|
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Alta quanto?
Questo è ciò che videro i miei occhi mentre traversavo la strada e mi avvicinavo ad un bar con sette vetrate sul fronte di due strade formanti un angolo.
I tavolini, ben protetti da grandissimi gazebo erano quasi tutti occupati ma il mio sguardo, attirato come da una calamita, andò subito in direzione di una persona non troppo comodamente seduta su di una poltroncina proprio vicino al passaggio dei pedoni.
Il motivo per cui non doveva stare troppo comoda in quella poltronciva nasceva dal fatto che, appunto seduta, le ginocchia le arrivavano quasi al mento benché il busto – e che busto - era eretto fin quasi a lambire il gazebo sovrastante.
Mi dovetti esibire in una delle mie rapide occhiate a velocità supersonica per poter stabilire con una discreta certezza che la persona che vidi era una Valchiria in quanto in quel preciso istante mi risuonò nelle orecchie il brano di Wagner "La cavalcata delle Valchirie " di cui ne sentii le note anche in una famosa scena del film "Apocalipse Now".
Pertanto ella:
A) non aveva più di trenta anni;
B) le gambe – assolutamente non magre – alte circa un metro e venti;
C) il reggiseno – se lo aveva e non ci giurerei – tra la terza e la quarta misura;
D) il volto ad uovo di pasqua capovolto;
E) il vestito, probabilmente per il caldo opprimente, c'era e non c'era e se c'era non doveva essere il proprio ma quello di una sua sorellina molto più piccola;
F) i capelli e gli occhi? Non li ho guardati, forse guardavo altro;
G) era sola e si stava gustando una bibita ghiacciata.
Non so perchè, procedendo di poco oltre quel bar, mi venne lo sfizio di voltarmi e vidi la Valchiria che, alzatasi in piedi per qualche motivo, mi dette la possibilità di valutarla e dissi a me stesso: "ad occhio e croce sicuramente è alta QUANTO UN TRALICCIO PER L'ALTA TENSIONE."
Dal Blog Via della Polveriera
http://viadellapolveriera.blogspot.com/
Di Admin (del 23/08/2010 @ 20:44:33, in News, linkato 17 volte)
Siamo tutti invitati!

Di Admin (del 02/08/2010 @ 22:35:03, in Scrivere, linkato 43 volte)
I 26 anni di Pino
Racconto di Riccardo Uccheddu
in ricordo delle vittime della strage di Bologna 2 Agosto 1980
Da http://riccardo-uccheddu.blogspot.com/2010/08/i-26-anni-di-pino.html
Pino camminava quasi dentro le nuvole di fumo ed osservava con meraviglia i calcinacci che sembrava non volessero smettere di volare.
Pino aveva 26 anni.
La sera prima (era passato pochissimo dal giorno della laurea) aveva telefonato a Stefania, la sua donna.
“Perché hai questa voce, amore?”, gli aveva chiesto.
“Perché… ti amo, lo sai. Ma a volte (se non ti ho di fronte) non riesco a dire una parola.”
“E piantala, tontolone!”, aveva detto lei con quella voce così dolce ed insieme decisa.
Stefania, dai capelli ramati ed il sorriso ironico… Pino sospirò. Quella sera aveva deciso; vado a Ferrara e le dico: “Sposami.”
La mattina dopo lui pensò che da Bologna avrebbe raggiunto Ferrara in un’oretta d’autostrada.
“Ma devo prepararmi un discorso”, si disse tra mentre raggiungeva la stazione. “E il treno, come la notte, porta consiglio.”
“La tua antica saggezza cagliaritana!”, ridacchiava spesso Stefania quando lui parafrasava qualche antico adagio.
Cagliari era lontana da circa 6 anni ma questo a Pino non dispiaceva; lui aveva Ste. Peccato che lei lavorasse e vivesse a Ferrara… ma una volta sposati avrebbero vissuto insieme per sempre: a Bologna, a Ferrara, a Cagliari o ovunque.
Venne incontro a Pino un signore anziano ma dritto come un fuso.
“Buongiorno, ragazzo. Come stai?”
“Mah… non capisco che cosa sia successo.”
Quello fece un triste sorriso. Poi Pino lo vide… il sangue che scorreva per terra ed i resti di quelli che fino a pochi minuti prima erano dei corpi umani.
L’anziano, con un accento che sembrava orientale: “Qualcuno ha causato un’esplosione, è morta tantissima gente.”
Pino avrebbe voluto lasciarsi cadere a terra, tuttavia rivolse all’uomo uno sguardo interrogativo.
L’uomo giunse le mani e quasi perdendo la calma che aveva esibito fino a quel momento, ora se le torse e disse: “Sì, anche tu, giovane amico.”
Pino oscillava tra una grande sensazione di pace ed una non meno grande di rabbia.
Disse: “Avrei voluto sposare Stefania e fare dei figli insieme. Avevo già un lavoro, non mi interessava la ricchezza, volevo solo sposare la mia bella ferrarese, “disse Pino con imbarazzo, “e vivere del nostro lavoro. Mi ero anche laureato… il 1° della mia famiglia.”
L’orientale fece un leggero inchino e commentò con gentilezza: “Niente è più nobile di un vero amore e di una vita fatta d’onesto lavoro. Sono inoltre certo, carissimo, che i tuoi parenti sarebbero stati fieri di te.”
“Grazie, signore. Ma perché questa strage?”
“Vedi, le trame d’ogni Paese (compreso il tuo) sono per definizione oscure, contraddittorie e contortemente crudeli. Il diritto si rovescia nel suo contrario, la violenza passa per forza d’animo, il bene comune è considerato negazione della libertà, l’informazione è deviata o corteggia l’ignoranza.”
Pino annuì e chiese all’uomo come si chiamasse.
“Gilgamesh e per certi sono solo un personaggio di un antico poema. Oggi accompagno nella pace chi è morto di morte ingiusta e violenta. Ma ora vieni, andiamo.”
“Un momento, Gilgamesh, mi sembra di vedere nel futuro: vedo gli anni che passeranno uno dopo l’altro, come un nastro che si allunga avvolgendo almeno una generazione… vedo chi ora è bambino diventare adulto, gli adulti diventare vecchi… alcuni moriranno e dopo tanto tempo, non avremo ancora giustizia. Non vado felice nella pace.”
“Ti capisco, ma prima o poi avrete giustizia: se nell’universo regna un’eccessiva misura di ingiustizia, ciò causerà la sua fine. E questo non può accadere. Ora andiamo.”
Così Pino, che in quella stazione sventrata avrebbe avuto sempre 26 anni, seguì Gilgamesh; lui e gli altri aspettano, ancora, che sia fatta giustizia
(Postato da Franca Fusetti)
IO E IL MARE
da: http://viadellapolveriera.blogspot.com/
Ricordi di Aldo il Monticiano
A diciotto anni circa, come tanti, facevo parte di una comitiva di miei coetanei tutti abitanti in Via della Polveriera-Isola dello zibibbo-Roma e, almeno fino a quando qualcuno di noi non convolava a giuste (?) nozze si stava sempre insieme. Tempo e soldi permettendo, poteva capitare pure che, d’estate, la domenica si andasse tutti al mare. Tempi ancora duri quelli del 1948. Il dopoguerra non era ancora rose e fiori e allora ci si arrangiava
Dal Colosseo, vicino dove abitavamo noi, alla Piramide vicino alla stazione del treno che da Roma ci avrebbe portato sino al Lungomare di Ostia, c’era un tram che passava raramente, ma noi ce la facevamo sempre a piedi.
Io ero l’unico dell’intera combriccola che non sapeva nuotare, però al mare mi divertivo ugualmente stazionando sempre vicino la riva.
Una domenica “er secco”, più alto di me di una trentina di centimetri aggiungo io, membro a pieno titolo della comitiva, mentre era in acqua mi chiama urlando a squarciagola “a ficozzaaa” – il mio soprannome – “viè qua che se tocca”. Lì per lì non mi rammentai della differenza d’altezza tra noi due e, facendo qualche goffo tentativo di nuoto, arrivai vicino l’amico. Non l’avessi mai fatto. C’è mancato poco che affogassi. Mi sarò bevuto almeno un mezzo litro d’acqua di mare – a quei tempi pulita – con grande gioia del “secco” e degli altri “amici” che sghignazzavano a più non posso.
Qualche domenica dopo quell’episodio, io raggiunsi gli amici al mare soltanto dopo pranzo in quanto durante tutta la mattinata avevo dovuto dare una mano a mio padre nel suo consueto giro domenicale presso i suoi “clienti” ai quali vendeva, a rate, brillantina, profumi, saponette, shampoo, dentifrici, talco e altri prodotti similari. Uno dei mestieri che si era inventato per tirare avanti la baracca. Giunto al mare, al solito posto dove si andava sempre, vidi che gli amici erano intenti a colloquiare con un gruppo di ragazze. Ci siamo, mi dissi, questa volta hanno rimorchiato. Indossai il costume da bagno, mi sedetti vicino al gruppo e cominciai a sbirciare le donzelle. Mi soffermai su una di loro, come si suole dire le presi le misure, e decisi: la “pallocchetta avea da diventar” la mia lei. A pomeriggio inoltrato, quando rientrammo a casa, riunii tutti gli amici e li avvisai che dovevano togliersi dalla mente di mettere gli occhi su quella fanciulla pena la morte. Vabbè non usai proprio queste parole, ma quasi. Mi fece tirare il collo per almeno sei mesi poi disse sì e “cedette alle mie brame”. Otto anni dopo divenne e lo è attualmente, mia moglie. Dopo fidanzati però ci andavamo da soli al mare, qualche volta anche con un'altra coppia di fidanzatini come noi. Una di queste volte ci capitò una specie di naufragio. Noi quattro avevamo noleggiato un pattino, una specie di barca aperta sopra, sotto, davanti, dietro e ai lati, con sotto due galleggianti. Remando remando ci allontanammo un po’ dalla riva, ma notando che il mare si stava ingrossando ci affrettammo per tornare indietro. Ad una decina di metri il pattino si capovolse: tutti a fondo che annaspavamo come disperati. Riuscimmo ad aggrapparci al pattino rovesciato mentre ci giravamo l’uno verso l’altro per controllare se c’eravamo tutti e se stavamo bene. Nonostante la gran botta che presi sulla testa non staccavo le braccia dal galleggiante mentre la mia bella, reggendosi sulle mie spalle se la rideva a crepapelle. Cosa c’era di tanto comico non l’ho mai capito. Vennero due barche con due bagnini e ci misero in salvo.
Nel 1969 io e mia moglie, sentito il parere di nostro figlio di dieci anni, decidemmo di trascorrere un periodo di villeggiatura in un paese dopo Pescara, che affacciava quasi sull’Adriatico e aveva vicino una bella pineta. Prendemmo alloggio in un albergo situato proprio sulla spiaggia di recentissima costruzione ancora da ultimare ed il proprietario, in considerazione di questo fatto, aveva deciso di praticare prezzi molto convenienti. Un pomeriggio, allettato dalla vista di un mare calmissimo, mentre mio figlio era vicino alla madre e giocava sulla spiaggia, presi il suo materassino di gomma ed entrai nell’acqua bassissima per un lungo tratto di distanza dalla spiaggia.
Cominciai a farmi trascinare dal leggero sciabordio di piccole onde e mollemente sdraiato mi godevo lo spettacolo degli altri bagnanti. Ad un certo punto il materassino, forse a causa di una mia mossa un po’ energica, si capovolse, caddi in acqua, annaspai perché non sentivo il fondo del mare sotto i miei piedi ed iniziai a mandare giù acqua salata. Non gridavo, non chiedevo aiuto, mulinavo soltanto le braccia per restare a galla e mi ricordai con terrore che non sapevo nuotare. Qualcuno vicino a me fortunatamente si rese conto di quello che stava accadendo, mi dette una mano e mi accompagnò a riva. Mia moglie tranquillamente sdraiata a prendere il sole non si era accorta di nulla. Le raccontai l’accaduto, lei si mise a ridere aggiungendo che ero stato uno stupido e che avrei
dovuto chiedere aiuto. Già, perché non l’ho fatto?
Infine voglio dire io amo il mare, ma tra noi non ci sono ottimi rapporti.
Aldo Accardo
http://viadellapolveriera.blogspot.com/
TRE AMERICANI A ROMA
Il 4 giugno 1944, dopo l'occupazione da parte dei nazisti, Roma venne liberata dagli anglo-americani i quali poi la "tennero occupata" per un bel po' di tempo. Dall'inizio del 1945 io avrò cambiato almeno tre volte il tipo di lavoro, ma per un periodo abbastanza lungo svolsi l'aiuto di qualcuno presso il Teatro Galleria, dentro la Galleria Alberto Sordi già Colonna: una volta del guardaporta, un'altra del macchinista e un'altra ancora dell'aiuto elettricista. Tutte le sere rientravo a casa dopo la mezzanotte, facendomi la strada a piedi da Piazza Colonna passando per Fontana di Trevi, Largo Tritone, il Traforo sotto il Quirinale, via Nazionale, via dei Serpenti, via degli Annibaldi, via del Fagutale fino a via della Polveriera. Numerosi sono gli episodi di quel periodo che, se riuscissi a ricordandomeli tutti, potrei racontarne un notevole numero, però mi limito a parlarne soltanto di tre aventi come protagonisti altrettanti soldati americani. L'AMERICANO N.1 che conobbi fu un sergente maggiore dell'esercito, nativo di Derby nel Connecticut, del quale ricordo ancora nome e cognome. Ci siamo tenuti in contatto tramite posta per molti anni, almeno una decina. Adesso che ci penso mi rammarico di una cosa. Lui m'informò che a Derby aveva una moglie e un figlio, che era proprietario di un'impresa, non ricordo di che tipo, e che lavorava con lui, oltre ad un gruppo di dipendenti, anche una giovane segretaria italo-americana. Malgrado io abbia dovuto affrontare lunghi periodi di disoccuppazione, non mi venne mai in mente di dirgli se potevo andare a lavorare nella sua impresa lì in America. Forse molte cose sarebbero cambiate per me. In meglio o in peggio non lo so. Tornando a quel sergente, una sera, all'ingresso del teatro, sia all'inizio dello spettacolo di varietà in programma, sia al termine m'interpellò chiedendomi se a Roma c'erano dei reparti di boy-scout. Malgrado lui parlasse pochissimo l'italiano, altrettanto io l'inglese riuscimmo però a capirci e al mio diniego mi disse che lui in America era un capo degli scout e che avrebbe avuto piacere incontrare qualcuno per formarne un reparto qui da noi. L'indomani mattina ne parlai agli amici, anche a quelli più grandi di noi, i quali quasi tutti aderirono. In breve, grazie a questo soldato del Connecticut formammo uno dei primi reparti di scout laici del C.N.G.E.I. - Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani. L'AMERICANO N.2 mi capitò di conoscerlo una delle sere o meglio delle notti in cui rientravo a casa dal lavoro. Arrivato a via degli Annibaldi successe un fatto incredibile. Devo necessariamente fare una descrizione un po' noiosa di questa via perchè si possa raffigurare meglio l'accaduto. La via di cui parlo inizia da via Nicola Salvi di fronte al Colosseo e, scendendo, termina in via Cavour. Lungo entrambi i lati vi sono due muraglioni: all'inizio bassi fino metà dell'altezza di un uomo poi alti una quindicina di metri quando si arriva in via Cavour. Quella notte io che provenivo da via dei Serpenti e avevo attraversato via Cavour stavo iniziando il percorso di via degli Annibaldi quando da uno dei due muri più alti piombò dinanzi ai miei piedi qualcosa di voluminoso e pesante. Per un pelo non mi aveva sotterrato. Una coppia che camminava davanti a me, udito quel forte colpo si era voltata e si era avvicinata per vedere cosa era successo. Ad un certo punto sentimmo dei flebili lamenti che provenivano dal "coso caduto". Malgrado la strada fosse semibuia io e la coppia ci chinammo per capire di cosa si trattava. Ci guardammo in faccia increduli: era un militare americano di colore, completamente sbronzo. Farfugliando non so cosa cominciò a muoversi per tentare di alzarsi, noi lo aiutammo, cercammo di fargli capire che volevamo chiamare "l'ambulance della Red Cross" ma lui invece faceva gesti di diniego e si svincolava da noi. Come se fosse atterrato col paracadute anche se un po' barcollante, si avviò, imboccò via Cavour e se ne andò verso via dei Fori. Mi parve addirittura di sentirlo fischiettare. Ad ogni modo, contento perchè era vivo,gli gridai dietro "piacere d'averti conosciuto Joe". L'AMERICANO N.3 forse si chiamava John o chissà come quando lo vidi ma non riuscii a capirlo. Sempre una delle volte in cui, tornando a casa dopo mezzanotte camminavo lungo via dei Serpenti, a metà della stessa via mi accorsi che un militare americano, bianco, capelli nerissimi, stava seduto su alcuni gradini di un piccolo negozio chiuso e si lamentava. Mi avvicinai, mi accorsi che era ubriaco, gli chiesi se c'era qualcosa che non andava e lui, con un filo di voce e un linguaggio mezzo italiano condito dal dialetto siciliano mi rispose: "picciuttieddu...u vedesti chi minchiata fecero a mia?" (ragazzino, hai visto che cavolata mi hanno fatto?) "cu fu?" (chi era?) "e che ne saccio, scuru era...talia chista banna" (e che ne so, era buio, guarda qui) "minchia! Cuteddata fu? (cavolo! È stata una coltellata?) "no, vasata di fimmina" (no, bacio di donna) ...e svenne mentre dalla ferita usciva sangue. Feci cenno ad un signore che fortunatamente stava passando nei pressi, in fretta gli spiegai la faccenda ed insieme ci recammo in una vicina uscita laterale della sede centrale della Banca d'Italia e a una guardia di finanza lì in servizio gli raccontammo tutto. Fece un paio di telefonate dopo le quali arrivò la Polizia Militare Anericana e un'ambulanza. Spiegai nuovamente come stavano le cose e, dopo alcuni accertamenti, mi lasciarono tornare a casa tranquillamente. Ripensando all'accaduto credo che quel militare americano non poteva chiamarsi John. Scommetto che si chiamava Caliddru (Calogero), il mio secondo nome.
Aldo Accardo
http://viadellapolveriera.blogspot.com/2010/06/luomo-che-fermo-allincrocio-leggeva-un.html
'UOMO CHE, FERMO ALL'INCROCIO, LEGGEVA UN LIBRO
Senza ombra di dubbio è una persona distinta, alto, capelli bianchi folti, occhiali di marca, credo, poco più che sessantenne. La prima volta l'ho notato cinque giorni fa, fermo, poco distante dal semaforo, all'ombra del fogliame di un albero che spunta dal giardino privato di un palazzetto in via Emanuele Filiberto quasi all'incrocio con viale Manzoni. Mi sono incuriosito perchè l'uomo, non essendovi alcuna panchina, stava in piedi, immobile, con nelle mani un libro voluminoso, ad occhio e croce almeno di sei-settecento pagine, e mostrava di leggere avidamente senza alzare mai gli occhi da quelle pagine che dovevano interessargli molto. Lì per lì ho pensato: va bene, si vede che è giunto ad un punto del libro veramente interessante per cui non vuole smettere di leggere. Nulla di strano, ognuno è libero di agire come meglio crede. Due giorni dopo, poichè faccio tutti i giorni quel tratto di strada e sempre alla medesima ora del mattino, minuto più minuto meno, nello stesso posto e col medesimo atteggiamento ecco l'uomo col libro in mano che legge. Passandogli piuttosto vicino mi accorgo che deve aver letto un bel numero di pagine del librone poiché ha superato abbondantemente la metà. Chissà di che libro si tratta. Sicuramente non è la Bibbia, non è il Corano e neppure il libro della Torah giacché sono riuscito a dare una sbirciatina e dalla scrittura delle pagine in bella vista noto che è certamente un romanzo. Questa mattina stessa scena come le due precedenti. Una piccola differenza c'è però: il numero delle pagine ancora da leggere è notevolmente calato; l'uomo sta arrivando alla fine del suo bets seller. Mi viene voglia di domandargli se ha già capito chi è il serial killer ma sorvolo poiché il romanzo potrebbe essere un thriller con relative istruzioni. Prendo una decisione: domani cambio percorso. Anche perché c'è in giro un passaggio di "tortore" le quali accantonate le minigonne, forse perchè troppo lunghe o fuori moda, hanno optato per dei miscroscopici pantaloncini appartenenti, credo, ai loro fratellini o ai loro figli più piccoli. Piacevoli incontri, senza dubbio. Niente a che vedere però con quello che ho avuto circa un'ora dopo con un tale, piuttosto anziano, il quale indicandomi con un dito mi apostrofa dicendomi: = Voi siete italiano? Mi guardo intorno per vedere se con me c'è qualcun'altro ma sono solo e allora rispondo = sì certo Lui mi guarda serio e mi dice = e a me che me ne frega E si allontana nella direzione opposta alla mia. Totalmente vero e scioccante.
Aldo Accardo
http://viadellapolveriera.blogspot.com/2010/07/roma-10-giugno-1940.html
ROMA 10 GIUGNO 1940
L'anno precedente, il 1939, si stava chiudendo nell'ultimo quadrimestre con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale. L'Italia ne era ancora fuori, ma alcuni segnali non facevano presagire nulla di buono e la storia lo ha confermato. Proprio in quell'anno il Coro della Cappella Lateranense diretto da monsignor Raffaele Casimiri venne invitato da monsignor Lorenzo Perosi autore di musica sacra e direttore del Coro della Radio Vaticana, ad una trasmissione della stessa Radio diffusa in tutto il mondo. Io che non avevo ancora dieci anni e mio fratello più grande che ne aveva circa dodici, facevamo parte di quel coro della Basilica di San Giovanni in Laterano come voci bianche. Era il pomeriggio inoltrato del 10 giugno 1940 e noi ragazzini componenti del coro, dopo le prove di quel giorno, avevamo pensato bene di fare un partita di pallone proprio nella enorme piazza antistante l'ingresso dell'edificio dove ci recavamo per le prove. Nella Piazza di Porta San Giovanni oltre all'Ospedale omonimo – per le volte in cui ci sono entrato lo considero la mia seconda casa - vi sono: un obelisco al centro alto oltre trenta metri; il Battistero Lateranense dove sono stato battezzato; alcuni palazzi di civile abitazione e il Palazzo Lateranense che subì gravi danni nell'attentato dinamitardo del 28 luglio 1993. Ci meravigliammo non poco noi ragazzini nel vedere che l'intera piazza era completamente deserta non circolavano i mezzi pubblici e neppure i rari mezzi privati di quegli anni. Anche i passanti si potevano contare sulle dita di una mano. Non ci chiedemmo il perché di tutto questo, avevamo ben altro da pensare. Dopo appena una ventina di minuti una parola urlata con voce stentorea risuonò nella piazza: ITALIANI !...seguita da applausi scroscianti e dalle grida: duce, duce, duce. Ci demmo un'occhiata intorno e notammo che sui tetti dei palazzi che circondavano la piazza erano stati installati un gran numero di grossi altoparlanti di colore celestino con la scritta Germini, una ditta di apparecchiature radiofoniche, dischi etc, che aveva un suo negozio qui a Roma, in via delle Tre Cannelle proprio di fronte a quella scalinata e a quel palazzo dove sono state girate alcune scene del famoso film "I soliti ignoti". Ascoltammo in silenzio il discorso del Mussolini con il quale, dal famoso balcone, annunciava ad una folla oceanica riunitasi in Piazza Venezia la dichiarazione di guerra presentata alle nazioni "demoplutomassoniche" - così lui le appellò - Francia e Gran Bretagna. Un delirio di applausi e grida entusiastiche provenienti da sotto quel balcone di palazzo Venezia accompagnò quel discorso durante l' intera sua durata. Soltanto nei giorni seguenti cominciammo a renderci conto di ciò a cui stavamo andando incontro. La guerra, una tragedia enorme e dalle conseguenze disastrose che iniziava ma della quale non si poteva prevedere quando e come sarebbe finita. 10 GIUGNO 1940 – 25 APRILE 1945 quasi cinque anni tra bombardameti, distruzione, enormi danni, fame, occupazione, persecuzione di ebrei e antifascisti, rastrellamenti, migliaia e migliaia di morti e feriti. Questi una parte dei risultati di quella sciagurata dichiarazione di guerra.
Di Admin (del 11/06/2010 @ 09:50:36, in News, linkato 97 volte)
Ricevo e Pubblico
Nata femmina - Lettera a Silvio Berlusconi
di Merid Elvira Dones
Egregio Signor Presidente del Consiglio,
le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione".
Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi
ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi.
Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio. Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel "puttana" sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.
Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tv svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi.
Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche
angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le
spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei.
Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio. In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la
smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.
Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso, ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch'io a tutte le donne albanesi.
Foto di Roberto Sauli
Biacco "brunello"
Un giorno ho incontrato il serpentello Brunello che gironzolava intorno casa.
La mia casa è vicina all’argine del Po; quella di Brunello pure.
Io vivo nella comodità di una casa riscaldata, ben arredata con oggetti belli e , in prevalenza, inutili; Brunello vive nei campi fra le macerie di una casa diroccata: la sua tana è sotto un cumulo di tegole rotte. Esce di mattina presto e la sera tardi per farsi il suo giretto in cerca di cibo.
Brunello di solito gira alla larga delle case abitate dagli uomini che sono, in gran numero, acerrimi nemici dei serpenti della sua specie, per questo si aggira prevalentemente lungo i fossi dove trova sempre qualche rospo o topolino che a loro volta vanno in cerca di cibo.
Chiamarlo serpentello non è del tutto corretto. Serpentello è un vezzeggiativo adatto ad un rettile di piccole dimensioni: che sappia io, è un nomignolo adatto a un orbettino, per esempio. L’orbettino ha altre abitudini di vita: lui si scava una buchetta, o approfitta di quelle scavate dai grilli talpa nei terreni erbosi, e vi s’infila dentro cercando di starci il più a lungo possibile. Brunello, invece, è un bel bestione lungo un metro e più, bello grosso: il suo vero nome è Biacco. Ha una serie di macule brune lungo il dorso che sembrano tante farfalle in fila indiana, disegnate sopra.
“Brunello, vattene da qui!, cosa ti è mai saltato in mente di fare questo giro?” Gli dico mentre striscia lungo il perimetro della casa degli uomini.
Nell’accorgersi di me, s’affretta a nascondersi sotto la soglia della porta d’entrata e lo zerbino.
“Vattene! Presto! Ché se esce la vecchia mannaia ti taglia il collo!”
Brunello se ne sta fermo tutto allungato, impaurito. Sta fermo anche perché sa che così è più facile passare inosservato.
Io mi allontano perché lui si riprenda dallo spavento. Riprende la sua corsa a ridosso della facciata. Malauguratamente trova l’intoppo di un altro zerbino presso un’altra soglia e crede di aver raggiunto un nascondiglio sicuro.
“Via! Via! Vai via di lì!” gli dico io. Anch’io ho paura perché sento il pericolo in agguato per lui. Anche lui lo sente. Non si allunga questa volta. Tira su la testa e parte del corpo e mi soffia.
“Che fai stupido? - penso- non sono io il pericolo!”
Par che mi dica: “bada a te e, a me, lasciami in pace di andare per la mia strada!”
“Vai! Brunello! Vattene per la tua strada: scappa! Prendi la via dei campi fra l’erba alta, dove nessuno riuscirà più a trovarti!”
Il mio pensiero non gli arriva. Rimane lì impettito e mi fissa con gli occhi spalancati e il collo gonfio. Il resto del corpo disegna un’esse sul marciapiedi. Sono attratta dal suo magnetismo , non riesco a distogliere lo sguardo: è bellissimo, forte e superbo.
Il momento è grave e decisivo: “Via…via Brunello…”
La vecchia mannaia s’affaccia alla porta.
“Accorrete!”Comincia a gridare con la sua voce arrugginita.
“Uccidetelo d’un colpo secco della mia ascia, ché io son vecchia e non ce la faccio da sola”.
Accorsero gli uomini che vociarono forte fra loro e si dicevano che si il serpente è pericoloso, s’intrufola nelle abitazioni e ti morde, non è velenoso, ma non si sa mai e poi non devono girare attorno alle case.
Biacco brunello era terrorizzato, ora anche gli umani gridavano. Provò ancora a soffiare e poi a scappare, ma poi ricevette una bastonata che lo tramortì.
“E’ morto!” Esultarono gli aggressori, in fondo risollevati per aver chiuso la questione senza dubbio incresciosa.
“Non è ancora morto - disse la vecchia mannaia – si finge morto, conosco bene la loro astuzia”.
“Usate me per il colpo di grazia - si offrì la vecchia mannaia – la lama gli trancerà la testa, solo così perirà con certezza!”.
Uno sciagurato, fra il manipolo degli accorsi, sferrò il colpo finale e, nonostante la ruggine, la vecchia mannaia ghigliottinò Biacco brunello suppliziato sull’ara del pregiudizio e della paura.
Racconto di Franca Fusetti
Di Admin (del 03/05/2010 @ 21:32:01, in News, linkato 138 volte)
Ringrazio mio cugino per questo testo carino che mi ha inviato per e-mail e che io non so far girare, ma che so pubblicare. Ciao Consolo : ) (Franca)
L’esperienza dell’imparare
Ho imparato... che nessuno è perfetto. Finché non ti innamori. Ho imparato... che la vita è dura... Ma io di più!!! Ho imparato... che le opportunità non vanno mai perse. Quelle che lasci andare tu... le prende qualcun altro. Ho imparato... che quando serbi rancore e amarezza la felicità va da un'altra parte. Ho imparato... Che bisognerebbe sempre usare parole buone...Perchè domani forse si dovranno rimangiare. Ho imparato... che un sorriso è un modo economico per migliorare il tuo aspetto. Ho imparato... che non posso scegliere come mi sento... Ma posso sempre farci qualcosa. Ho imparato... che quando tuo figlio appena nato tiene il tuo dito nel suo piccolo pugno... ti ha agganciato per la vita. Ho imparato... che tutti vogliono vivere in cima alla montagna....Ma tutta la felicità e la crescita avvengono mentre la scali. Ho imparato.... che bisogna godersi il viaggio e non pensare solo alla meta.. Ho imparato... che è meglio dare consigli solo in due circostanze... Quando sono richiesti e quando ne dipende la vita. Ho imparato... che meno tempo spreco.... più cose faccio. E' la settimana dell' amicizia ... Dimostra ai tuoi amici che ci tieni. Manda questa e-mail a tutti i tuoi amici, anche se significa rimandarlo a chi te l'ha mandata.... Se ritorna .. Hai tanti buoni amici. Buona settimana dell'amicizia....
|
|
Ci sono 5 persone collegate
altre foto
del Delta del Po
09/09/2010 @ 21.12.55
script eseguito in 187 ms
|