fra le case. Le rincorreva a briglia sciolta mettendo un’angoscia spaventosa a Nara, quando galoppando scompariva dietro l’angolo della via o fra la sterpaglia di un terreno incolto, presso il campo nomadi, dove probabilmente gli avrebbero procurato una fine orribile. Chissà perché quell’intima certezza della donna, convinta che i nomadi avrebbero mangiato il suo cane? Era vittima dello stesso pregiudizio per cui i comunisti sarebbero stati dei mangiatori di bambini? Una paura infondata ed inspiegabile. Mah, figurarsi! Solo invenzioni della propaganda fascista. Ve ne sono stati di crimini nefandi contro i bambini, in ogni epoca, ma che i comunisti si siano macchiati di tali delitti è fuori discussione, si dice Nara, obbligandosi a pensare ad altro.
Già! Pensare ad altro perché l’attimo fugge e non va sprecato e anche perché lei è lì con Pepo a gustarsi il silenzio che c’è intorno e non per disquisire su fatti la cui verità non è mai singola e a volte mai quella vera. E poi c’è la luna che ora abbaglia il cielo con il suo argento e che la illumina ed illumina Pepo. Pepo che ad un tratto ferma il suo trotto per guardare lontano in un punto imprecisato dell’orizzonte. Allunga il muso, mugugna un po’ per poi guaire sommessamente, portato a questo forse da un ricordo ancestrale di avi lupoidi che, liberi al passo nelle notti randagie, guardavano la stessa luna ululandole addosso. -Si ricorderà di questo?-si chiede Nara stupita. E lui quasi avesse sentito il suo pensiero gira un po’ la testa di lato, a guardarla rizzando le orecchie attente e a rincarare il lamento. -Sì, si ricorda di questo! Lo invidia per quel suo sentire vero che la natura gli ha donato e che lui ripaga, non dimentico, coerente con il suo istinto mai dato in baratto agli uomini. E nell’ammirarlo, una tenerezza infinita che la fa chinare su di lui per accarezzarlo piano con dolce movimento della mano. E piano continua per non fargli male e per non distrarlo da quel suo attimo animale che lui ha fermato e che potrebbe fuggire via.
Sì! Piano! Sopra ogni altra attitudine, lui è un segugio. Annusa ogni decimetro quadro di terreno alla ricerca dei meravigliosi profumi che si celano fra i ciuffetti di tarassaco sbocciati all’ultimo sole, nell’erba tenera. Col muso rasoterra procede con frenesia, per fermarsi poi d’un colpo, scavare nel terriccio alla ricerca d’un tesoro che il suo fiuto non tradisce. Lei non vede nulla di ciò che il Pepo ha trovato: sono tesori riservati unicamente alla razza canina. Nara si mette pazienza. In fondo è lei che ha ceduto alle sue attenzioni, nella lontana estate del Duemila, quando è scoccata la scintilla. A qualche passante curioso le è capitato di raccontare: -Me lo sono trovato, un bel giorno come ho messo piedi fuori dall’uscio. Si riparava all’ombra della Lancia Ipsilon che posteggiavo nel giardino della mia casa in Borgo Polesinino. -E’ un trovatello, dunque?-osservava lo sconosciuto. -Sì! E’ il mio randagino. Sa,-continuava Nara- è stato un accoglimento progressivo. Nei primi giorni, andava e veniva. Scompariva dopo aver mangiucchiato qualche resto. Gli lasciavo una ciotola d’acqua fresca all’ombra del melograno in fiore. Il pomeriggio davanti casa calava l’ombra. Si era di già orientato. Così ricompariva. Si scavava una fossetta nel terreno sabbioso a lato della terrazza e vi si adagiava. Badando a che il ventre aderisse pienamente alla fresca umidità del suolo. -Eravate soli? Lei ed il cane? -Che gl’importa a questo?- pensava Nara, ma gli rispondeva lo stesso: -In affetti, sì, eravamo noi due fino al fine settimana. Riguardo al cane, quando io comparivo, rialzava testa e busto sulle zampe anteriori e sembrava timidamente aspettare un rimprovero prima di decidersi alla fuga. Mi mettevo seduta nella sdraio in compagnia di una buona lettura e lui si riadagiava a sonnecchiare. Non l’ho mai rimproverato ma ogni tanto gli ricordavo di non pensare che quella fosse la sua nuova casa. In realtà, non avevo tempo di occuparmi di lui, allora. Avevo appena aperto il Bed and Breakfast. Ricordo che gli dicevo: stai pure qui, per oggi, ma sappi che te ne dovrai andare al più presto! -E lui?- chiedeva il passante con espressione divertita. -Lui capiva che avrebbe potuto restare ancora per un po’. S’accoccolava nella buca di sabbia e ci restava per tutto il pomeriggio- scompariva all’imbrunire. Credendo di non rivederlo più. Sia pur a malincuore, tiravo un sospiro di sollievo. -Dove si trova Borgo Polesinino? -Ancora?- si chiedeva Nara…-Che gl’importa a questo qui? – ma docile rispondeva, dato che difficilmente rifiuta il dialogo, anche se impostato sulla curiosità superficiale, come spesso accade. –Si trova fra il Po di Gnocca ed il Po di Goro sulla riga di confine fra l’Emilia Romagna ed il Veneto, presso le foci. Sempre riguardo al cane, ho ricercato a lungo la casa di provenienza, senza giungere ad alcunché. L’unica persona che ne sapeva qualcosa era la Sandra. -Sì, era da me. No, non è mio. –Aveva detto a suo tempo la Sandra. –E’ arrivato un giorno, -disse- dopo lo scontro delle macchine a Scanno. Ho capito che il Pepo doveva passarsela male così malconcio, mezzo spelacchiato. Sicuramente era stato allontanato dal branco. La Sandra, una tracagnotta del luogo, era piena di animali che nutriva con gli avanzi delle sue intemperanze alimentari. Il nutrimento era l’unica cura che riservava agli animali del fienile, popolazione numerosa. Guai attraversare lo stradone che fiancheggiava il fienile. Un codazzo di cani latranti ti avrebbe rincorso fino in fondo al sentiero sterrato! -Bene! Bene! –disse il passante curioso per accomiatarsi, preso improvvisamente dalla fretta. -Ma perché perdo il mio tempo a socializzare con gli sconosciuti?- pensa Nara rammentando l’episodio: quella sera d’inverno rigido erano soli lei e Pepo; a quell’ora nel viottolo, non vi si scorgeva anima viva.
Qualche tempo prima, poco lontano, Pepo…In località Scanno, appena fuori l’abitato, le luci sul ciglio della strada illuminano il suo corpo tumefatto e immobile. Piove a dirotto e le folate di vento gelido che fendono l’aria, scagliano le gocce come frecce che colpiscono Pepo agli occhi. Occhi socchiusi e doloranti che vedono le cose lì intorno confuse e sfocate, dense come nebbia padana stagnante. Nebbia che non fa vedere bene ciò che lo circonda e che forse lo minaccia, ma che lui dunque non sa. Così come non sa dov’è e cosa sia successo: un attimo prima era seduto in auto, dietro, nel vano creato apposta per lui da Piero e Anna, i suoi padroni, a dividere la sua attenzione fra sorrisi, gridolini gioiosi e carezze; un attimo dopo l’urlo raccapricciante di lamiere dilaniate l’aveva tramortito e scaraventato in alto. Poi, il nulla. Si è svegliato così, nel buio della notte, sdraiato sul fianco ad annusare faticosamente l’asfalto che è sotto di lui. E’ confuso e non capisce il senso di quel lampeggiare di bagliori azzurri e di quelli chiari, ma più lontani, che veloci si avvicinano. E non comprende le parole di mille voci sovrapposte all’urlo del vento: voci che gridano forte, così come forte ululano le sirene. E poi il freddo, quanto freddo sente nelle sue carni. Non vorrebbe più sentirlo e vorrebbe non sentire più il dolore, mentre forte è la voglia di lasciarsi andare a quel torpore che lo avvolge e che insidioso lo confonde. Ma poi, quando ormai sembra al limite del sonno e dello sfinimento, un fremito che gli arriva da dentro lo fa vibrare: raccoglie tutte le sue forze e si tira su, sulle zampe anteriori e accenna un movimento. Le zampe posteriori ancora non rispondono al richiamo ed allora Pepo le trascina e così, centimetro dopo centimetro, strisciando la pancia, si avvicina sempre di più al lato della strada dove lo guida l’istinto. E con fatica lo raggiunge nell’attimo stesso in cui un ultimo bagliore lo colpisce ed un’altra folata di vento, più forte e più gelida delle precedenti, lo fa rabbrividire. Un ultimo sentore di dolore al corpo e poi si lascia andare, sfinito, dapprima scivolando e poi rotolando giù dalla china che fiancheggia la strada ed il buio. Nessuno si era accorto di lui. Il sole ha ripreso possesso della natura ed illumina il mondo che rinasce a giorno. Un sole timidamente tiepido, ma confortante. Pepo lo sente su di sé quel sole amico, ancor prima di riaprire gli occhi e di riprendere coscienza del suo nuovo risveglio. E con quel sole, suo malgrado si trastulla, facendolo apparire piano sulle ciglia per poi farlo scomparire richiudendo gli occhi, in un altalenante gioco di luce ed ombra. Poi ferma lo sguardo e lo fissa su quell’azzurro cielo, meravigliato. Ora intorno a sé sente il silenzio e le cose incominciano a riprendere chiarezza e forma e gli sembra che anche il dolore sia più leggero e le forze rianimarsi nel suo corpo. Sente la voglia di muoversi. Piano alza la testa. Intorno è tutto un ondeggiar di fronde di alti alberi schierati in gruppo e la campagna piatta si perde a vista d’occhio davanti a lui, fino all’alzarsi dell’argine, in prossimità del fiume. Pepo ora è in piedi, malsicuro sulle zampe, ma pronto a rischiare il passo. Un ultimo sguardo alla cima della china da dove è caduto. E aspetta di veder apparire loro, Piero e Anna. E resta lì fermo. E resta lì, fermo e aspetta, nell’attesa del loro richiamo. Richiamo al quale sarebbe seguito l’agitarsi frenetico della sua coda e il suo latrato di felicità nel rivederli. E loro lo avrebbero abbracciato forte stringendolo al cuore e lo avrebbero consolato per lo spavento preso e per la loro paura di non rivederlo più. E poi, finite tutte le effusioni, lo avrebbero riportato a casa, con loro, come prima, per sempre. Una speranza, quella di rivederli, che ha animato il cuore di Pepo per parecchi minuti. Ma vana è stata l’attesa perché nessuno è venuto all’incontro. E man mano che il tempo passava, l’attesa era diventata nostalgia per poi trasformarsi in rimpianto e per infine cementarsi in dolore dentro. Pepo si era reso conto di farcela, solo più tardi, dopo aver visto la china dalla quale era scivolato la notte prima, diventare piccola all’orizzonte. Ormai era a ridosso dell’argine del fiume e le forze si erano ridistribuite sulle quattro zampe pur se quella posteriore destra zoppicava vistosamente. Se l’era trascinato dietro, l’arto inoperoso, in quel suo tragitto dalla meta incerta, calpestando l’erba soffice e calpestando i ciuffi di carice spondicola e le infiorescenze di giunco che si crogiolavano al sole. Ora era arrivato ai piedi dell’argine ed aveva alzato lo sguardo verso la sua fine. Non molta come distanza, ma tanta per le sue forze limitate. Il ronzare di un calabrone vicino al suo naso lo distrasse da quel calcolo. Scostò di scatto la testa e apri la bocca facendo scattare le mascelle nell’apri/chiudi di un veloce morso. Morso che diede al vento, perché il calabrone fu più veloce di lui e delle sue intenzioni di eliminarlo. Guardò ancora in alto, ma ora più in su, verso il cielo. Annusò l’aria. Discese infine con lo sguardo al suolo, disegnò un ampio giro su se stesso, come se volesse ricongiungersi con la sua coda ed infine si adagiò piano, raccolto intorno a sé. Pepo pensò che fosse giusto così e meritevole di un po’ di riposo dopo tanta fatica. Fretta di arrivare dove ancora non sapeva, non ne aveva di certo. Sotto di lui l’erba sapeva di vita e aveva un buon profumo. Alzò il muso in alto per vedere la salita che lo avrebbe aspettato se non fosse passata la generosa Sandra che lo raccolse nel suo accogliente seno e se lo portò al casolare. La prima volta che Pepo vide Nara, la vide che usciva dalla porta di casa. Al casolare, poco lontano, era stato assalito dai cani già padroni del territorio. L’istinto di sopravvivenza l’aveva portato a difendersi dall’aggressione, ma le forze erano visibilmente impari e, vista la malaparata, aveva pensato bene di fuggire via per evitare guai peggiori. Si era rifugiato per dormire ai piedi di una macchia di cespugli e lì era rimasto fino alle prime luci del giorno. Poi, levatosi di dosso l’immobilità del sonno con un poderoso scrollane del dorso, si era incamminato, come sempre senza sapere la sua meta, ed era arrivato lì a metà mattino quando il sole faceva sentire in pieno il suo calore. Aveva superato i cespugli di melograno in fiore ed era entrato in giardino, guardingo e circospetto. Sentiva però un senso di quiete aleggiare nel suo cuore e questo lo tranquillizzò. Girovagò curioso, inseguì il volteggiare allegro di una farfalla ed infine sfogò il suo bisogno fisiologico sulla corteccia del ciliegio. La terra del giardino sapeva di buono e Pepo l’annusò tutta fino ad arrivare vicino all’auto che con il suo ingombro aveva creato una bella porzione d’ombra sull’erba. Annusò i pneumatici e poi riportò la sua attenzione alla terra ed ebbe voglia di raschiarla con le unghie. E così fece, dapprima piano, poi sempre più velocemente, fino a scavare una piccola buca. La frescura si mischiò all’odore delle radici esposte al sole e Pepo se la incamerò tutta dentro con un ultimo giro di fiuto. Poi si accomodò in quella naturale cuccia alla ricerca di un po’ di sollievo dal sole. E fu nel momento in cui finì di raggomitolarsi al suolo che vide Nara. E quella fu anche la prima volta che risentì un dolce fremito nel cuore.
Nara era come rapita dagli occhi fiduciosi del cagnolino spelacchiato. Intanto lo lasciava libero di andare e tornare. Di notte in notte Pepo rivedeva la sua postazione, rendendola sempre più prossima all’ingresso. Raggomitolava uno stuoino di fettucce di cotone, come cuccia, ed aspettava l’indomani. -Se proprio continui a girovagare - gli ha detto un bel giorno – vieni qui che ti lavo, almeno ti toglierò la lordura delle fogne a cielo aperto. Più della fognatura, lui amava frequentare il guano delle colombaie di un vicino. Dopo il primo bagno il Pepo deve aver pensato: - E’ fatta! Eccomi sistemato! – Primo bagno. Prima scatoletta di Chappi. Prime carezze. Aveva un bel dire Nara: -Bada bene che è tutto provvisorio, non ti porterò certo a Mestre!
Nel giorno acceso che prelude al tramonto Pepo non sapeva cosa volesse dire “Mestre”. Ma in cuor suo sentiva che era una buona cosa.
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