ANGELI CUSTODI
ovvero di cani, gatti e altri animaletti
di Alessandro Mantovani
a Gisella, fata dei gatti
Una cosa che mi manca, qui a Florianopolis, sono i gatti.
Non posso tenerne uno perché dovrò assentarmi spesso e a lungo, e dunque sento una vera “saudade” per quella presenza silenziosa (beh, non sempre...), morbida, piena di grazia e di magia, per quella coda a punto di domanda che attraversa la casa, portando con sé il buonumore.
Mi sembra strano non sentire più, con il tatto e con l'udito, quel fenomeno sul quale ancora gli etologi si interrogano, le “fusa”, con cui i gatti manifestano le loro indecifrabili emozioni.
Forse ancor peggio, però, è che non ne incontro per le strade, o nelle case: i brasiliani, qui nel Sud (a Bahia è diverso), amano i cani, e i gatti sono una rarità.
Eccomi privato insomma di quel piacere speciale di incontrarli lungo la via, di vincerne la diffidenza, di sedurli, farli amici; fino al punto, talvolta, da farmi seguire per un breve tratto di strada....), prima di salutarli con un'ultima grattatina sulla nuca, o sulla pancia (da noi spesso assai pingue e poco ... felina).
Avvertendo questa nostalgia del mio pet preferito, mi sento in vena di riflessioni pseudo-filosofiche, alle quali mi abbandono insistentemente, come alla fine di un amore....
Perché amiamo con tanta intensità i nostri animali domestici (non importa qui se gatti, cani, canarini, criceti, coniglietti, ecc. )? Perché ci sembra talvolta che siano i soli esseri viventi (umani compresi) che desideriamo davvero vicino a noi?
Per dare facili spiegazioni abbiamo fabbricato molti luoghi comuni.
Tipologia 1, della serie siamo irrimediabilmente tarati dentro: “l'uomo è lupo all'uomo”, “siamo diventati così egoisti che non sappiamo più rapportare gli altri della nostra stessa specie”, “siamo così aridi che ormai amiamo un pappagallino colorato più di un amico, che abbandoniamo i nostri vecchi in un ospizio ma ci portiamo appresso Fuffi in campeggio, che preferiamo palettare la cacca del nostro Fido piuttosto che pulire il culetto del baby, and so on....
Tipologia 2, della serie tentativo di spiegazione sociale: siamo così soli ormai, in mezzo ai nostri simili, in un mondo gretto che ha ucciso i “valori”, che mette il denaro sopra tutto, ecc. che ci rifugiamo con più trasporto tra le zampe di un fox terrier che tra le braccia di un partner, che un siamese riverso sulla nostra pancia ci fa vibrare di piacere, mentre facciamo di tutto per sfuggire l'intimità con il/la consorte, e patatì patatà....
Ci sarà del vero, non contesto. Però a me piace pensare che ci sia qualcos'altro, più profondo, più remoto e - mentre sogno di affondare la mia mano nella pelliccia di un norvegese, o di un semplice europeo (parlo di gatti, non di umani, vivaddio...), ve lo voglio spiegare.
L'antropologia e l'archeologia hanno ormai stabilito con certezza che fin dai tempi più remoti i cani seguivano l'uomo, vivendo in simbiosi con le orde nomadi dei nostri antenati . Fin da allora, quest'animale dalla viva intelligenza e dalla spiccata socialità, ci aiutava nella caccia, nella difesa dello spazio dei nostri insediamenti contro intrusi e pericoli, sicuramente ci teneva compagnia, e giocava coi nostri cuccioli. E quanto simile a noi! Gregario, capace di tenerezze quanto di ferocia, così ben disposto a farsi guidare e comandare, geloso, bisognoso di affetto .....
In quei tempi remoti, nei quali il tool making animal, l'”animale che fabbrica strumenti”, cioè la “scimmia nuda”, si serviva ancora di pietre appena dirozzate, la differenza tra noi e loro doveva apparire (a noi e a loro) ben minore di quanto appaia oggi.
Se in seguito abbiamo appreso l'allevamento, moltiplicando così i nostri mezzi di sussistenza, imparando a crearli, proiettandoci nella grande rivoluzione neolitica, con chi abbiamo fatto le nostre prime esperienze di domesticamento, se non con il cosiddetto “miglior amico dell'uomo”?
I gatti devono essere arrivati più tardi, col semi-nomadismo, aiutando l'uomo a tener lontani serpenti, ratti, e salvandolo così da malattie o punture letali. Meno sociale del cane e poco gregario, ma pigro e opportunista quanto l'uomo, pronto – come solo l'uomo oltre lui può fare – a cacciare ed uccidere per il puro piacere (più feroce di una tigre, lo ha definito Baudelaire), il gatto ha dato vita a molti culti, il più famoso dei quali era praticato dagli antichi egizi, che in suo onore scolpirono possenti statue di granito.
Per questo Feuerbach dice che gli animali sono i nostri “angeli custodi”. E' salendo sulla loro groppa, imparando a servircene, a farne i nostri servitori, che ci siamo innalzati dalla preistoria alla storia. Grazie Feuerbach, per questa immensa intuizione, confermata poi dall'esame comparato delle società antiche: sono (vedi Morgan) i gruppi umani che hanno avuto a disposizione maggiore varietà e quantità di animali addomesticabili quelli che si sono evoluti più rapidamente. E dato che l'uomo non è un dato a priori, un puro prodotto naturale, ma il prodotto di una storia di milioni di anni, cioè della prassi umana (e prima ancora pre-umana), possiamo dire quanto segue: se gli animali addomesticabili non fossero esistiti, noi saremmo diversi da come siamo, il che equivale a dire che non saremmo, perché saremmo qualcos'altro.
Non a caso, almeno prima della civiltà, l'uomo – come provano i suoi Totem e i suoi splendidi graffiti – sapeva riconoscere negli animali che gli stavano accanto, anche quando doveva abbatterli, i suoi affini, i suoi alleati, e li onorava con svariate forme di culto. L'uomo sentiva bene allora, che la presenza degli animali è la conditio sine qua non della nostra “umanità”, e che identità e distinzione dagli animali sono qui tutt'uno.
Tanto è impressa al fondo del nostro essere l'idea della potenza “spirituale” di questi animali così prossimi a noi, che i lupi mannari hanno popolato di paura le nostre notti, e streghe e demoni hanno nel Medio Evo assunto le sembianze del gatto nero.