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Istituto Neurologico Carlo Besta
24 novembre 2003
Lunedì mattina, ore otto.
Entro in ospedale.....finalmente!
Già, paradossalmente finalmente, perché spero che questa sia l’ultima tappa del mio percorso per sapere che cosa c’è che non va nel mio fisico.
Negli ultimi mesi sono passato da una diagnosi di legamenti crociati da operare, a una non diagnosi ed alla incertezza più totale.
Perchè l’ultimo ortopedico che mi ha visitato ha fatto una faccia diversa dai precedenti.
E mi ha chiesto di camminare.
Ed io ho camminato, come sempre zoppicando e sbandando, perchè la gamba sinistra dirige così, e l’altra non le si oppone.
E lui si è rabbuiato ancor di più dopo che mi ha visto camminare.
E ha chiamato a raccolta altri colleghi che hanno fatto la stessa faccia quando anche loro mi hanno visto camminare sbandando.
E alla fine mi hanno detto “non è cosa di nostra pertinenza” e mi hanno mandato qui al Besta, Divisione Neurologia.
28 novembre 2003
Venerdì mattina, ore nove e trenta.
Sono trascorsi cinque giorni senza sapere nulla di nuovo.
Neanche dopo tutte le analisi, gli esami ed i controesami i medici si sbilanciano in una diagnosi definitiva.
Oggi mi hanno solo comunicato che mi dimettono per il fine settimana, ma che dovrò rientrare in reparto lunedì quando mi sottoporranno al prelievo del midollo spinale....quindi vuol dire che qualcosa c’è.
Ore sei e trenta.....di sera.
Ho il cuore che batte più veloce del solito.
Questo perchè un dottore intelligentone si è dato il disturbo di informarmi della mia situazione clinica davanti all’ascensore mentre sto già uscendo per il fine settimana a casa.
E quello che mi dice me lo dice senza mezze frasi:
“Signor Spadoni, dall’indagine strumentale che le abbiamo fatto con la Risonanza Magnetica, risulta la presenza di due macchie nel midollo di dubbia natura. E’ una cosa seria, potrebbe trattarsi anche di un tumore”.
Ed io sono qui, allibito, stordito.....e anche molto contrariato:
“E me lo dice adesso dopo tutti questi giorni di silenzio?
E poi in questo modo!”
“Ma come si permette di essere così superficiale?” penso.
“E se fossi una persona fragile che potrebbe reagire negativamente a notizie così gravi sulla sua salute??”
Lo guardo, ma è talmente tanta la sorpresa per quanto mi ha detto che non riesco a sbattergli in faccia il mio disappunto, ma solo un “Va bene, a lunedì allora.”
Ed esco, col cuore che batte più forte e con la mente piena di contrastanti emozioni, fra la speranza che non sia mai il peggio ad arrivare e la paura del suo verificarsi.
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Fuori dal Besta la sera è fredda come si conviene nelle peggiori serate autunnali.
In quest’ora di punta la città pulsa della frenesia del traffico e della gente che cammina veloce per strada sui marciapiedi. Gente che si urta, si scansa, che non si guarda in faccia, o che se lo fa, lo fa distrattamente.
Gente che si dà d’insofferenza.
Ormai il mondo non si sopporta più.
Forse perchè non c’è più il tempo o forse perchè non c’è più la voglia di conoscersi meglio e stimarsi l’un l’altro per quello che si è.
E’ inutile negarselo: le persone non si vogliono bene.
Ognuno pensa per se, schiavi senza più speranza nell’obbligo di andare avanti, sempre, senza mai frenare, in questa società di trionfanti maleducazioni, imperanti arroganze e ormai rari valori morali.
E non vogliono più bene alla vita, perchè devono correre sempre più forte senza mai fermarsi, forse fino oltre la vita stessa.
Se solo sapessero cosa c’è dietro quelle grigie mura che ho appena lasciato.
Se solo potessero provare per un attimo il tormento che dà il dubbio che ho in testa.
Se solo sentissero.....
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Metto in moto l’auto per avviarmi verso casa.
Rosanna è seduta al mio fianco, in silenzio.
Sono sicuro che in cuor suo sta ancora imprecando sulla leggerezza di quel medico di prima.
Se avesse potuto ucciderlo lo avrebbe fatto.
Lo avrebbe fatto senza esitazioni e senza rimpianti.
Perchè tutto farebbe per me, per difendermi dal male e dai mali del mondo.
La guardo mentre la mia mano sfiora la sua e le sorrido, grato.
E quando lei si gira verso di me con quel suo sguardo d’amore sempre presente, so che ancora si starà chiedendo come potrà difendermi da quel mio pensiero così pesante e quale sarà il modo migliore per farlo.
Si starà chiedendo quale potrà essere il migliore dei modi per me........
........per non farmi sentire male.
1° dicembre 2003
Prelievo del midollo
Seduto sul bordo del letto, piegato in avanti, abbraccio le mie gambe nude.
“Ora stia fermo e immobile!”.
Lo spruzzo gelido mi colpisce la schiena, là dove la maglietta è alzata, nel punto esatto in cui l’ago si farà presto strada.
Chiudo gli occhi e nell’ascolto del silenzio che c’è in me il mio cuore che batte mi tiene compagnia.
Non ho paura e non provo dolore.
Avverto solo i fruscii di chi mi stà intorno ed il bisbigliar di labbra che suggeriscono gesti che non posso vedere.
Ed il tempo che a volte si ferma e a volte sembra ripartire in una alternanza infinita, che però poi va a finire.
“Ecco, fatto!”.
Un tocco lieve sulla spalla mi fa riaprire gli occhi.
Le due infermiere che sono al mio fianco mi aiutano a sdraiarmi nel letto, adagio.
”Non si muova e se le viene mal di testa non si preoccupi è normale. Fra un giorno o due andrà meglio.”
Sorrido di circostanza, ora che tutto è finito mi sento stanco e svuotato.
E’ come se col midollo mi avessero aspirato anche l’anima.
Giro piano la testa verso la parte della stanza dove so’ che c’è Pino.
Lui è li che mi guarda e quando i nostri occhi si incontrano mi regala un sorriso: “Come va Claudio, come ti senti?”
“Un po’ confuso, ma credo che il più sia fatto.”
Mi fa l’occhiolino e unendo l’indice col pollice mi lancia un ok di approvazione.
Guardo alle sue spalle la finestra che mi porta le immagini del mondo che c’è fuori.
Scorgo rincorse alate sugli alberi del parco e dei cinguettii lontani mi arrivano all’orecchio.
Socchiudo gli occhi su quei richiami di libertà:
“Cercano i merli fra l’intrecciar dei rami
di farsi spazio per arrivare al cielo”
Il soffitto della stanza è bianco, ma con sfumature che sanno di sofferenza.
” Non si muova...fra un giorno o due....”