airone rosso
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 15/07/2010 @ 10:45:55, in La gaia scrittura, linkato 29 volte)

  Aldo Accardo

http://viadellapolveriera.blogspot.com/

TRE AMERICANI A ROMA

Il 4 giugno 1944, dopo l'occupazione da parte dei nazisti, Roma venne liberata dagli anglo-americani i quali poi la "tennero occupata" per un bel po' di tempo.
Dall'inizio del 1945 io avrò cambiato almeno tre volte il tipo di lavoro, ma per un periodo abbastanza lungo svolsi l'aiuto di qualcuno presso il Teatro Galleria, dentro la Galleria Alberto Sordi già Colonna: una volta del guardaporta, un'altra del macchinista e un'altra ancora dell'aiuto elettricista.
Tutte le sere rientravo a casa dopo la mezzanotte, facendomi la strada a piedi da Piazza Colonna passando per Fontana di Trevi, Largo Tritone, il Traforo sotto il Quirinale, via Nazionale, via dei Serpenti, via degli Annibaldi, via del Fagutale fino a via della Polveriera.
Numerosi sono gli episodi di quel periodo che, se riuscissi a ricordandomeli tutti, potrei racontarne un notevole numero, però mi limito a parlarne soltanto di tre aventi come protagonisti altrettanti soldati americani.
L'AMERICANO N.1
che conobbi fu un sergente maggiore dell'esercito, nativo di Derby nel Connecticut, del quale ricordo ancora nome e cognome. Ci siamo tenuti in contatto tramite posta per molti anni, almeno una decina. Adesso che ci penso mi rammarico di una cosa. Lui m'informò che a Derby aveva una moglie e un figlio, che era proprietario di un'impresa, non ricordo di che tipo, e che lavorava con lui, oltre ad un gruppo di dipendenti, anche una giovane segretaria italo-americana. Malgrado io abbia dovuto affrontare lunghi periodi di disoccuppazione, non mi venne mai in mente di dirgli se potevo andare a lavorare nella sua impresa lì in America. Forse molte cose sarebbero cambiate per me. In meglio o in peggio non lo so.
Tornando a quel sergente, una sera, all'ingresso del teatro, sia all'inizio dello spettacolo di varietà in programma, sia al termine m'interpellò chiedendomi se a Roma c'erano dei reparti di boy-scout. Malgrado lui parlasse pochissimo l'italiano, altrettanto io l'inglese riuscimmo però a capirci e al mio diniego mi disse che lui in America era un capo degli scout e che avrebbe avuto piacere incontrare qualcuno per formarne un reparto qui da noi. L'indomani mattina ne parlai agli amici, anche a quelli più grandi di noi, i quali quasi tutti aderirono. In breve, grazie a questo soldato del Connecticut formammo uno dei primi reparti di scout laici del C.N.G.E.I. - Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani.
L'AMERICANO N.2
mi capitò di conoscerlo una delle sere o meglio delle notti in cui rientravo a casa dal lavoro. Arrivato a via degli Annibaldi successe un fatto incredibile.
Devo necessariamente fare una descrizione un po' noiosa di questa via perchè si possa raffigurare meglio l'accaduto. La via di cui parlo inizia da via Nicola Salvi di fronte al Colosseo e, scendendo, termina in via Cavour. Lungo entrambi i lati vi sono due muraglioni: all'inizio bassi fino metà dell'altezza di un uomo poi alti una quindicina di metri quando si arriva in via Cavour.
Quella notte io che provenivo da via dei Serpenti e avevo attraversato via Cavour stavo iniziando il percorso di via degli Annibaldi quando da uno dei due muri più alti piombò dinanzi ai miei piedi qualcosa di voluminoso e pesante. Per un pelo non mi aveva sotterrato. Una coppia che camminava davanti a me, udito quel forte colpo si era voltata e si era avvicinata per vedere cosa era successo. Ad un certo punto sentimmo dei flebili lamenti che provenivano dal "coso caduto". Malgrado la strada fosse semibuia io e la coppia ci chinammo per capire di cosa si trattava. Ci guardammo in faccia increduli: era un militare americano di colore, completamente sbronzo. Farfugliando non so cosa cominciò a muoversi per tentare di alzarsi, noi lo aiutammo, cercammo di fargli capire che volevamo chiamare "l'ambulance della Red Cross" ma lui invece faceva gesti di diniego e si svincolava da noi. Come se fosse atterrato col paracadute anche se un po' barcollante, si avviò, imboccò via Cavour e se ne andò verso via dei Fori. Mi parve addirittura di sentirlo fischiettare. Ad ogni modo, contento perchè era vivo,gli gridai dietro "piacere d'averti conosciuto Joe".
L'AMERICANO N.3
forse si chiamava John o chissà come quando lo vidi ma non riuscii a capirlo. Sempre una delle volte in cui, tornando a casa dopo mezzanotte camminavo lungo via dei Serpenti, a metà della stessa via mi accorsi che un militare americano, bianco, capelli nerissimi, stava seduto su alcuni gradini di un piccolo negozio chiuso e si lamentava. Mi avvicinai, mi accorsi che era ubriaco, gli chiesi se c'era qualcosa che non andava e lui, con un filo di voce e un linguaggio mezzo italiano condito dal dialetto siciliano mi rispose:
"picciuttieddu...u vedesti chi minchiata fecero a mia?" (ragazzino, hai visto che cavolata mi hanno fatto?)
"cu fu?" (chi era?)
"e che ne saccio, scuru era...talia chista banna" (e che ne so, era buio, guarda qui)
"minchia! Cuteddata fu? (cavolo! È stata una coltellata?)
"no, vasata di fimmina" (no, bacio di donna) ...e svenne mentre dalla ferita usciva sangue.
Feci cenno ad un signore che fortunatamente stava passando nei pressi, in fretta gli spiegai la faccenda ed insieme ci recammo in una vicina uscita laterale della sede centrale della Banca d'Italia
e a una guardia di finanza lì in servizio gli raccontammo tutto.
Fece un paio di telefonate dopo le quali arrivò la Polizia Militare Anericana e un'ambulanza.
Spiegai nuovamente come stavano le cose e, dopo alcuni accertamenti, mi lasciarono tornare a casa tranquillamente.
Ripensando all'accaduto credo che quel militare americano non poteva chiamarsi John.
Scommetto che si chiamava Caliddru (Calogero), il mio secondo nome.

 

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Di Admin (del 15/07/2010 @ 10:33:05, in La gaia scrittura, linkato 32 volte)

 Aldo Accardo

http://viadellapolveriera.blogspot.com/2010/06/luomo-che-fermo-allincrocio-leggeva-un.html

'UOMO CHE, FERMO ALL'INCROCIO, LEGGEVA UN LIBRO

Senza ombra di dubbio è una persona distinta, alto, capelli bianchi folti, occhiali di marca, credo, poco più che sessantenne.
La prima volta l'ho notato cinque giorni fa, fermo, poco distante dal semaforo, all'ombra del fogliame di un albero che spunta dal giardino privato di un palazzetto in via Emanuele Filiberto quasi all'incrocio con viale Manzoni.
Mi sono incuriosito perchè l'uomo, non essendovi alcuna panchina, stava in piedi, immobile, con nelle mani un libro voluminoso, ad occhio e croce almeno di sei-settecento pagine, e mostrava di leggere avidamente senza alzare mai gli occhi da quelle pagine che dovevano interessargli molto.
Lì per lì ho pensato: va bene, si vede che è giunto ad un punto del libro veramente interessante per cui non vuole smettere di leggere. Nulla di strano, ognuno è libero di agire come meglio crede.
Due giorni dopo, poichè faccio tutti i giorni quel tratto di strada e sempre alla medesima ora del mattino, minuto più minuto meno, nello stesso posto e col medesimo atteggiamento ecco l'uomo col libro in mano che legge.
Passandogli piuttosto vicino mi accorgo che deve aver letto un bel numero di pagine del librone poiché ha superato abbondantemente la metà.
Chissà di che libro si tratta.
Sicuramente non è la Bibbia, non è il Corano e neppure il libro della Torah giacché sono riuscito a dare una sbirciatina e dalla scrittura delle pagine in bella vista noto che è certamente un romanzo.
Questa mattina stessa scena come le due precedenti. Una piccola differenza c'è però: il numero delle pagine ancora da leggere è notevolmente calato; l'uomo sta arrivando alla fine del suo
bets seller.
Mi viene voglia di domandargli se ha già capito chi è il serial killer ma sorvolo poiché il romanzo potrebbe essere un thriller con relative istruzioni.
Prendo una decisione: domani cambio percorso.
Anche perché c'è in giro un passaggio di "tortore" le quali accantonate le minigonne, forse perchè troppo lunghe o fuori moda, hanno optato per dei miscroscopici pantaloncini appartenenti, credo, ai loro fratellini o ai loro figli più piccoli.
Piacevoli incontri, senza dubbio.
Niente a che vedere però con quello che ho avuto circa un'ora dopo con un tale, piuttosto anziano, il quale indicandomi con un dito mi apostrofa dicendomi:
= Voi siete italiano?
Mi guardo intorno per vedere se con me c'è qualcun'altro ma sono solo e allora rispondo
= sì certo
Lui mi guarda serio e mi dice
= e a me che me ne frega
E si allontana nella direzione opposta alla mia.
Totalmente vero e scioccante.

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Di Admin (del 15/07/2010 @ 10:10:31, in La gaia scrittura, linkato 13 volte)

 Aldo Accardo

http://viadellapolveriera.blogspot.com/2010/07/roma-10-giugno-1940.html

ROMA 10 GIUGNO 1940

L'anno precedente, il 1939, si stava chiudendo nell'ultimo quadrimestre con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale.
L'Italia ne era ancora fuori, ma alcuni segnali non facevano presagire nulla di buono e la storia lo ha confermato.
Proprio in quell'anno il Coro della Cappella Lateranense diretto da monsignor Raffaele Casimiri
venne invitato da monsignor Lorenzo Perosi autore di musica sacra e direttore del Coro della Radio Vaticana, ad una trasmissione della stessa Radio diffusa in tutto il mondo.
Io che non avevo ancora dieci anni e mio fratello più grande che ne aveva circa dodici, facevamo
parte di quel coro della Basilica di San Giovanni in Laterano come voci bianche.
Era il pomeriggio inoltrato del 10 giugno 1940 e noi ragazzini componenti del coro, dopo le prove di quel giorno, avevamo pensato bene di fare un partita di pallone proprio nella enorme piazza antistante l'ingresso dell'edificio dove ci recavamo per le prove.
Nella Piazza di Porta San Giovanni oltre all'Ospedale omonimo – per le volte in cui ci sono entrato lo considero la mia seconda casa - vi sono: un obelisco al centro alto oltre trenta metri; il Battistero Lateranense dove sono stato battezzato; alcuni palazzi di civile abitazione e il Palazzo Lateranense che subì gravi danni nell'attentato dinamitardo del 28 luglio 1993.
Ci meravigliammo non poco noi ragazzini nel vedere che l'intera piazza era completamente deserta non circolavano i mezzi pubblici e neppure i rari mezzi privati di quegli anni. Anche i passanti si potevano contare sulle dita di una mano.
Non ci chiedemmo il perché di tutto questo, avevamo ben altro da pensare.
Dopo appena una ventina di minuti una parola urlata con voce stentorea risuonò nella piazza: ITALIANI !...seguita da applausi scroscianti e dalle grida: duce, duce, duce.
Ci demmo un'occhiata intorno e notammo che sui tetti dei palazzi che circondavano la piazza erano stati installati un gran numero di grossi altoparlanti di colore celestino con la scritta Germini, una ditta di apparecchiature radiofoniche, dischi etc, che aveva un suo negozio qui a Roma, in via delle Tre Cannelle proprio di fronte a quella scalinata e a quel palazzo dove sono state girate alcune scene del famoso film "I soliti ignoti".
Ascoltammo in silenzio il discorso del Mussolini con il quale, dal famoso balcone, annunciava ad una folla oceanica riunitasi in Piazza Venezia la dichiarazione di guerra presentata alle nazioni "demoplutomassoniche" - così lui le appellò - Francia e Gran Bretagna.
Un delirio di applausi e grida entusiastiche provenienti da sotto quel balcone di palazzo Venezia accompagnò quel discorso durante l' intera sua durata.
Soltanto nei giorni seguenti cominciammo a renderci conto di ciò a cui stavamo andando incontro.
La guerra, una tragedia enorme e dalle conseguenze disastrose che iniziava ma della quale non si poteva prevedere quando e come sarebbe finita.
10 GIUGNO 1940 – 25 APRILE 1945 quasi cinque anni tra bombardameti, distruzione, enormi danni, fame, occupazione, persecuzione di ebrei e antifascisti, rastrellamenti, migliaia e migliaia di morti e feriti.
Questi una parte dei risultati di quella sciagurata dichiarazione di guerra.

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Di Admin (del 11/06/2010 @ 09:50:36, in News, linkato 66 volte)

Ricevo e Pubblico

Nata femmina - Lettera a Silvio Berlusconi

 

di Merid Elvira Dones

 

 

Egregio Signor Presidente del Consiglio,

 

le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione".

 

 

 

Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi

 

ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi.

 

 

Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio. Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel "puttana" sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.

 

 

Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tv svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi.

 

 

Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche

 

angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le

 

spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei.

 

 

Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio. In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la

 

smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

 

 

Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso, ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch'io a tutte le donne albanesi.

 

 

 

 

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Di Admin (del 09/05/2010 @ 23:45:55, in Narrativa, linkato 83 volte)

   Foto di Roberto Sauli

                                                             Biacco "brunello"                   

 

Un giorno ho incontrato il serpentello Brunello che gironzolava intorno casa.

La mia casa è vicina all’argine del Po; quella di Brunello pure.

Io vivo nella comodità di una casa riscaldata, ben arredata con oggetti belli e , in prevalenza, inutili; Brunello vive nei campi fra le macerie di una casa diroccata: la sua tana è sotto un cumulo di tegole rotte. Esce di mattina presto e la sera tardi per farsi il suo giretto in cerca di cibo.

Brunello di solito gira alla larga delle case abitate dagli uomini che sono, in gran numero, acerrimi nemici dei serpenti della sua specie, per questo si aggira prevalentemente lungo i fossi dove trova sempre qualche rospo o topolino che a loro volta vanno in cerca di cibo.

Chiamarlo serpentello non è del tutto corretto. Serpentello è un vezzeggiativo adatto ad un rettile di piccole dimensioni: che sappia io, è un nomignolo adatto a un orbettino, per esempio. L’orbettino ha altre abitudini di vita: lui si scava una buchetta, o approfitta di quelle scavate dai grilli talpa nei terreni erbosi, e vi s’infila dentro cercando di starci il più a lungo possibile. Brunello, invece, è un bel bestione lungo un metro e più, bello grosso: il suo vero nome è Biacco. Ha una serie di macule brune lungo il dorso che sembrano tante farfalle in fila indiana, disegnate sopra.

“Brunello, vattene da qui!, cosa ti è mai saltato in mente di fare questo giro?” Gli dico mentre striscia lungo il perimetro della casa degli uomini.

Nell’accorgersi di me, s’affretta a nascondersi sotto la soglia della porta d’entrata e lo zerbino.

“Vattene! Presto! Ché se esce la vecchia mannaia ti taglia il collo!”

Brunello se ne sta fermo tutto allungato, impaurito. Sta fermo anche perché sa che così è più facile passare inosservato.

Io mi allontano perché lui si riprenda dallo spavento. Riprende la sua corsa a ridosso della facciata. Malauguratamente trova l’intoppo di un altro zerbino presso un’altra soglia e crede di aver raggiunto un nascondiglio sicuro.

“Via! Via! Vai via di lì!” gli dico io. Anch’io ho paura perché sento il pericolo in agguato per lui. Anche lui lo sente. Non si allunga questa volta. Tira su la testa e parte del corpo e mi soffia.

“Che fai stupido? - penso- non sono io il pericolo!”

Par che mi dica: “bada a te e, a me, lasciami in pace di andare per la mia strada!”

“Vai! Brunello! Vattene per la tua strada: scappa! Prendi la via dei campi fra l’erba alta, dove nessuno riuscirà più a trovarti!”

Il mio pensiero non gli arriva. Rimane lì impettito e mi fissa con gli occhi spalancati e il collo gonfio. Il resto del corpo disegna un’esse sul marciapiedi. Sono attratta dal suo magnetismo , non riesco a distogliere lo sguardo: è bellissimo, forte e superbo.

Il momento è grave e decisivo: “Via…via Brunello…”

La vecchia mannaia s’affaccia alla porta.

“Accorrete!”Comincia a gridare con la sua voce arrugginita.

“Uccidetelo d’un colpo secco della mia ascia, ché io son vecchia e non ce la faccio da sola”.

Accorsero gli uomini che vociarono forte fra loro e si dicevano che si il serpente è pericoloso, s’intrufola nelle abitazioni e ti morde, non è velenoso, ma non si sa mai e poi  non devono girare attorno alle case.

Biacco brunello era terrorizzato, ora anche gli umani gridavano. Provò ancora a soffiare e poi a scappare, ma poi ricevette una bastonata che lo tramortì.

“E’ morto!” Esultarono gli aggressori, in fondo risollevati per aver chiuso la questione senza dubbio incresciosa.

“Non è ancora morto - disse la vecchia mannaia – si finge morto, conosco bene la loro astuzia”.

“Usate me per il colpo di grazia - si offrì la vecchia mannaia – la lama gli trancerà la testa, solo così perirà con certezza!”.

Uno sciagurato, fra il manipolo degli accorsi, sferrò il colpo finale e, nonostante la ruggine, la vecchia mannaia ghigliottinò Biacco brunello suppliziato sull’ara del pregiudizio e della paura.

 Racconto di Franca Fusetti

 

 

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Di Admin (del 03/05/2010 @ 21:32:01, in News, linkato 102 volte)

Ringrazio mio cugino per questo testo carino che mi ha inviato per e-mail e che io non so far girare, ma che so pubblicare. Ciao Consolo  : ) (Franca)

L’esperienza dell’imparare

Ho imparato... che nessuno è perfetto.
Finché non ti innamori.
Ho imparato... che la vita è dura...
Ma io di più!!!
Ho imparato...
che le opportunità non vanno mai perse.
Quelle che lasci andare tu...
le prende qualcun altro.
Ho imparato... che quando serbi rancore e amarezza la felicità va da
un'altra parte.
Ho imparato...
Che bisognerebbe sempre usare parole
buone...Perchè
domani forse si dovranno rimangiare.
Ho imparato... che un sorriso
è un modo economico per migliorare il tuo aspetto.
Ho imparato...
che non posso scegliere come mi sento...
Ma posso sempre farci qualcosa.
Ho imparato... che
quando tuo figlio
appena nato tiene il tuo dito nel suo piccolo pugno... ti ha agganciato per
la vita.
Ho imparato... che tutti
vogliono vivere in cima
alla montagna....Ma tutta la felicità e la crescita avvengono mentre la
scali.
Ho imparato.... che bisogna godersi
il viaggio e non pensare solo alla meta..
Ho imparato...
che è meglio dare consigli solo in due
circostanze...
Quando sono richiesti e quando ne dipende la vita.
Ho imparato...
che meno tempo spreco....
più cose faccio.
E' la settimana dell' amicizia ...
Dimostra ai tuoi amici che ci tieni.
Manda questa e-mail a tutti i tuoi amici,
anche se significa rimandarlo a
chi te l'ha mandata....
Se ritorna ..
Hai tanti buoni amici.
Buona settimana dell'amicizia....

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Di Admin (del 29/04/2010 @ 23:35:10, in La gaia scrittura, linkato 37 volte)

     di Aldo Il Monticiano

in  http://viadellapolveriera.blogspot.com/

Tempo fa morì un mio caro amico. Benchè non coetanei c’eravamo conosciuti più di venti anni prima e avevamo legato quasi subito. Aveva circa novanta anni, era vedovo, padre di tre figli e nonno di un’infinità di nipoti. Le doti che mi avevano colpito in lui erano la sua sincerità e generosità non disgiunte da una modestia ed umiltà senza pari. Mi aveva confidato, senza provare alcuna vergogna – e perché mai avrebbe dovuto? - di aver frequentato le scuole fino alla quinta elementare e di aver smesso di studiare per andare a lavorare col padre e i fratelli. Del fatto di avere solo la licenza elementare sembrava per lui come se si trattasse di una bandiera da sventolare, ne era persino orgoglioso. Fosse stato un tipo da biglietto da visita lo avrebbe scritto pure su quello, come un titolo accademico o nobiliare. Questo perché – così affermava convinto – l’interruzione degli studi gli aveva consentito di imparare molti mestieri. Aveva veramente quello che si dice “le mani d’oro”. Ne ho avuto varie volte la prova perché sapeva fare di tutto o quasi: falegname, idraulico, meccanico – non d’auto però – muratore, pittore. Gli mancava l’elettricista, non sapeva fare nulla in quel settore né voleva saperne. Se gli capitava di dover unire due fili elettrici chiedeva aiuto a qualcuno. Io ho approfittato delle sue capacità nel senso che capitava spesso a casa qualche cosa che non funzionava o aveva smesso di funzionare. Gli telefonavo, gli spiegavo di che si trattava e lui, appena qualche minuto dopo, veniva a casa munito d’ogni genere d’attrezzi - qualcuno ne avevo anch’io ma lui preferiva usare i suoi - e sistemava con perizia ogni tipo di cosa da riparare. Se gli dicevo di dirmi che somma dovevo pagare lui si offendeva. Quando se ne tornava a casa, mentre ci salutavamo sulla porta, sprizzava gioia da tutte le parti. Molte volte mi chiedeva “ma nun c’hai qualche lavoretto da famme fa’?” E io per farlo contento giravo per casa e qualche cosa gli trovavo sempre da fare.
Romano da quattro o cinque generazioni era un antifascista vecchio stampo così come lo erano stati suo padre e i suoi fratelli. Gli piaceva parlare di politica, di cinema e di teatro. Sin dai primi tempi in cui avvenne la nostra conoscenza ci mettemmo d’accordo per vederci ogni settimana, almeno un’oretta “pe’scambiacce du’ chiacchiere” così diceva lui. Una volta a casa mia ed un’altra alla sua giacchè abitavamo piuttosto vicini. Così di anno in anno, acciacco dopo acciacco, ci si sedeva uno di fronte l’altro a parlare e a ricordare. Quando parlava di politica, alla luce di quello cui assisteva riguardo malcostume, malgoverno e malavita s’infervorava a tal punto che cercavo in tutti in modi di calmarlo, con scarsi risultati però. Gli spuntavano persino le lacrime agli occhi dal dispiacere che provava e mi diceva “scusame ma quanno vedo e sento certe cose me vie’ da piagne a pensà alle lotte che avemo dovuto da fa’ pe’ vive in un paese co la democrazia e la libertà”. Mi raccontava spesso del periodo buio trascorso sotto il fascismo e di quando, nella seconda guerra mondiale, fu richiamato, inviato in alta Italia e pronto per andare sul fronte russo, ma l’8 settembre del ’43 fu per lui una fortuna perché fuggì e se ne ritornò a casa. Mi disse “io nun c’ho mai creduto a sta guera , me sai di’ che so’ morti a fa’ tutti quelli che so stati mannati al fronte? E i civili morti sotto le macerie pe’ corpa de li bombardamenti?” Altro argomento da lui preferito era lo spettacolo: cinema e teatro. Sin da giovanetto faceva parte di un gruppo che in cambio di qualche lira e del biglietto gratis per assistere ad uno spettacolo di riviste, all’avanspettacolo, a commedie ed anche ad operette, si dava da fare come claque, applaudendo a comando. Aveva una memoria di ferro. Si rammentava attori, cantanti, soubrette del mondo dello spettacolo sin da quelli degli anni trenta, quaranta ecc. E qualche volta capitò persino che lui intonasse una canzoncina di quell’epoca. Quando attaccava questi argomenti lui non si frenava mai ed era perfettamente inutile cercare di “scambiare” con lui le “du chiacchiere” cui aveva fatto cenno.. Il suo scopo era quello di dimostrare l’amore e l’attaccamento a quei ricordi e mi sciorinava episodi e fatti d’ogni tipo. Il problema era quando partiva con un suo discorso. Io ogni tanto cercavo d’inserimi con qualche mio commento o ricordo e, malgrado anch’io parlassi delle stesse cose, lui seguitava a raccontare come se stesse vivendo in un’altra dimensione. Molto spesso capitava di ripetersi raccontando ciò che aveva già raccontato qualche tempo prima, ma bisognava comprenderlo. Ogni tanto si fermava come se volesse riepilogare quello che stava raccontando e, con l’intenzione di smettere per un po’, mi diceva “PE’ FATTE BREVE ER DISCORSO”. Intendeva dire che non voleva dilungarsi ma in realtà continuava in tutta tranquillità. Io parlavo di un’ argomento e lui, imperterrito, girava lo sguardo verso un ‘altra direzione come concentrato nella ricerca dei ricordi che voleva raccontarmi e seguitava con il suo di argomento.
Parlavamo ognuno per conto proprio.
Praticamente in quelle occasioni io c’ero e non c’ero.
Ciao amico mio e grazie di tutto anche se non mi hai mai fatto “ BREVE ER DISCORSO”.

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Di Admin (del 28/04/2010 @ 00:04:42, in Immagini e poesia, linkato 63 volte)

Ciao Ginevra!

E grazie per questa bell'oasi di tranquillità.

Franca

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Di Admin (del 13/04/2010 @ 23:42:51, in News, linkato 81 volte)

Davide Nicolosi

          e 

Lucia D'Errico

                                      

Venerdì 16 Aprile alle 20.45 si terrà il concerto

  “Dodici corde per viaggiare” Russia, Inghilterra, Scozia, Anatolia e Francia, in viaggio con due chitarre.

 Musiche di Sor, Domeniconi, Duarte.

Centro culturale De Andrè, piazza  IV Novembre Marcon (VE)

   Chitarre Lucia D’Errico e Davide Nicolosi con le splendide suggestioni d’autore di Monica Bortoletti.

 Il concerto si inserisce tra le numerose iniziative della rassegna “ECHI”, promossa dall’associazione IRIS nel suo decennale, che quest’anno è dedicata al tema del viaggio: “I momenti in cui capisco di più il posto dove vivo, sono i ritorni da un viaggio”.

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Di Admin (del 13/04/2010 @ 23:24:58, in Immagini e poesia, linkato 83 volte)
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